Vivien Leigh e Laurence Olivier, per sempre nella memoria cinematografica e teatrale: protagonisti di una grande storia d’amore, attori sulle scene di cinema, teatro e tv
È il 22 maggio 1907 quando a Dorkind nel Surrey, nasce Laurence Olivier, uno dei più grandi e immortali attori inglesi sia in teatro sia al cinema. Il suo talento per la recitazione emerge già da adolescente, quando si esibisce davanti a sua madre, occasionalmente a sua sorella e a qualche zia, utilizzando delle candele infilate dentro scatole vuote di sigari come luci di un palcoscenico immaginario (lo racconta lui stesso nella sua autobiografia “Le confessioni di un peccatore”, in Italia pubblicato da Rizzoli).
A quattordici anni ottiene il suo primo ruolo in una recita scolastica, interpretando Bruto in “Giulio Cesare”. A diciassette anni, grazie a una borsa di studio, entra alla Scuola d’arte drammatica di Londra, ma è ancora immaturo: l’attrice Peggy Ashcroft dirà di Laurence:”Era decisamente rozzo e sgraziato – ma a colpire era la sua grande energia fisica”. Nel 1922 arriva il suo vero debutto sulle scene a Stafford, il paese di Shakespeare in “La bisbetica domata”. È l’inizio di un percorso artistico leggendario, quello di un vero titano della scena, un interprete “che più di tutti agli altri – scrive Emanuela Martini – aveva incarnato il modello ottocentesco di grande professionismo unito a un carattere incostante al limite della nevrosi. Questo era Sir Laurence Olivier, l’attore”. Dopo anni di gavetta, sul palcoscenico tra Londra e New York, Olivier nel 1930 sposa la prima moglie, Jill Esmond e nel 1935 è chiamato da John Gielgud a recitare in “Giulietta e Romeo”.

“I due – scrive Dario Formisano su l’Unità 12 luglio 1989 – di giorno in giorno, si alternano nelle parti di Romeo e di Mercuzio; è un trionfo. Ricorderà Gielgud anni dopo: ‘Olivier interpretava Romeo come se stesse correndo in bicicletta’. Comincia anche una brillante carriera cinematografica ma tutte le qualità dell’attore emergono negli anni successivi con una serie di messinscene shakespeariane e non, nel tradizionale teatro Old Vic”. Laurence Olivier, che diventerà il più grande attore inglese di teatro, amava affermare: ”Recitare è illusione, come la magia: la realtà non c’entra un granché”.
Vivien Leigh entra nella vita di Laurence Olivier
Nel 1936 a Londra, dopo aver visto la spettacolo teatrale “The Mash of Virtue”, Laurence va a congratularsi con Vivien Leigh, la protagonista, per la sua ottima performance. Tra i due è un colpo di fulmine, anche se sono sposati entrambi. Lei ha 22 anni e lui 28. Inizia così una appassionata relazione sentimentale. Nel 1937 girano insieme il film “Elisabetta d’Inghilterra” (1937) di William Howard. Intanto la loro passione è sempre più intensa e la coppia decide di stare insieme ufficialmente. Poco prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, Laurence divorzia dalla moglie Jill per sposare Vivien Leigh, che sua volta mette fine al suo matrimonio con l’avvocato Herbert Leigh Holman. I due lasciano Londra e scappano in California per lavorare a Hollywood.
Vivien Leigh, la leggendaria Rossella O’Hara
Nata il 5 novembre 1913 nel Darjeeling, nell’India coloniale, da madre anglo-indiana e padre inglese, in servizio come ufficiale della cavalleria indiana, Vivien è una bambina che sarà presto separata dalla mamma. Ciò le causerà un profondo e immenso dolore, che le causerà diversi episodi di depressione. Inoltre la ragazza si ammala anche di tubercolosi, una malattia che non la lascerà per tutta la vita. Trasferitasi in Inghilterra, studia presso la Royal Academy of Dramatic Art di Londra e in breve tempo si mette in luce sui palcoscenici britannici girando anche tre film, il già citato “Elisabetta d’Inghilterra” (1937), “Un americano a Oxford” (1938) e “Marciapiedi della metropoli” (1938).

Dopo essere arrivata a Hollywood con Olivier, cerca di adattarsi al nuovo mondo in cui vive e all’implacabile sistema organizzativo della Mecca del Cinema. Donna determinata, Vivien legge il romanzo di Margaret Mitchell “Via col vento” e se ne innamora. A Hollywood in quel periodo vi è un grande fermento per la trasposizione sullo schermo dell’opera letteraria che il potente produttore David O. Selznick sta per realizzare. Un kolossal in technicolor sulla guerra civile americana, con 50 ruoli parlanti e 2400 comparse, raccontato attraverso gli occhi del personaggio principale Rossella O-Hara.
La ricerca di chi interpreterà la parte dell’eroina degli stati del Sud dura tre anni e molte sono le attrici anche famose (Bette Davis, Paulette Goddard, Joan Bennett, Jean Arthur) che si contendono il ruolo, mentre è in corso una campagna pubblicitaria condotta per la ricerca di Rossella che frutta un milione di dollari. Sul perché sia stata scelta Vivien Leigh, giovane inglese non certo famosa, ha fatto nascere varie leggende. La più nota è quella secondo la quale Vivien (la ragazza dagli occhi bellissimi) è stata notata casualmente da Myron Selznick, fratello di David, uno dei più abili agenti di Hollywood.
Il 18 dicembre 1938, mentre iniziano le riprese del film con il famoso incendio di Atlanta, ricostruita negli studi della Selznick utilizzando vecchi scenari della Selznick International, viene deciso che Rossella sarà la Leigh. “Il fatto che Vivien Leigh non fosse americana non costituì un’offesa per i molti club degli ammiratori di Rossella O’Hara sorti nel profondo Sud, imperdonabile sarebbe stato far interpretare la sua parte a una yankee. Grazie ai suoi maestri di dizione, la Leigh riuscì ad aggiungere il ‘giusto tocco di morbidezza’ alla sua stretta pronuncia inglese; fu anche seguita da George Cukor, ufficialmente finché egli diresse ‘Via col vento’ e privatamente quando fu sostituito da Victor Fleming. Con il nuovo e definitivo regista, la Leigh fu sempre in contrasto; non legò con Clark Gable, il suo partner, ebbe scatti di nervi sul set e fuori, ma ciò non le impedì di vincere un Oscar”. (Il Cinema Grande Storia Illustrata Istituto Geografico De Agostini Novara)
Nel 1940, alla 12esima cerimonia degli Oscar all’Ambassador Hotel di Los Angeles, i nomi dei vincitori sono già noti (sarà l’ultima volta nella storia della preziosa statuetta che la stampa riuscirà a conoscere l’esito della premiazione prima della serata finale) anche se la competizione è molto forte con le candidate Greer Garson (“Addio, Mr. Chips!”), Irene Dunne (“Un grande amore”) e Greta Garbo (“Ninotchka”, la sua prima commedia). Vince Vivien Leigh ed è la prima attrice britannica della storia ad aggiudicarsi la statuetta. Così a soli 26 anni Vivien è una diva e un prodotto commerciale di grande valore.

Nello stesso anno Vivien e Laurence, dopo il divorzio dai rispettivi coniugi che hanno ottenuto rinunciando alla custodia dei figli (Suzanne, figlia di Vivien e Tarquin, figlio di Laurence), si sposano. La cerimonia di nozze avviene in segreto il 31 agosto nel San Ysidro Ranch di Santa Barbara di proprietà dell’attore Ronald Colman; testimoni sono Katharine Hepburn e il regista e scrittore Garson Kanin. La loro luna di miele sarà sullo yacht di Colman. Nello stesso anno la Leigh gira “Il ponte di Waterloo” di Mervyn LeRoy e nel 1941 è la protagonista di “Lady Hamilton”, diretto da Alexander Korda (il regista che l’aveva di fatto scoperta in Inghilterra).
Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale e causa dei suoi problemi di salute, Leigh sta lontana dal set, mentre Olivier è impegnato come altri attori a portare spettacoli di Shakespeare alle truppe alleate in Europa, per sollevare il loro morale. Nel 1945 Vivien Leigh riappare sul grande schermo con il film “Cesare e Cleopatra”. Poi è Tennessee Williams a volerla nella parte di Blanche DuBois, la protagonista della sua commedia “Un tram che si chiama desiderio”, (che lei aveva già interpretato sul palcoscenico nel 1949), nella versione cinematografica affidata al regista Elia Kazan, con un cast d’eccezione formato dal nuovo divo Marlon Brando, da Kim Hunter e Karl Malden. È il 1951 e per 36 giorni di riprese Vivien si sente come il personaggio smarrito del film, una condizione che Kazan sfrutta per rendere più credibile la sua interpretazione.
“Vista da alcuni come una Rossella O-Hara contorta e lacerata che anelava a un’epoca passata più gentile e cavalleresca, l’interpretazione emotivamente devastante della Leigh di Blanche, che arriva a New Orleans per vivere con la sorella Stella (la Hunter) e il cognato, il barbaro e iper-mascolino Stanley (Brando), presentò al pubblico un ritratto affascinante e perverso della cultura del Sud. Non sorprende che il film abbia messo in allarme numerosi comitati di censura del tempo. Con l’ultraconservatore Breen a capo dell’Ufficio del Production Code e con la cattolica Legion of Decency, contrari a un totale di sei minuti di materiale vario, ritenuto troppo esplicito per una fruizione pubblica (esigendone la rimozione), si scatenò una tempesta di polemiche. In definitiva, la Warner Bros, acconsentì a tagliare praticamente ogni riferimento alla ninfomania di Blanche (ivi incluso il corteggiamento di una ragazzo di passaggio che consegnava i giornali) e il suo stupro non vendicato, per non parlare dei dettagli relativi all’omosessualità e al suicidio del suo defunto marito. Nel 1993, 42 anni dopo l’uscita controversa del film, fu finalmente resa disponibile una versione non censurata di “Un tram” con la visione originale di Kazan”. (Best Actress- Dizionario delle Dive da Oscar di Stephan Arpert –Silvana Editoriale)

La carriera folgorante di Laurence Olivier
Anche Olivier, come la sua partner Leigh, giunto a Hollywood fa fatica a integrarsi nell’ambiente cinematografico californiano, come lui stesso racconta nella sua autobiografia. “Non feci un altro film a Hollywood fino a “La voce della tempesta” del 1939, ma ci mancò poco che non lo facessi. Dopo “Rats of Norway” mi ritrovai improvvisamente a Hollywood pieno di energie solo per essere licenziato da “La regina Cristina”, grazie a Greta Garbo. Mi ero reso conto nelle prime due settimane, con un’ansia che continuava a crescere, che non stavo assolutamente dando il meglio di me stesso; qualcosa mi bloccava. Ero troppo nervoso e spaventato dalla prima attrice. Sapevo che per lei ero uno di nessuna importanza e nemmeno lontanamente della sua statura e cominciai a convincermi sempre di più che ci voleva un cambiamento netto. Mi decisi a fare un grosso sforzo per andare d’accordo con lei e trovare un modo per avere un rapporto più amichevole. Una mattina prima dell’inizio del lavoro, la trovai sul set seduta su una vecchia cassa. Andai coraggiosamente da lei e le dissi le tre o quattro frasi che mi ero preparato e imparate per bene; ma lei non fece una piega. Cominciai ad agitarmi e ad aggrapparmi a tutto quello che mi veniva in testa… finchè conclusi infelicemente e mi fermai, pallido e affannato. Rimasi un attimo col fiato sospeso, poi lei scivolò giù dalla cassa e disse: ‘Oh, pene, la fita è zofferenza comunque’ (ndr la Garbo dice la frase con accento scandinavo). Capii allora che la fine non era lontana. Quella sera quando il lavoro era ormai alla fine mi dissero: ’Non t’importa vero, se miss Garbo va a casa adesso? Puoi continuare la recitazione fuori campo con la controfigura no?’. Decisi di ballare fino in fondo e portare a termine la scena. ‘D’accordo, dissi”.
Tra il 1939 e il 1940 la carriera hollywoodiana di Laurence finalmente decolla. L’attore interpreta tre film, “La voce nella tempesta” di Wyler (1939), “Rebecca, la prima moglie” di Hitchcock e “Orgoglio e pregiudizio” di Leonard (1940). In seguito, dopo essere stato congedato dall’esercito, prosegue il suo lavoro in teatro e in cinema. Fonda qualche anno dopo il National Theatre ottenendo grandi successi. Il suo mito è sempre il grande Shakespeare che, secondo Laurence, scriveva i suoi lavori teatrali come se fossero delle sceneggiature cinematografiche “anticipava la tecnica dello schermo impaziente com’era – scrive Ugo Casiraghi – e come si dimostra in molti drammi, dei limiti paralizzanti del palcoscenico. E quando il personaggio dialogava coi più vicini della platea, aveva già inventato il primo piano”.
Nel 1944 firma “Enrico V”, un grande spettacolo storico da lui co-prodotto, co-scritto, diretto e interpretato (che verrà accostato ai capolavori “Ivan il terribile” di Eisenstein e “Les enfants du paradis” di Carné). Nel 1948 porta a termine “Amleto”, un dramma psicanalitico che gli fa vincere il premio Oscar come Miglior film e come Migliore attore protagonista. Nel 1955 è la volta di “Riccardo III”, “un feuilleton ossessionato – scrive Emanuela Martini – più sensibile al fascino della narrazione cinematografica di quanto non fossero i primi due. Deformato dalla gobba e dal naso aquilino posticcio, Olivier è al massimo della sua resa interpretativa, come dimostrerà cinque anni dopo con il personaggio disperato di Archie Rice, il vecchio attore di music hall di “Gli sfasati” che Richardson ha adattato da The Entertainer di Osborne. Ma, a parte la commedia che dirige e interpreta nel 1957 (“Il principe e la ballerina”), giocato soprattutto sulla fusione di due diversi mostri sacri, lui stesso e Marilyn Monroe, il cinema gli riserva sempre più spesso pompose partecipazioni di lusso, come Cassio in “Spartacus” di Kubrick (1960).

La fragilità mentale di Leigh e gli ultimi anni di vita con Olivier
Con il passare degli anni, la salute psichica della diva è sempre più precaria e inevitabilmente il suo matrimonio con Laurence ne risente. Racconta ancora Olivier nella sua autobiografia: “Credo che avessimo appena finito di pranzare; so che eravamo seduti a tavola nel piccolo giardino invernale sistemato nella veranda a Durham Cottage e che era giorno. Fu come un fulmine a ciel sereno, una doccia fredda e quasi pensai che le orecchie mi avessero ingannato: ‘Non ti amo più’. Dovevo sembrare abbattuto come mi sentivo perché Vivien continuò: ’Non c’è nessun altro o cose del genere, voglio dire, ti amo ancora, ma in modo diverso, un po’, be’, come un fratello’. Usò veramente queste parole. Mi sentivo come se mi avessero detto che ero stato condannato a morte. La forza centrale della mia vita, il mio stesso cuore in realtà, come per mano del più abile chirurgo del mondo mi era stato tolto. Mi lasciò senza fiato ma non senza respiro; era come se dentro, qualcosa mi avesse reso immobile per sempre come un pesce surgelato. Era sempre stato inconcepibile per me che questa grande, questa gloriosa passione potesse non mantenersi in vita, come una testa coronata dopo l’esecuzione”.
Nel 1961 arriva il divorzio e le strade di Laurence e Vivien si dividono per sempre. Olivier prosegue senza sosta la sua attività artistica e nello stesso anno si risposa con Joan Plowright, anche lei attrice di teatro e di cinema. Dal loro matrimonio nascono tre figli, Richard, Tamsin e Julie- Kate, tutti con la vocazione per il palcoscenico. Con il passare degli anni si diradano le sue apparizioni cinematografiche: “Profondo come il mare” (1955), “La primavera romana della signora Stone” (1961), “La nave dei folli” (1965), mentre in teatro è più attiva vincendo un Tony Award per il musical “Tovarich” (1963). Con i suoi sbalzi di umore sempre più frequenti, l’indimenticabile “Rossella” si allontana dal teatro e dal cinema.
A causa della tubercolosi cronica, Leight muore a Londra l’8 luglio 1967, a soli 53. Con lei scompare una vera leggenda della recitazione e i suoi numerosi fans in tutto il mondo non dimenticheranno il famoso congedo di Rossella in “Via col vento”: ”Dopotutto domani è un altro giorno”.

L’anziano e infaticabile Olivier sulle scene e su set cinematografici e televisivi
L’attore prosegue senza sosta la sua attività teatrale, mentre il cinema gli offre solo qualche possibilità di rilievo come “Gli insospettabili2 (1972) di Joseph L. Mankiewicz, in coppia con Michael Caine, “Amore tra le rovine”, un telefim diretto da George Cukor nel 1975, con Katharine Hepburn e ancora “Il maratoneta2 di John Schlesinger (1976), al fianco di Dustin Hoffman, dove è un nazista spietato e “I ragazzi venuti dal Brasile” (1978) di Franklin J. Schaffner dal romanzo omonimo di Ira Levin, in cui interpreta invece un famoso cacciatore di nazisti.
La televisione, invece, offre a Olivier la possibilità di affrontare ruoli di grande interesse come in “La collezione”, “Viaggio intorno a mio padre”, “Torre d’ebano” che anche Rai Tre ha messo in onda nel 1985 con una sua lunga intervista. Poi, anche per il grande interprete shakespeariano le condizioni fisiche si fanno difficili. “In questi anni – scrive Dario Formisano – i primi attacchi di molti mali: polmonite, cancro, trombosi, distrofia muscolare che mai lo inducono a smettere di lavorare. Ricorda Peter Plouviez, segretario del sindacato attori: ‘Nel 1970 fu colpito da polmonite, mentre lavorava nel Mercante di Venezia. Ma nessuno se ne accorse. Si presentò al pubblico come uno Shylock di quarant’anni e ne aveva sessantatré’. A tenerlo in vita, avrebbe riconosciuto lui stesso, ‘un cuore forte, buoni polmoni ma soprattutto un grande gusto per la vita’. In un’altra occasione, ricoverato in ospedale, afferma: ‘Ritirarmi? Dovranno prima cacciarmi a calci’. Il 13 giugno 1970 la Regina Elisabetta lo nomina Lord, un onore mai toccato ad alcun attore di teatro. Negli anni Settanta e Ottanta Olivier si dedica soprattutto alla televisione, ma a 76 anni ancora offre, a teatro, una magistrale interpretazione di “Re Lear”. Non abbandona neppure il grande schermo, cui regala misurate caratterizzazioni. Nel 1979 ottiene un altro Oscar, alla carriera”. L’11 luglio 1989, nella sua casa di campagna, a 82 anni il Principe Amleto esce di scena per sempre. Di lui dirà l’attrice Glenda Jackson: “Viveva solo quando recitava. Il palcoscenico era al centro della sua esistenza”.
Vivien Leigh e Laurence Olivier, per sempre nella memoria cinematografica e teatrale: oltre che per il loro talento, saranno ricordati come gli indimenticabili protagonisti di una grande e sofferta storia d’amore.





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