Anima, spirito, psiche o mente? E’ la forza di noi, così difficile da svelare e da comprendere….

Pubblicato il 31 Luglio 2026 in , , da Giorgio Landoni
Maschera e volto

Nel secondo decennio del secolo scorso, Luigi Chiarelli, un commediografo che godeva allora di una certa notorietà, scrisse una commedia dal titolo “La maschera e il volto”. Prendo a prestito il titolo per affrontare una questione che ci riguarda tutti: la maschera che portiamo…talvolta, raramente, spesso, quasi sempre

Due brevi notazioni preliminari. La maschera, fingere, non è mentire nel senso dell’errore, ma in quello di presentare un’altra verità.

In secondo luogo, non si tratta solo di riferirsi, come banalmente accade, a qualche opprimente convenzione sociale, e come si afferma anche nella commedia alla quale mi riferisco, quasi a sostenere che senza di essa saremmo tutti liberi e felici. Si tratta più drammaticamente di una sorta di necessità, di un destino che accomuna tutti gli esseri umani, che successivamente illustrerà, in modo appunto drammatico, Luigi Pirandello nel suo celeberrimo: “Uno, nessuno, centomila”, scrivendo: “Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti”.

Forse occorre accettare una semplice constatazione: non è possibile convincere alcuno di una verità (anche solo della nostra personale), se ci si attiene al semplice racconto. Serve qualcos’altro, servono delle menzogne, grandi o piccine, ma comunque simili al vero, verosimili, cioè.

Fino a che punto ci è possibile essere veri?

Da Samuel Johnson, famoso saggista inglese del XVIII° secolo, scelgo una frase che forse potrebbe aiutarci a capire meglio: ”Non so se vedere la vita così come è ci darà molta consolazione; ma la consolazione che viene tratta dalla verità, se ve ne è una, è solida e durevole, mentre quella tratta dall’errore deve essere, come la sua fonte, ingannevole ed evanescente”.[1]

Molto convincente e tuttavia, quando riguarda noi stessi, fino a che punto ci è possibile essere veri? Fino a che punto riusciamo a dire la verità su noi stessi (anche a noi stessi,) a non sostituire quello che non ci disturba troppo sui dati di fatto, quando questi ci riguardano come persone?

Come si può immaginare, mi sostiene il pensiero di Freud che, sin dall’inizio, affermò che la psicoanalisi da lui inventata non era destinata ad avere successo proprio perché smaschera o, per meglio dire, mostra la maschera che ognuno di noi porta, necessariamente anche solo per sopravvivere.

In questa affermazione si può scorgere la prospettiva psicoanalitica secondo la quale l’essere umano (che in genere vorremmo fosse governabile e che tale si suppone o si suggerisce sia), in verità è opaco, non trasparente, in buona parte sconosciuto perfino a se stesso, costretto a mentire, si potrebbe dire, per ottenere quel riconoscimento sociale di cui ha, come tutti, bisogno.

La pubblicistica moderna dell’Occidente solleva un muro di astrazioni a cui consegna il compito di contrastare il rischio dell’interrogarsi su quello che siamo veramente, al di là della maschera. La ragione è evidente: quando questa maschera dovesse cadere, come a volte può capitare, sorgerebbe una domanda impegnativa: “E adesso? Che fare della ferita che subiamo se, a volte, ci capita di scorgere quello che siamo veramente al di là di quello che presentiamo di noi?”.

Non voglio dire che sia tutto si riduca a un’impostura, ma solo che a volte capita a tutti di restare sorpresi, scorgendo certi aspetti di sé di cui non si sarebbe mai neppure sospettata la presenza.

Quando l’età riduce la violenza delle passioni, capita a utti, donne e uomini, di gettare uno sguardo su di noi con disincanto e accorgersi di come sia difficile svelarsi: temiamo di perdere il consenso, ovvero l’amore, del quale abbiamo bisogno tutti, e senza il quale cadiamo nella tristezza e, a volte, anche nella disperazione.

Bisogna ritornare a parlare di anima,  concetto che attualmente non gode di grande successo. All’insegna del materialismo del secolo, si preferisce di solito parlare di psiche, ignorando, però, che quest’ultima è solo la forma moderna del doppio che ci abita.

Anche se il pensiero moderno la impugna di falso ideologico, l’anima era e resta ciò che indica il desiderio, che, appunto, ci “anima”, desiderio di vita perchè essa abbia un senso. Diversamente, siamo solo un corpo, materia ottusa, come dire: più nulla. Risultato, anche, di un certo razionalismo esacerbato del mondo postmoderno che la vorrebbe sepolta e ignorata.

“Siamo spensierati!”, è la cifra spesso proposta. Ma non sarebbe questo a stimolare il pensare-leggere-scrivere (azioni che ci permettono di governare, per quanto possibile, il caso e la contingenza), a celebrare, insomma, la nostra realtà psichica, il nostro teatro interiore. Che è poi il nostro mondo: uguale per tutti, ma interpretato da ciascuno a modo suo. A cominciare dal modo in cui parliamo.

Maschera e volto
Le maschere di James Ensor

Il nostro modo di parlare, una chiave di lettura di noi

A volte il nostro discorso serve per comunicare ad altri quello che siamo, come viviamo, quello che proviamo, insomma, come vediamo la vita. Altre volte, invece, serve, al contrario, per nasconderci. Altre volte ancora vogliamo trasmettere uno stato d’animo positivo perché altri possano usufruirne oppure, al contrario, impediamo l’accesso a uno stato d’animo negativo. E così via.

Il linguaggio, insomma, che per noi umani è un fatto determinante della nostra vita, è stato elaborato sia per chiarire e comunicare quello che abbiamo in mente, ma, nel contempo, anche per nasconderlo, per mentire, persino,  a volte. Questo aspetto del linguaggio è particolarmente evidente nelle situazioni in cui prevalgono sentimenti di ostilità o di rivalità.

Da qui la necessità di chiarire quello che sta accadendo: un compito arduo con il quale siamo sempre chiamati a confrontarci e che a volte si manifesta anche in forme esplosive, per esempio in certe forme di gelosia estrema: sta dicendo il vero o vuole ingannarmi?

Da sempre cerchiamo di realizzare il sogno di una verità oggettiva, totale, che riguardi non solo le cose che ci circondano, la materia, ma anche noi stessi. Allora inventiamo dei linguaggi diversi: per esempio i numeri, la matematica, che dovrebbe sottrarci al dominio delle emozioni o delle passioni. In matematica, infatti, è possibile fare calcoli, senza che siano presenti gli oggetti per i quali tali calcoli si rendono necessari. Dietro i numeri ci siamo sempre noi, che li maneggiamo, li usiamo, li modelliamo, a seconda delle circostanze.

Noi che non siamo “solo” materia anche se non sappiamo bene a cosa si riferisca questo “solo”. Mi ripeto: alcuni lo chiamano anima, sono i sacerdoti, altri lo chiamano spirito, sono i filosofi, altri ancora lo chiamano psiche e sono gli psicologi.

Gli psicoanalisti lo chiamano mente perché si riferiscono all’ipotesi che ci sia in noi qualcosa, un apparato mentale appunto, una specie di macchina astratta,  che non funziona seguendo le leggi della scienza e della tecnica perché queste sono costruzioni della mente stessa.

In altri termini: non esistono giacimenti di scienza o di tecnica. Di conseguenza, se noi cerchiamo di capirci, usando gli strumenti delle scienze esatte e della tecnica, siamo noi stessi a opporci a ogni tentativo di comprensione che non vada oltre la semplice descrizione di quello che si osserva.

Maschera e volto
Maschera di Jackson Pollock

I legami che ci aiutano a connettere ragione ed emozioni, senza vittoria dell’una sulle altre

“Nessun uomo è un’isola” è l’incipit di una famosa lirica di John Donne che forse alcuni conoscono. Abbiamo bisogno di legami, abbiamo bisogno degli altri. Un bisogno tale, così inciso nel nostro corpo che a volte siamo costretti a negarlo nel timore di restarne annientati.

Partiamo tutti da un legame di sangue, lo chiamiamo mamma perché il primo suono che emettiamo con le labbra atteggiate a succhiare è appunto una “mmm” alla quale arriva una risposta, appunto “mmmammmaaa”. Una risposta che non ammette repliche: è così e basta.

Ma poi occorre andare oltre. I greci parlavano di Logos, qualcosa che oltrepassa i legami di sangue per sostituirli con un altro genere di legame, il legame sociale,  un legame più ampio che si costituisce solo con un prezzo da pagare: subire la riduzione del perimetro della nostra volontà.

Il Logos, la ragione, rimane, però, schiavo dell’emozione anche se esiste proprio per tentare di razionalizzare l’esperienza emotiva. Ed è uno sforzo continuo quello di affermarne l’esistenza. Lo constatiamo proprio nel parlare.

Senza complicare eccessivamente le cose, si potrebbe dire che già molto precocemente impariamo a sostituire a quel linguaggio primitivo, espressivo, libero, che ognuno di noi impara dalla propria madre con un linguaggio artificiale, che ha lo scopo di cercare innanzitutto il consenso. Un linguaggio privato, a ognuno il suo, dove si esprime la domanda di riconoscimento che fatalmente passa per lo sforzo di assumere l’aspetto che si ritiene ci permetterà di avere quello che cerchiamo di ottenere.

Qualcosa ci costringe a dissimulare. Si potrebbe dire: il dolore di dover riconoscere che se vogliamo avere amore dobbiamo guadagnarcelo e qualcosa in noi potrebbe costituire un ostacolo a questa aspirazione. Quello che si chiama socialmente l’egoismo, per esempio, ossia la poca cura degli altri. Tuttavia, per fortuna, non è sempre e solo così.

Quell’originario linguaggio espressivo, totalmente sincero anche se incomprensibile, rimane nelle pieghe più nascoste della nostra “anima”. Infatti, il mondo, la realtà materiale delle cose alle quali diamo un nome, è certamente un blocco ottuso e cieco, ma esso racchiude in sé, in ogni tempo, una filigrana di esseri che vivono secondo regole che non sono di questo mondo.

E sono questi esseri, i poeti, che ne possono mutare il cuore. Ognuno di noi può esserlo proprio perché la ragione può accettare l’emozione senza restarne schiava, né questa deve scomparire per lasciare il posto a quella.

Se evitiamo la domanda, il pensiero non potrà che degradarsi in un mondo avido di discorsi volatili, dove alcuni pensano al posto di quanti rinunciano a farlo e parlano perché altri agiscano nel senso da loro voluto.


[1] Da una lettera all’amico Bennett Langton.

In apertura la maschera metafisica di Giorgio De Chirico

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