Dibattito animato sul desiderio di maternità della protagonista del film, la quarantenne Rachel, con ampliamento del tema, sia per la partecipazione attiva di molte amiche Grey Panthers, sia per la presenza dei nostri esperti, il critico cinematografico Pierfranco Bianchetti e lo psichiatra Leonardo Resele. Ecco il report dell’incontro
Sintesi dell’intervento del dottor Leonardo Resele su “I figli degli altri”
Rachel, di lei sappiamo che ha una sorella minore, che ha perso la madre a nove anni, che il padre è attivo nella Comunità Ebraica, che a 32 anni aveva un fidanzato del quale era rimasta incinta e che ha lasciato perché lei non voleva tenere il bambino. (Sappiamo anche che l’aborto per gli Ebrei non è un omicidio; per loro la dignità di essere umano si realizza solo alla nascita).
Rachel è una donna apparentemente sicura di sé e del suo stile di vita. Dichiara di essere fiera di appartenere alla schiera di donne che non hanno figli perché la maternità non è necessaria per la realizzazione piena di una donna. Quando racconta al collega Vincent della sua gravidanza, lui esclama “ti avrei impedito di interromperla”. Rachel lo disprezza, è un bambino, ligio alle regole, incapace di una posizione di orgogliosa autonomia, nella quale lei si riconosce. In realtà così dicendo Vincent le conferma che rinunciando alla maternità Rachel ha rinunciato a una importante occasione di realizzazione di se stessa.
Nel corso della storia Rachel scopre di essere invidiosa delle donne che hanno figli ed è invidiosa anche di Alì che è padre. Ai suoi occhi Alì ha qualcosa in più di lei (la genitorialità) che la fa sentire povera e umiliata. Sin dall’inizio è come se Rachel si sentisse tenuta davanti alla porta: Alì pone attenzione al fatto che i loro rapporti sessuali siano protetti (vedi la sottolineatura della presenza del preservativo); la cosa fa sentire Rachel come figura secondaria. Non solo Alì ha una figlia, ma l’ha generata con un’altra donna. Con lei niente, perché non vuole un secondo figlio. Sono queste le tensioni che fanno allentare la loro relazione e indebolire il loro legame. Infatti Rachel non aspira realisticamente a essere la compagna di Alì, invece si mette in competizione con la moglie, vuole esserlo lei e pretende di diventare la madre di Leila. La situazione diventa progressivamente insostenibile per Alì e per Leila.
Quello che rende tutto difficile, è la realtà della perdita della giovinezza, della capacità di procreare; è la crisi della mezza età, quando una persona si rende conto che la vita non è più un percorso con una fine lontanissima, dove tutto è, prima o poi, realizzabile. Sta sfuggendo la possibilità concreta di portare a termine l’esperienza e l’identificazione della maternità. Chiede al ginecologo che l’ha visitata “quanto tempo mi resta”, e l’anziano medico le risponde “è quello che mi chiedo anch’io ogni mattina”.
Eppure, Rachel si ritira, nega questa realtà; ad esempio, difende appassionatamente lo studente sedicenne e il suo diritto di realizzare le sue ambizioni anche se fino a quel momento ha perso molte occasioni di crescita. Lì si identifica con lui, vuole sentirsi lei stessa come una adolescente con tutto un futuro davanti a sé.
Mal sopporta la propria realtà: quando rincontra di nuovo lo studente instradato professionalmente e capace di impegnarsi per realizzare le sue mete, dopo un po’ lei si allontana; lui è giovane, ha un futuro davanti a sé; lei, invece, si è giocata la possibilità di una maternità; Rachel si sente fallita e inferiore, si allontana da lui per evitare sentimenti di invidia.
Le piace rifugiarsi, piuttosto, in fantasie di brillante autosufficienza, che le stampano d’istinto sul viso un’aria soddisfatta; anche quando incontra Alì che da lontano potrebbe pensare che la carrozzina della nipotina che lei tiene davanti a sé sia quella di un suo figlio (mai nato). E lì si bea di dare questa impressione.
In precedenza, Rachel aveva fatto di tutto per convincere Alì e la figlia Leila che la loro poteva essere un’unione perfetta come padre, madre e figlia. Verso la fine del film per Rachel arriva l’amaro risveglio quando Leila chiede più volte al padre “perché Rachel è sempre qui, io non la voglio!”.
Perché questa riluttanza ad affrontare una maternità? Ricordiamo che Rachel è rimasta orfana di madre a nove anni. Dalla vicenda di questo film possiamo immaginare che la bambina abbia reagito a questa perdita con sentimenti di rabbia e di odio, quasi che la madre l’avesse tradita e abbandonata. Questa constatazione è in linea con quanto riscontriamo spesso in persone che non vogliono avere figli perché istintivamente temono di suscitare gli stessi sentimenti che hanno provato loro. Lei teme che se mettesse al mondo una bambina, questa potrebbe guardarla con odio.
Sotto questo aspetto, il film racconta un’esperienza di ritraumatizzazione: “abbandonata dalla madre”, Rachel vive nell’attesa di una relazione perfetta che guarisca questa ferita. Con il fidanzato voleva una relazione esclusiva che la ripagasse del dolore per la perdita della madre, di essere amata da lui, senza la presenza fastidiosa di un bambino che sottraesse l’attenzione da lei. Il fatto che venga abbandonata da Alì le rinnova l’esperienza traumatica dell’abbandono.
La forza e l’originalità di questo film dipende anche dal fatto non solo che la regista Rebecca Zlotowski è di origine ebraico-polacche da parte paterna ed ebraico-marocchine da parte materna, ma anche che dopo aver accettato la sua impossibilità ad avere figli, è rimasta incinta proprio durante la produzione del film. Per lei, Rebecca, le cose sono cambiate durante la preparazione del film: “per un gioco del destino, proprio quando mi ero messa il cuore in pace, ho scoperto di essere incinta. Il bambino è nato pochi giorni dopo la fine del montaggio». E poi: «Ho girato Les enfants des autres provando un senso di abbondanza.
Odiavo quando le persone mi dicevano: i tuoi film sono i tuoi figli. Fare un film è l’esatto opposto nello spettro della creazione. Quando fai un film, hai il controllo di tutto. Fare un figlio significa essere sopraffatti da qualcosa che non puoi controllare». È nata così «una sorta di lettera d’amore e di solidarietà a tutte le donne senza figli, benché io non fossi più una di loro, ma non appartenessi ancora totalmente all’altra parte».
Video presentazione di Pierfranco Bianchetti (pubblicata in anticipo, alla segnalazione del film)
Integrazione di Pierfranco Bianchetti durante il Cineforum
Il desiderio della maternità stata più volte raccontato dal cinema, che ha declinato i vari aspetti dell’argomento:
La fecondazione in vitro nel 2014 è il tema del film “Joy” (di Ben Taylor), disponibile su Netflix che racconta la storia di Jean Purdy, una giovane infermiera ed embriologa responsabile, insieme a uno scienziato e a un chirurgo, della riuscita del progetto sulla fecondazione in vitro.
Il parto in casa invece che in ospedale è al centro di “Pieces of a woman2 (di Kornél Mundruczò) del 2018, disponibile su Netflix: una coppia di Boston decide di avere la loro bambina fra le mura domestiche, ma avviene qualcosa di imprevisto.
Il procedimento di fecondazione assistita è l’argomento di “Private Life” (di Tamara Jenkis) del 2018, disponibile su MyMovies: due ultraquarantenni di Manhattan con problemi di fertilità decidono di affrontare il percorso di fecondazione assistita.
L’inseminazione artificiale è affrontato da “Due cuori e una provetta”, una commedia sentimentale (di Will Speck e Josh Gordon), disponibile su Prime Video e MyMovies. E’ la storia vera di Kassie, una single quarantenne che vorrebbe diventare madre ricorrendo all’inseminazione artificiale;
La ricerca della madre che ha dato in adozione subito dopo il parto sua figlia è al centro del bellissimo film “Segreti e bugie” del 1996 (di Mike Leigh); una ventisettenne nera londinese adottata da una famiglia che le ha dato tanto amore, decide di indagare per scoprire chi è la sua vera madre naturale. Lo si può vedere su Prime Video e MyMovies.
Il desiderio materno che può provare anche una religiosa. “Maternal” del 2019 (di Maura Delpero), disponibile su RaiPlay racconta la storia della novizia suor Paola, giunta in Argentina per prendere i voti perpetui e per lavorare in una casa gestita dalle suore che assistono ragazze in difficoltà. La giovane sente dentro di lei il forte amore materno per una bambina, Nina, figlia di Luciana, una ragazza ospite della struttura. Il dubbio della religiosa è se assecondare la sua natura di donna o accettare la sua missione di suora.

E per finire, il dibattito, per dare testimonianza ai lettori dell’opportunità di essere presenti
(VP) Buonasera. Accomodatevi, siamo tanti tantissimi questa sera, piacevolmente tanti. A dimostrazione che il cinema ci piace davvero. Probabilmente avete appena finito di vedere il film, così le emozioni, i sentimenti, i pensieri si accavallano e sono freschi e vivi (Se non avete potuto ancora vedere il film per impegni vari, sapete che potrete farlo fino alle 24 di oggi, seguendo il link a MyMovies che vi è stato inviato via mail).
Allora, ben arrivati, buon anno perché è la prima volta, quest’anno, che ci vediamo in presenza. Quindi ci possiamo fare ancora gli auguri perché gli auguri non sono mai abbastanza. Allora auguriamoci un anno pieno di novità, sicuramente denso di cinema, perché abbiamo rinnovato il nostro accordo con My Movies e continueremo, il secondo lunedì di ogni mese (tranne qualche eccezione dovuta a festività) ad attivare il nostro Cineforum. Presenteremo un film con questo nuovo criterio che avete già visto questa volta. Dovrebbe semplificare e togliere tutte le difficoltà tecniche che ci avevate manifestato e che avevamo compreso noi stessi.
Quindi grazie per aver capito il cambiamento di procedura Lo ricordo così che sia chiaro a tutti: già entro la fine della settimana prossima voi troverete in home page su Grey Panthers, lo Speciale dedicato al nostro cineforum che presenterà, in una apposita pagina in apertura, qual è il film del prossimo incontro. La data ve la dico già, il prossimo appuntamento è lunedì 9 febbraio, ma utilizzando questa formula più comoda che abbiamo adottato:
- la presentazione di Pierfranco Bianchetti viene presentata sotto forma di video. E’ una video presentazione per dare a tutti la possibilità di capire e di conoscere tutte le caratteristiche cinematografiche (regista, interpreti, storia del film), che possono ingolosire e farci decidere con qualche elemento in più se siamo interessati o no alla pellicola.
- Une cosa importante da dire è che appena voi sapete il film e appena avete capito che vi può interessare, mandateci subito una mail a Cineforum, dicendo “mi interessa questa volta”. È esattamente come quando si entra al cinema e si compra il biglietto, e ogni volta bisogna comprarlo; anche con il nostro Cineforum non è dato niente per scontato, e ogni volta bisogna comunicare di essere interessati. Quindi se il film vi interessa, scriveteci via mail, dite che volete essere dei nostri, e riceverete, direi entro 24 ore, il link di MyMovies che vi permette di andare sulla piattaforma di MyMovies a prenotare il vostro posto per vedere il film. Tutto gratuito, tutto semplice, ma occorre questa procedura perché dovete passare attraverso il link che vi diamo noi per arrivare alla visione del film che, come avete visto oggi, a partire dalle 14 è disponibile fino alle 24. Quindi anche se avete un abbonamento con MyMovies, anche se siete abituati a scegliere i vostri film, quando volete seguire il nostro Cineforum seguite il nostro link.
- Appena avete seguito il link e avete prenotato il posto su MyMovies, ce lo dite perché è la condizione sine qua non per ricevere anche il secondo link, quello a Zoom e alla riunione, come questa di stasera. Grazie. Spero che tutti abbiate avuto tempo di vedere il film disponibile dalle 14. Chi eventualmente non avesse potuto vederlo, si è comunque collegato. Con noi adesso sa che potrà vederlo entro fino alle 24 o rivederlo, se alla luce del dibattito che animeremo, scoprirete che volete rivedere qualche spezzone.
Dottor Resele, credo che lei questa sera debba fare un po’ la parte del leone. Bianchetti ci ha già dato informazioni nel suo video, il film lo abbiamo già visto, ci aiuti lei a capire di questo film qualcosa di più. E siccome io ho già parlato molto, lascerei a lei anche di utilizzare i silenzi e il parlato per stimolare anche il dibattito.
(Resele): Grazie, buonasera. Vi dico subito la mia prima impressione, vedendo le vostre immagini, vedo che i partecipanti a questo gruppo sono essenzialmente tutte donne. E questo renderà la cosa molto interessante. Perché qui si tratta di comprendere e discutere il personaggio di Rachel, la protagonista del film, la simpatia o forse anche l’antipatia che ha generato in voi. Per come agisce nelle sue scelte e per come si comporta. Perché, riassumendo, si tratta di una insegnante sulla quarantina. Sappiamo subito che, a 32 anni, aveva una relazione importante con il fidanzato di allora che ancora e presente nella sua vita. Sappiamo che era rimasta incinta e ha lasciato il compagno perché si è rifiutata di tenere il bambino. Lui voleva diventare padre, lei non ha voluto la gravidanza, allora. Vediamo anche che lei è una donna piuttosto possessiva. Glielo fa osservare anche il fidanzato: “Ma ancora adesso fai la gelosa?” perché lui ha ricevuto un orologio in regalo e lei deve subito indagare da chi proviene il regalo. Un altro elemento che possiamo individuare in lei è che, possiamo dirlo subito, lei dichiara di essere fiera di appartenere alla schiera di donne che non hanno un bambino, non hanno bisogno di essere madri per essere valorizzate come donne, questa è una dichiarazione di una sorta di fiera autosufficienza.
Tuttavia, è presa dall’angoscia. Vi ricordate la scena con il ginecologo quando gli chiede se ha ancora tempo per restare incinta prima della menopausa: “Quando tempo ho?”, gli chiede. “Guardi, è una domanda che mi pongo anch’io, tutte le mattine mi chiedo quanti giorni mi rimangono. Ovviamente riferendosi a qualcos’altro.” La nostra protagonista al momento in cui si svolge la storia è nella crisi della mezz’età, cioè quando uno si rende conto che la giovinezza sta per finire, che poi nel caso delle donne è una scadenza determinata anche biologicamente con la menopausa
Quanto le vicende del film hanno suscitato in voi sentimenti di simpatia, di compassione, di antipatia? Qualcuno vuole cominciare a dire che impressione gli ha fatto questa vicenda? Poi naturalmente, man mano che andiamo avanti a parlarne, se ci sono delle domande, vi spiego dove è possibile dei meccanismi psicologici che sono in atto.
(Spettatrice) Una domanda che forse ci siamo fatte nella vita è che peso hanno i figli nella nostra realizzazione. Qui non stiamo facendo un questionario per sapere chi ha fatto figli e chi non ne ha fatti. Sicuramente io non ne ho fatti, però parlo spesso di maternità diffusa, cioè di un senso di maternità che ho applicato ai bambini degli altri, ai parenti, agli allievi, ai colleghi. La maternità è un senso, un insieme, un mix di cose che forse non richiede necessariamente un bambino in mano. Viceversa, in altri momenti della vita anch’io stessa per prima ho pensato: peccato aver perso il treno. Come la vedete voi, questa problematica in assoluto e in relazione a Rachel?
(Spettatrice) Sono Diana; sono la meno adatta a parlare di questa situazione, visto che io mi sono sposata a 19 anni perché ero incinta e non ho voluto abortire. Quindi sono proprio l’opposto della donna del film. Però lei ha deciso così e quindi io la rispetto. Io sono completamente diversa. Però, per esempio, ho una figlia che assolutamente ha deciso che figli non ne vuole, mentre mio figlio sì, Io ho anche due nipoti, sono felicissima di avere fatti figli che ormai sono grandissimi, felicissima di avere dei nipoti, però rispetto mia figlia che ha deciso che lei figli assolutamente no. La ragazza allora avrà fatto le sue valutazioni, è un peccato che poi abbia avuto questo rimpianto all’ultimo momento, prima della menopausa.
(Resele) Effettivamente, qui la signora solleva una questione. Perché c’era quella riluttanza a diventare madre quando aveva 32 anni? È una situazione complicata perché ci sono persone che non vogliono avere dei bambini o che passano la vita senza.
L’idea viene dal fatto che forse da bambini hanno avuto (e ne rimane il ricordo) un’infanzia infelice. Devo creare degli infelici? Tante volte non è un ragionamento esplicito, ma inconsciamente succede così. Come se mettere al mondo dei bambini è creare una realtà scomoda o piena di conflitti, di tensioni, di disagi, di infelicità. Questo non è valido sempre in generale, ma la nostra Rachel forse ha vissuto la morte della madre con odio. Come se fosse stata abbandonata.
Non vuole sentirsi colpevole. Forse inconsciamente teme che se lei fa un bambino, il bambino possa guardarla con odio. Per motivi irrazionali, naturalmente, ma che possa generarsi di nuovo una situazione dove un bambino guarda la sua mamma con disapprovazione o con rimprovero.
(Spettatrice) Io vedo niente figli tra tante amiche e colleghe, soprattutto in carriera. Le donne in carriera hanno rinunciato perché la loro visione del mondo e della loro vita favoriva la realizzazione professionale che la appagava di più, per cui hanno rinviato, hanno rinviato fino a un certo punto e poi l’orologio biologico ti dice ‘arrivederci’. In un mondo in cui la donna fino a ieri era rimasta sempre tagliata fuori, diventare manager, dirigente ha favorito questo tipo di scelta, insomma.
(Spettatrice) Purtroppo non ho avuto ancora il tempo di vedere il film. Mi riservo di vederlo stasera. Ho solo letto la trama e mi chiedevo se questa donna manifestasse nel film anche il rimpianto dell’aborto che ha fatto.
(Resele) No, ma l’idea dell’aborto nel film ha un taglio particolare. Rachel è di origine ebraica, è cresciuta in una famiglia ebraica, per la quale il feto non è un essere umano. Per la dottrina ebraica, cioè, si diventa umani al momento della nascita, per cui in un certo senso Rachel si autoassolve di quello che è successo. Comunque lei non è pentita della cosa. Non è pentita. No, non è pentita. Viene il sospetto che lei quando era in gravidanza non voleva dividere l’attenzione del fidanzato con un bambino. Perché in realtà è una donna molto possessiva, vuole tutto per sé. Lo vediamo poi nel seguito del film. Vuole che la figlia di Ali diventi sua figlia. Cioè è smodata in questo. Lei vuole appropriarsi di tutto.
(Spettatrice) Buonasera, sono Paola , mi ritrovo molto in questo film. Io ho avuto un figlio a 42 anni. Situazione analoga. Allora, devo dire che la principale ragione per cui ho voluto questo figlio è stato il peso, la pressione sociale che sento da parte della società su questo fatto che bisogna avere un figlio. Trovo che questa dimensione, vista ancora tutt’oggi, è forte e si presenta come una specie di discriminazione. Se tu non hai avuto un figlio, non sei a posto; allora io, diciamo per non correre il rischio di questo tipo, per non pentirmi dopo, l’ho fatto.
È andata bene. È andata bene, anche se faccio un’analisi un po’ secca, ma la cosa più triste che devo dire oggi, è che secondo me questa pressione esiste da parte della società sulle donne che scelgono di non far figli. Io oggi ho 70 anni
(Resele) Quindi appartiene a quella generazione di ragazze che, quando si sposavano, si trovavano addosso i familiari che chiedevano: “Ci sono novità?”, perché lei ha detto così, perché c’era la pressione della famiglia, dei parenti.’
(Spettatrice) Sì, assolutamente. Diciamo che mi consideravano fuori tempo massimo, ed è stato un miracolo. È stato accettato con tanta gioia come colui che mi avrebbe salvato. Sono state usate queste parole. E trovo che questa cosa esista ancora fortemente oggi nella nostra società.
(Spettatrice) Quando io mi sono sposata, invece, non vedevo il bisogno dei figli. Secondo me, uno per far qualcosa deve sentirne il bisogno. Bisogno non c’è, non lo vedo, non ne sento la mancanza. Per cui io sono andata avanti tranquilla per sette anni. In realtà arrivavano le domande: “Ci sono novità?” Ma i figli quando arrivano?”, e poi mia sorella maggiore che invece tentava disperatamente di avere un figlio e non ce l’aveva, perché non veniva….
Io ho ceduto dopo sette anni di matrimonio, ho fatto gemelli, per cui, contenta. Io mi sono innamorata dei bambini nell’istante in cui li ho visti. Tutto è andato bene, voglio dire. Però ecco, meno male che c’era qualcuno che diceva “ma se tutti gli altri vogliono figli, perché tu non senti bisogno di averli? Sarai un po’ strana”. Io penso che la signora del film si sia accorta del bisogno del bambino solo quando si è ritrovata una bambina tra le mani. Prima forse non si attaccava ai bambini o non sentiva la mancanza perché non ne aveva una.
(Resele) Si, forse. Però è anche vero che Rachel si sentiva in qualche modo declassata perché Ali la accoglie in casa, ma prima di avere un rapporto sessuale con lei, verifica che ci sia il preservativo. Quindi lei sente di essere una donna limitata, non accettata pienamente. Per cui Ali è quello che non ha usato preservativi con la moglie Alice, e che ha generato una bambina, mentre lei è un’altra storia e non c’è spazio per una sua maternità. È lì che viene fuori il vero carattere della protagonista, che non è contenta di essere quello che è, una donna senza bambini. Avrebbe potuto offrirsi come compagna di Ali, condividere la sua vita, avere un rapporto con la bambina senza pretendere di esserne la madre, perché lei è proprio smodata nel suo bisogno di avere tutto.
Tanto è vero che c’è un aspetto molto significativo: la bambina non ne può più di questa donna invadente. Quando poi si separano, si scopre che la bambina ha un sentimento per lei e le dice: ‘Mi dispiace, se non ci vediamo più.’ Questo accade nel momento in cui Rachel non è più la donna invadente che deve essere sempre presente.
(VP) Io prima parlavo di maternità diffusa e ho pensato a questo quando ho visto la scena di Rachel con il ragazzo. Con il suo alunno un po’ maldestro, un po’ prepotente, poco diligente. E come si è comportata con lui? Però la maternità, ammesso che sia una maternità diffusa, quella per cui gli compra la giacca perché lui non ha il cappotto, direi che sul rapporto finale del film con questo ragazzo insomma si comporta sfuggendo, un modo un po’ strano…
(Resele) Voi ricordate che nel consiglio di classe Rachel difende appassionatamente questo ragazzo che scolasticamente rende poco, è rimasto indietro, vorrebbero metterlo in una classe speciale e lei si batte. In un momento particolare della sua vita, quando lei appunto vuole rimanere incinta, vuole avere un bambino, vuole avere uno sviluppo futuro. Sostiene il diritto del ragazzo di realizzarsi professionalmente, di avere una vita piena, “Così come ce l’ho anch’io, che sto andando dal ginecologo e che mi sto battendo per rimanere incinta”, pensa. Quindi lo difende perché si sente ancora adolescente, lei stessa deve realizzarsi. E poi succede quello strano incontro. Al ristorante dove si incontrano, lui le esprime in gratitudine, mostra di aver realizzato i suoi obiettivi.
Lei va via perché non sopporta di vedere questo giovanotto che ha realizzato le sue aspirazioni, mentre lei sente che non ha realizzato le sue. È paradossalmente invidiosa del giovanotto che ce l’ha fatta; lui è stato bravo e determinato e ha raggiunto successo, lei invece no. Quel sorriso un po’ stereotipato e vincente che si stampa in faccia dopo quando scappa dal ragazzo, che cosa sta a dimostrarci?
(Spettatrice) Su questa chiusura del sorriso, io ho dato un’altra interpretazione. Penso che in quel momento lei colga che può essere stata anche genitore nel momento in cui si è battuta di fronte a un consiglio di classe in una situazione sicuramente minoritaria per portare avanti la difesa di un ragazzo che veniva emarginato. La percezione che io ho avuto è che lei in quel momento ha la soddisfazione. Che si richiama anche col titolo, in fondo, lei di quel ragazzo è stata madre, nel senso che gli ha dato gli strumenti per crescere e arrivare. Lui, tra l’altro, non è più solo un cameriere, ma è un responsabile di sala, quindi ha fatto anche carriera.
(Bianchetti) Posso dire, secondo me, che ho trovato il finale bellissimo, cinematograficamente bellissimo. Rachel a un certo punto ha accettato che la vita va così; è chiaro che è un finale aperto e poi ognuno ha la capacità, la voglia, secondo le proprie esperienze, di viverla come può.
(Spettatrice) Sono sempre Paola. Mi è piaciuto molto. Delle cose che ho sentito, condivido la definizione di maternità diffusa. Cioè si può essere genitori senza necessariamente aver procreato. Ho esattamente due amici molto vicini, molto cari, sono entrambi pediatri entrambi senza figli, un uomo e una donna, nessuno di due ha famiglia e loro dicono “ma io ne ho tanti di bambini. Tutti quelli che hanno curato sono i miei figli”. Questo è un caso che è molto vicino al soggetto di cui parliamo, ma è necessario allargare un po’ il concetto, facendo qualcosa di bello, qualcosa di buono, come aver aiutato la vita di quel ragazzo nel film. Quindi mi piace molto questa idea di allargare la definizione di maternità a quello che facciamo di buono nella vita. C’è tanto da fare nel mondo per provare la forma analoga di soddisfazione.
(Spettatrice) Non ho visto il film perché non ho fatto in tempo… Però mi faccio una domanda, stiamo parlando tutti di maternità. Io parlerei un attimo prima di cosa avviene prima della maternità in questo film, ma mi sembra di aver capito che è un aborto. Quindi mi soffermerei su questa anche visione. Noi di retaggio pseudo-cattolico, la vediamo proprio come un delitto. Io sono una signora di 70 anni, per cui ho avuto i miei 20 anni nel secolo scorso. Quindi l’aborto era vissuto proprio come senso di colpa, come macchia, non era da dirlo, non era da parlarne. Ma mi si dice anche che nella cultura ebraica non si parla di omicidio perché l’essere umano diventa tale al momento della nascita. Come si possono conciliare queste due visioni col desiderio di maternità
(VP) Volevo dire alla signora che non ha visto il film, quando lo vedrà, si renderà conto che l’aborto in questo film è una pura citazione storica della vita di Rachel e quindi non è l’argomento del film. È solo una citazione.
(Resele) Io aggiungerei questo, classificarlo come omicidio è più un fatto ideologico e religioso. Interrompere una gravidanza significa interrompere qualcosa di creativo, cioè un feto che cresce, che diventa un essere umano può essere un progetto. È qualcosa che cresce, che si sviluppa. Può essere un’ambizione creativa di una persona.
(Spettatrice) Cosa dite di questo simpatico signore? “Simpatico” tra virgolette? L’ho trovato insopportabilmente normale, non so come dire, non mi ha sorpreso in niente. È proprio lo stereotipo di quello che molti uomini farebbero o avrebbero fatto. Si precipita quando hanno l’incidente, prende in braccio la bambina, notte mia, notte mia, e Rachel potrebbe avere la spina dorsale rotta, ma lui se ne accorge dopo. Anche il discorso dei preservativi, anche il discorso che fa in altri momenti, cioè solo quello che desidera lui, che pensa lui, non concordato, non ragionato. Non mi è piaciuto questo.
(Spettatrice) Sono assolutamente d’accordo, lui è il tipico uomo non italiano, ma mondiale. Devo dire un’altra cosa, lei non desidera il figlio. Il nome dell’amore che ha con lui, cioè non vuole questo figlio, perché adora quest’uomo e dice: ‘facciamo una cosa insieme, facciamo un figlio perché ti voglio legare per la vita’. No, lei vuole il figlio e basta. Quindi lui ha il ruolo che ha in questo caso giustamente. Lei è in competizione con lui, perché lui è un uomo completo di ex moglie e di figlia. E lei vuole dire “sono una donna completa perché ho un bambino”. Quando va con la carrozzina con la nipotina e lo incontra dalla parte opposta del giardino, gioca a fargli credere che quella carrozzina è sua e che quello che c’è dentro è suo figlio.
(Spettatrice) Volevo dire questo, le figure maschili mi sembrano poco sviluppate, francamente, molto ridotte agli stereotipi. Poco approfondite, sono un po’ abbozzate. Perché alla fine la protagonista è lei ed è la maternità, quindi non è la paternità, è la maternità. E comunque a me pareva di aver visto una chiave del film nell’ultima frase che dice: ‘Il ragazzo al ristorante dice: Lei ha lasciato il segno.’ E allora, è proprio questo, secondo me, il tema, cioè la maternità come lasciare un segno. Figlio è un segno, ma ci sono appunto anche altri modi per lasciare un segno di sé nel mondo. Quindi? Può essere attraverso l’educazione, visto che lei è un insegnante, così come può essere la maternità. Il senso della maternità è proprio lasciare un segno, una traccia. Per il futuro.
(Spettatrice) Bisogna dire che la maternità e la paternità servono a continuare il mondo. Non per realizzare noi stessi. Né per lasciare un segno nel futuro, perché se tutti decidessero di non avere figli, il mondo finirebbe con noi. Ho due figli e uno ha anche due bambine. L’altro figlio, invece, per ora non ha figli, ha già 46 anni. E purtroppo il matrimonio si è rotto perché la moglie non voleva figli. E adesso lui vive una situazione ambigua. Ha una separazione ma non un divorzio ancora.
Chi ha abortito dice che non se lo perdona più perché si rende conto che ha sacrificato una vita umana, anche se è in embrione. Nelle scuole queste cose non si insegnano. L’educazione alla paternità e alla maternità non viene fatta.
(Spettatrice) Posso dire che in generale il film, pur essendo un film moderno, non mi è piaciuto molto. Per una buona parte del primo tempo ho avuto la sensazione che la tematica fosse l’innamoramento di queste due figure. Belle, fisicamente ancora prestanti, pieni di vita, quasi in carriera, eccetera. E poi su questo innamoramento tra i due che ci sono anche scene audaci di rapporti sessuali. Poi a un certo punto è entrata la questione del procreare, di fare figli. E la lettura che ho dato fino alla fine è che la procreazione e il fare figli consuma l’innamoramento cioè quando ci sono dei figli, l’innamoramento sparisce. L’ho visto nel film, al di là di tutta la storia che poi lui torna con la ex moglie per far contenta la bambina, che l’ho trovato un po’ così, un po’ la favola. Non importa se la coppia è sposata o non sposata o compagni e clandestina o trasparente però quando si comincia a parlare di figli, l’innamoramento si sparisce. Come dire che i due focus, l’innamoramento da una parte e il fare figli, non possano coesistere. Questa è la mia lettura del film. Grazie. Mi piacerebbe sentire cosa dice l’esperto?
(Resele) Il discorso è complicato perché per il protagonista avere un figlio è una questione di completezza personale. Anche una questione di potere, perché come si diceva prima, lei si sente inferiore perché non è alla pari di Ali, come se tra di loro fosse una competizione.
Questo suo bisogno di essere dominante su di lui e sulla figlia di lui, è qualcosa che logora il loro rapporto. Tant’è vero che lui a quel punto dice “tanto vale, mi rimetto con mia moglie. Faccio contenta anche la bambina che continua a chiamare la mamma”. Il figlio non è un progetto condiviso, non ne parlano mai di un figlio, in realtà è un progetto solo di lei.
(VP) Prima di chiudere però avevo fatto una domanda a Pierfranco e vorrei dargli parola, perché è stato paziente fino adesso. Allora, quali altri film sulla maternità ci suggerisci?
(Bianchetti) Il desiderio della maternità è stato più volte raccontato dal cinema che ha declinato i vari aspetti dell’argomento:
Fecondazione in vitro nel 2014 è il tema del film Joy (di Ben Taylor), disponibile su Netlik, che racconta la storia di Jean Purdy, una giovane infermiera ed embriologa responsabile insieme ad uno scienziato e a un chirurgo alla riuscita del progetto sulla fecondazione in vitro;
Il parto in casa invece che in ospedale è al centro di Pieces of a woman (di Kornél Mundruczò) del 2018, disponibile su Netflik, una coppia di Boston decide di avere la loro bambina fra le mura domestiche;
Il procedimento di fecondazione assistita è l’argomento di Private Life (di Tamara Jenkis) del 2018, disponibile su MyMovies; due ultraquarantenni di Manhattan con problemi di fertilità decidono appunto di affrontare il procedimento di fecondazione assistita;
L’inseminazione artificiale è affrontato da Due cuori e una provetta, una commedia sentimentale (di Will Speck e Josh Gordon), disponibile su Prime Video e MyMovies, la vicenda vera di Kassie, una single quarantenne che vorrebbe diventare madre ricorrendo all’inseminazione artificiale;
La ricerca della madre che ha dato in adozione subito dopo il parto sua figlia è al centro del bellissimo film Segreti e bugie del 1996 (di Mike Leigh); una ventisettenne nera londinese adottata da una famiglia che le ha dato tanto amore, decide di indagare per scoprire chi è la sua vera madre naturale;
Il desiderio materno che può provare anche una religiosa. Maternal del 2019 (di Maura Delpero), disponibile su Rayplay, racconta la storia della novizia Suor Paola giunta in Argentina per prendere i voti perpetui e per lavorare in una casa madre gestita dalle suore che assistono ragazze in difficoltà. La giovane sente dentro di lei il forte amore materno per una bambina, Nina, figlia di Luciana, una ragazza madre ospite della struttura. Il dubbio della religiosa è se assecondare la sua natura di donna o accettare la sua missione di suora.
(VP) Grazie Pierfranco e grazie a tutti. Credo che in qualunque dibattito in TV, se oggi avessero parlato di maternità, forse non ci sarebbe stato quel calore, quella partecipazione che avete tirato fuori voi, in base alle vostre esperienze di vita vissute. Questo credo che sia un valore di cui noi dobbiamo essere consapevoli, perché possiamo trasmetterlo anche ai giovani. Quindi grazie intanto per questo appuntamento. Il prossimo cineforum sarà il 9 febbraio. Vi chiederei la cortesia di seguire la procedura che è molto semplice e molto facile, ma è fondamentale per non perdervi per strada altrimenti succede come oggi che alcuni sono stati ripescati all’ultimo minuto che erano già le 17 e noi stavamo preparandoci al Cineforum. Grazie a tutti

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