Parma è la città dove sono nata e dove ho vissuto fino all’età di ventidue anni. Da allora è rimasta nel mio cuore. Qualcuno da detto che si rimane parmigiani per sempre. Io sono una di loro. Alla mia città ho dedicato tanti ricordi, una prosa poetica e alcune poesie
Parma, scrisse Attilio Bertolucci, è la città della poesia, perché la poesia la si respira nell’aria, nei profumi, nell’arte, nella musica. Giuseppe Verdi e Arturo Toscanini ne sono testimoni. Alberto Bevilacqua, in un suo romanzo, raccontò: “ Dall’Oltretorrente, i tre passavano il Ponte di Mezzo, che divideva la città del popolo da quella dei borghesi e degli agrari, e Federico fissava le luci d’acqua morta che via via si rintanavano alle sue spalle, tra le canne, per far posto ai tigli dei viali.” È lo spirito dei borghi, delle case colorate affacciate sul torrente, lo sfumare delle colline in lontananza che sono parte del suo fascino. Quando è sera, il tramonto accende i suoi rossi nelle acque del torrente. Le antiche piazze, le cupole, i sagrati si riempiono di misteriose penombre.
La mia città
La mia città sta agganciata alle ultime colline. Innalza la sua geometria fantasiosa oltre i campi di papaveri e di grano, là dove il torrente si dilata nella piana. Si muove di molti ori tra guglie e sfere. Non conosce l’opaco. Non è mai docile e quieta, neppure nei colori.
Quando le nebbie si mischiano ai suoi bagliori, ti seduce più da vicino, nel silenzio dei chiostri, tra gli spessi muri dei borghi. Ha luoghi mistici e densi, dove far scivolare i pensieri. Sopra le sue piazze si raccolgono in volo le macchie chiare dei colombi. L’aria rotola nei vicoli, portando in giro storie di duchi e di passioni.
Il fiume la divide come un melograno. Oltre i ponti, le case si addossano in file scompigliate. Portano ancora i segni degli antichi giorni guerrieri. La mia città sa vivere ardendo. Accende le promesse di là dagli argini del fiume. Ti parla coi canti delle genti. Ti corrompe coi suoi odori contadini. È audace, intrigante e fiera.
Quando l’hai conosciuta, non puoi più scrollartela di dosso. Talvolta ancora la sogno, chiara sotto la luna di luglio, fragrante come i giardini della mia infanzia.
(“da “Le trasgressioni di Miranda”)

MEMORIE
Ho chiuso gli occhi
e ti ho chiamata,
mia città, sublime
sopra gli archi,
danzatrice d’acque
e di nebbie,
mio grembo.
Il tuo volto scava
groppi di memorie.
Ho chiuso gli occhi
e ti ho guardata,
mia città,
selva di ardori,
impudica coltre
di giovinezze…
La mia stagione
ti è già breve
esauste le mie notti
senza specchi.
E tu rimani,
azzardo d’ombre
furore di cupole
e palazzi.
Ho chiuso gli occhi
e ti ho fermata,
mia città,
docile presenza,
antico germoglio
terra promessa.
Ma il passato si accorcia
e solo poco resta:
un agguato di luce
un rumore di piazze
e mia madre
e mio padre
in bicicletta
sulla strada del fiume.
(da “Le ultime scale”)

LO SAI?
Lo sai? Mi mancano
le tue nebbie
e l’odore di terra
quando piove
e dietro le mura
i gesti degli alberi
che affollano i giardini.
Un tempo mi turbava
il rumore di foglie
nel fosso
perché il silenzio
era un vizio,
un’ipotesi di futuro:
ora è un tormento.
Io sono nata
in una culla di alberi
ma ho visto spegnersi
i fiori dei bengala
e staccarsi le piume
degli uccelli in fuga.
La vita mi era custode.
Quando la notte
si riempiva di stelle
ascoltavo mia madre e mio padre
con mormorio di sassi
sbriciolati nel buio.
Stendevo le parole
come erba sulla pelle.
Lo sai? Oggi i ricordi
mi scuotono di dosso
i fantasmi della morte.
Ritorna il tenero
aprirsi di un’attesa
una spinta d’aria
una luna da raggiungere.
Resta talvolta
il fresco germogliare
della sera.
(“da Poesie in transito”)
Foto di Paola Pancaldi Pugolotti


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