“Cent’anni di solitudine”, una serie tra storia e leggenda 

Pubblicato il 20 Settembre 2026 in , da Valentina Zavoli
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L’adattamento del capolavoro di Gabriel García Márquez porta sul piccolo schermo una produzione Netflix fedele al libro, ricostruendone tutte le suggestioni. Sullo sfondo di una Macondo corrotta dalla modernità, aleggia ancora la maledizione della famiglia Buendia, tra vita e morte, mito e realtà, incanto e perdizione, come l’anima del popolo sudamericano

Ci sono voluti cinquantasette anni per portare sul piccolo schermo “Cent’anni di solitudine”, il romanzo simbolo di Gabriel García Márquez scomparso a 87 anni nel 2014. A rifiutare la cessione dei diritti è sempre stato lo scrittore colombiano premio Nobel per la Letteratura nel 1982, perché convinto che solo una produzione interamente spagnola o comunque di cultura e lingua iberoamericana avrebbe potuto restituire lo spirito del suo capolavoro. Solo dopo che il progetto ha convinto i suoi figli, Rodrigo e Gonzalo García Barcha, la fiction ha preso corpo, vedendoli nel ruolo di produttori esecutivi.

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La saga dei Buendía

Considerato il capostipite della corrente letteraria del realismo magico, il libro, uscito nel 1967, ha venduto oltre 50 milioni di copie ed è stato tradotto in più di 40 lingue. Quello che è stato definito da Pablo Neruda “il più grande romanzo in lingua spagnola dai tempi di Don Chisciotte” racconta la storia di sette generazioni della famiglia Buendía, a partire dal capostipite, il sognatore José Arcadio e l’indomabile Úrsula Iguarán, sua moglie e cugina di primo grado, che alla fine del XIX secolo fondano il villaggio di Macondo dove vivere una vita libera dal pregiudizio (il connubio fra consanguinei) ed essere padroni del proprio destino. Con loro, 21 famiglie li seguiranno nella giungla. Inizia così una narrazione dove si mescolano i miti caraibici e le superstizioni ancestrali, parabola dell’essenza di un continente meticcio. Insieme alla saga familiare c’è la critica a ogni guerra e alla violenza del potere, il capitalismo rapace delle compagnie bananiere, le trame del governo centrale che sfrutta l’ignoranza e la debolezza dei peones (contadini). Dalla fondazione del villaggio strappato alla giungla alla sua decadenza passano quasi cento anni di “solitudine”, un isolamento immaginato dal resto della storia della Colombia che ne ricalca le vicende reali abbracciando un secolo, dal 1830 circa al 1930.

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Una produzione imponente

La regia della serie tv, disponibile su Netflix (si può vedere qui) porta la firma della coppia di registi Alex García López (argentino) e Laura Mora (colombiana). Quest’ultima ha vissuto tre anni ad Alvarado, una città sulle Ande colombiane dove è stata ricostruita l’immaginaria cittadina di Macondo in quattro versioni, per mostrare il passare del tempo. Anche la troupe è stata imponente: 700 persone con picchi di 1300 figuranti. Una menzione particolare va alla ricostruzione della casa della famiglia capostipite, i cui mobili d’epoca sono stati acquistati da negozi di antiquariato locali e una squadra di artigiani del posto ha costruito ad hoc tessuti e manufatti. La sceneggiatrice Barbara Enríquez ha parlato del gran lavoro filologico nel dare forma ad un luogo simbolo della fiction: “La casa è solo un altro Buendía. Quando Úrsula è felice, la casa è felice. Quando Úrsula è depressa, la casa sembra depressa. Quando la città va in guerra, la casa va in guerra”. “Cent’anni di solitudine” vanta un cast di eccellenza, composto da Marco González nei panni di José Arcadio Buendía e Susana Morales (giovane attrice rivelazione) in quelli di Úrsula Iguarán, personaggio interpretato nella versione adulta e anziana da una non meno intensa Marleyda Soto. Oltre a loro, Jerónimo Barón e Claudio Cataño sono il colonnello Aureliano Buendía rispettivamente nelle versioni da piccolo e adulto. Non sfigura il nostro Ruggero Pasquarelli (pescarese naturalizzato argentino diventato l’idolo delle teen-ager di tutto il mondo grazie alla telenovela “Violetta”) nel ruolo del maestro di musica Petro Crespi.

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Gabriel García Márquez con i figli_ Credits foto lavanguardia.com

Il cerchio si chiude

“La famiglia Márquez ha avuto da Netflix la garanzia che il romanzo sarebbe stato raccontato in 16 ore, 16 capitoli e questo ha permesso a noi registi di fare un bel lavoro” ha dichiarato a Repubblica Alex García López . “Ogni episodio è come un film da 60 minuti” – ha precisato la Mora. E infatti la serie si compone di 16 episodi totali, di cui 8 andati in onda a partire dal dicembre 2024 e gli ultimi 7 dal 5 agosto di quest’anno, mentre l’ultimo episodio che conclude l’epopea andrà in onda fra poco, il 26 settembre.  In questa seconda tranche Macondo vive la trasformazione e la decadenza dovuti all’arrivo della civiltà che porta con sé La United Fruit Company, la compagnia bananera responsabile di corruzione e avidità. La strada ferrata la collega al mondo esterno ma ne segna anche la rovina. La morte di Aureliano e Úrsula fa calare il sipario sulla stagione felice della famiglia Buendía e i loro discendenti non potranno che compiere il destino di una stirpe marchiata dalla maledizione originale. Nel discorso in occasione della consegna del Premio Nobel, García Márquez ha commosso la platea dichiarando di sentirsi il cantore “di una patria immensa di uomini allucinati e donne storiche, la cui ostinazione si confonde con la leggenda” con la missione di onorare “una utopia di vita dove l’amore si dimostri vero e la felicità sia possibile e dove le stirpi condannate a cento anni di solitudine abbiano alla fine e per sempre una seconda opportunità sulla terra”.

 

Credits foto P. Arellano, Netflix

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