“Nella carne” di David Szalay. Quante cose si possono dire con un ‘Okay’

Pubblicato il 11 Gennaio 2026 in , da Emma Faustini
nella carne

“Nella carne” di David Szalay è un cerchio perfetto che racconta la vita di István, che si dipana in un’alternanza di successi e disfatte sullo sfondo della storia europea degli ultimi quarant’anni, raccontata con un linguaggio scarno, con le azioni e le reazioni piuttosto che con le parole

In apertura: la caduta del muro di Berlino – Autore: Gavin Stewart, 1989

Se alle volte, ai lettori appassionati e un po’ navigati, viene da pensare che tutto è già stato scritto, ecco che poi arriva un romanzo che spiazza, che fa dire “no, un libro così non l’avevo mai letto”, un libro così non è mai esistito. Questo è sicuramente il primo effetto che produce “Nella carne” di David Szalay. Per fortuna, poi ce ne sono molti altri.

“Nella carne” è la storia di István, dall’infanzia all’età adulta, da un paese imprecisato dei Balcani all’Iraq a Londra, e ritorno nel paese imprecisato dei Balcani. In mezzo una vita e la storia dell’Europa negli ultimi cinquant’anni, una storia veloce, intensa, travolgente. In mezzo un personaggio di cui non vengono mai descritte le fattezze fisiche, ma che vive tutto quello che gli succede ‘nella carne’. Un personaggio che si esprime con poche, pochissime parole tra cui ‘Okay’. Ok è la parola più detta e scritta nel romanzo. Ok sono due lettere che riescono a trasmettere stati d’animo tra i più diversi, atteggiamenti contrastanti, acquiescienza oppure accordo, rassegnazione o determinazione, contentezza o sopportazione. István attraversa la vita senza un bagaglio speciale.

È un uomo attraente, come deduciamo dalle molteplici relazioni sessuali (e talora sentimentali) che intrattiene nel corso della vita. È un uomo forte, come deduciamo da un breve commento sul suo comportamento nel carcere minorile e dalle occupazioni successive, nell’ambito della sicurezza. È un uomo fortunato, per certi aspetti, e ricco, per un certo tempo. Arrivato, sistemato. Un uomo realizzato, con una moglie e un figlio, per qualche anno. Un uomo distrutto. che ha perso il figlio e tutto il resto, per gli anni dopo. La parabola di István è raccontata con un linguaggio scarno, con le azioni e le reazioni piuttosto che con le parole (bizzarro a dirsi, dato che si tratta di un romanzo). Non c’è nessun racconto di sé, nessuna considerazione a posteriori, nessuna previsione o immaginazione o aspettativa che il protagonista esprima nel corso di tutto il libro. E questa è una scelta coraggiosa e quasi estrema: come si possa raccontare un personaggio e una vita evitando di descrivere i pensieri, le motivazioni, l’auto-narrazione.

Coerente con la scelta di scrivere non solo o non tanto una vita qualunque, quanto il modo in cui la Storia – le guerre, i cicli economici, le leggi, le rivoluzioni silenziose o rumorose, le trasformazioni tecnologiche e industriali – determina il destino anche quando non ci si pensa, anche quando il semplice vivere occupa tutto il tempo e rappresenta tutto l’orizzonte. La figura di István, il modo diretto e quasi crudo con cui affronta ogni giorno, la semplicità per cui il sesso è sempre sesso e mai amore, il cibo è nutrimento e mai esperienza, il lavoro è fatica e mai realizzazione di sé, sono tutti elementi che colpiscono durante la lettura e restano come opzioni, o domande aperte, di una vita diversa ma non meno degna e non meno significativa.

E si evidenzia una contraddizione che peraltro è intrinseca nella letteratura: che se da un lato si può e si deve raccontare la vita di chi ha poche parole, di chi si esprime soprattutto attraverso il corpo, di chi afferma la sua presenza nel mondo attraverso degli atti e dei silenzi, è altrettanto vero che senza la narrazione, senza il racconto di sè, degli altri e di tutto quello che sta intorno, senza le parole non c’è memoria. Così sta allo scrittore di dare le parole a quelli che non le hanno, forse non perché gli sono state tolte ma semplicemente perché le ritengono superflue. Come se la vita bastasse senza che venga raccontata. Se non ci fosse stato David Szalay a narrarci István, e attraverso István le mille, i milioni di vite che hanno attraversato gli anni vivendo solo “nella carne”, si sarebbe tutti più poveri, più sperduti, più sguarniti, più sprovveduti. Per quando la carne sia quello di cui si è fatti e sia quello che stabilisce i limiti, non si può prescindere neppure dalle parole. Che per fortuna possono essere essenziali e perfette come quelle di questo romanzo.

nella carne“Nella carne” di David Szalay

«Forse è a quell’età, pensa István, che hai la prima percezione di non coincidere esattamente con il tuo corpo, di occupare lo stesso spazio senza essere proprio la stessa cosa, perché una parte di te resta indietro rispetto alla trasformazione fisica e ne è sorpresa come potrebbe esserlo un osservatore esterno, e a quel punto non ti senti più in totale armonia, ma ti viene da parlare del tuo corpo come fosse un’entità leggermente separata, benché ti riesca sempre meno di opporti ai suoi desideri».

È un cerchio perfetto la vita di István, che si dipana in un’alternanza di successi e disfatte sullo sfondo della storia europea degli ultimi quarant’anni. Dall’Ungheria a Londra e ritorno, dal crollo della Cortina di ferro alla pandemia, passando per la seconda guerra del Golfo e l’ingresso nell’Unione Europea dei Paesi dell’ex blocco sovietico, la sua è la parabola di un uomo in balìa di forze che non è in grado di controllare: non solo quelle all’opera sullo scacchiere politico del Vecchio Continente, che lo manovrano come un fantoccio, ma anche quelle – istintive – che ne governano la carne, spesso imprimendo svolte decisive alla sua esistenza. Tutto – i traumi e i lutti, i traguardi raggiunti e le potenziali soddisfazioni – lo lascia ugualmente impassibile, pronto a fronteggiare ogni accadimento, dal più fortunato al più tragico, con l’arma del suo laconico: «Okay». E forse è davvero questa l’unica ricetta per attraversare incolumi il tempo che ci è concesso in sorte: solcarlo senza illusioni, abbandonandosi alla corrente. Con questo romanzo David Szalay ci consegna un personaggio insieme magnetico e respingente, un discendente ideale della stirpe di Barry Lyndon e Meursault – e si conferma uno dei più singolari e ironici cantori del nostro acuto smarrimento.

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