Quello che Alamaro pensava fosse giusto e saggio era del tutto cambiato negli ultimi cinque minuti. Aveva un nome da bottone d’ordinanza. Ma chi gliel’aveva dato? Suo padre, il gran bastardo, o sua madre, la gran puttana?
Alamaro Maria Martini Bianco. Un bottone, la madonna e un aperitivo alcolico tra loro vicini, a identificare un uomo di straordinario successo, che il mondo conosceva con un altro nome. Lui però il suo vero nome lo sapeva bene, purtroppo, anche se aveva profuso ogni sforzo nell’atto di dimenticare.
Dimenticare non è frutto di un banale esercizio di rimozione. Non riconoscere più se stessi non è cosa che fa male, se uno desidera essere qualcosa d’altro. Alamaro aveva deciso da piccolo che, a differenza di tutta la massa di persone in cerca di una qualche non meglio definita promanazione di sé perduta o di una qualsivoglia porzione d’anima dimenticata , lui non voleva ricordare, bensì rimuovere, assolversi dal compito di ritrovare il proprio passato, perché non era per nulla convinto che ripercorrere il proprio male fosse una buona strada per purificarsi.
Se aveva profanato se stesso o altri, quello in cui voleva trovarsi ogni mattina era il punto zero, con dietro niente. Per lui andava bene così. L’abisso che si apre a pochi passi da ciascuno gli interessava soltanto evitarlo.
Visse così fino a trentanove anni, finché un giorno, a caso e senza motivo, spuntò un ricordo.
Una mattina, mentre il suo autista lo accompagnava in ufficio, vide un bambino con una cartella rossa sulle spalle. Non vedeva una cartella da decenni, perché ormai tutti usavano gli zaini. Invece quel bambino con i pantaloncini corti aveva una cartella rossa. Come quella che un tempo aveva avuto lui.
Flash tramortizzante. La cartella rossa, il viaggio indietro nel tempo, la sensazione di contrarsi fino a rimpicciolirsi nelle dimensioni di un seienne. Il primo giorno di scuola. Lontano, angoscioso, con la cartella rosso sangue.
Ricordò se stesso entrare in una grande sala. Tutti i bambini accompagnati da un genitore, meno lui, che era solo. Aveva una paura orribile degli altri bambini. Perché i bambini felici, quando sanno di avere vicino un adulto e sono consapevoli di essere amati, diventano più cattivi. I bambini felici erano lupi feroci per Alamaro, bambino infelice e non abbastanza solo da evitare di essere ogni giorno riempito di qualcosa di sporco da espellere e mandare via. Una vittima, ecco quello che stava facendo di lui il destino. Aveva paura dei bambini felici, dei loro sguardi sicuri, del loro atteggiamento che denunciava la salute e lo stare bene. Lui non era mai stato bene un solo giorno in vita sua e quel salone lo faceva tremare.
Quel ricordo lo travolse con l’impeto di un dolore lacerante e Alamaro si costrinse ad abbandonarlo.
Si era salvato studiando e lavorando e scordando man mano tutto ciò che subiva. Subiva, sopportava e dimenticava. Subiva, sopportava e dimenticava. Andando avanti così, di sofferenza in dimenticanza, aveva preso le distanze da se stesso, e dal male. Così era diventato l’uomo che era: geniale, vincente, estremo.
La morte dei suoi genitori adottivi, avvenuta quando lui aveva nove anni, l’aveva molto aiutato. Un pomeriggio era rientrato e li aveva trovati in un lago di sangue, cosa che non lo aveva scosso più di tanto. Non si era chiesto né i motivi del gesto, né le ragioni di un tale scempio. Erano entrambi crudeli e Alamaro archiviò il fatto con infantile semplicità, come espiazione delle loro colpe nei suoi confronti. Dopo le esequie, fu affidato alla nonna materna, la gran vacca, che appena saputa la notizia gli aveva comunicato con tono asciutto che intendeva continuare a usarlo come avevano fatto figlia e genero. Lui trovò in meno di un giorno il modo di evitarla per sempre, con grande profitto.
“Mi dispiace, Dottor Accardi, ma siamo bloccati da un incidente.” Gli disse l’autista, fermando la discesa agli inferi di Alamaro. “Vuole che mi informi su quanto ci vorrà per ripartire? Oh, mi scusi. Volevo dire accardi.” Galimberti si ricordò che il capo desiderava che ci si chiamasse tutti per cognome e senza titoli, in modo da preservare le distanze che ognuno meritava di conservare.
“Non si preoccupi, Galimberti. Stamattina non ho fretta.” Rispose Alamaro. Alessio Maria Accardi, un nome che suonava bene, che riportava a un’infanzia in villa e a studi in università rinomate. L’aveva trovato su una rivista, scegliendo a caso. Aveva tenuto solo Maria, come una scaramanzia e per avere una protezione divina.
Galimberti lo guardò con stupore nello specchietto e Alamaro ricambiò lo sguardo con un po’ meno di un mezzo sorriso, che era il suo modo distaccato per distaccarsi dalla conversazione.
Galimberti si chiuse senza fatica nel mutismo richiesto dalla professionalità e Alamaro, per la prima volta in vita sua, oltre a non avere interesse per il raggiungimento del posto di lavoro, ebbe interesse per il suo passato.
Continuò a sezionare quella mattina di scuola finché la macchina non si fermò davanti al palazzo dove stava il suo ufficio. Pieno centro, edificio storico, tutto suo. Aprì la portiera e gli venne in mente la cartella rossa, ossessiva. Voleva finire i suoi pensieri. Richiuse la portiera.
“Andiamo, Galimberti.” Disse.
“Dove, Accardi?”
“Le va bene Venezia?”
Galimberti evitò di guardare nello specchietto, perché in una mattina così piovosa e fredda la sua voglia di andare a Venezia era zero. Cosa significava chiedere se la meta andava bene? Doveva andare bene per forza, non c’è altra possibilità per chi è stipendiato. Almeno a Venezia non circolano le macchine e il suo lavoro sarebbe finito alle porte della città. Ma cosa saltava in mente a quell’uomo così attaccato al lavoro? Sperò che la crisi rientrasse in giornata.
Alamaro sapeva che Galimberti si stava chiedendo se per caso fosse impazzito – cosa che peraltro si chiedeva lui stesso -, ma non si giustificò. Chiese a Galimberti di chiudere le comunicazioni con l’esterno.
In tre ore analizzò i suoi primi anni di scuola, fino ad arrivare al giorno della morte dei suoi genitori. A quel punto Galimberti lo guardò nello specchietto e gli disse che erano arrivati.
Alamaro scese dalla macchina. “Grazie. Vada pure a pranzo. Torno tra cinque ore.” Galimberti sapeva che, se il capo diceva cinque ore, sarebbe arrivato esattamente dopo trecento minuti. Avrebbe passeggiato per Venezia e aspettato. Erano anni, che aspettava. Aspettare era il suo lavoro, e anche la sua malattia. La sua passione era il suo lavoro, il suo lavoro portare in giro la sua passione. Quante volte aveva visto le iniziali di lui sulle valigie: AMA. Un invito, più che una sigla. Un invito celato nel nome di un uomo freddo, del quale detestava il modo di fare sempre distante e sempre lontano. Cinque anni che lavorava per lui e mai gli aveva sentito pronunciare il suo nome. Accardi era un uomo che attraversava con lo sguardo le persone per cui non nutriva interesse, e lei per lui era un essere neutro che guidava la macchina.
Alamaro camminò per ore nella città in cui era nato. Non sapeva se stesse cercando qualcosa, ma sentiva riaffiorare un che di perduto. Era bastata una stupida cartella rossa sulle spalle di un bambino in un giorno di pioggia ed era iniziato il primo giorno imprevisto di tutta la sua vita così genialmente metodica, così ecletticamente pianificata. Dopo trent’anni si materializzò nella sua mente la vista dei genitori adottivi esangui e il senso di beatitudine che aveva subito provato vedendoli svuotati dei loro fluidi impuri. Non l’avrebbero più infettato, da quel momento in poi. Per prima cosa era andato a prendere il libretto di risparmio su cui stavano i soldi che i due putridi avevano guadagnato vendendolo qui e là, in lunghi pomeriggi feriali e infinite luride domeniche. Non li avrebbe lasciati alla nonna. Lei si poteva prendere il resto, ma i soldi no, erano suoi. Con quelle e con le ricche mance scucite ai viziosi un po’ con i sorrisi un po’ con il ricatto – soldi che custodiva Vittoria, la sua unica amica – ce l’avrebbe fatta.
Liberarsi della nonna era stato facilissimo, perché lui era intelligente e lei era un’avida laida, e la mattina dopo il funerale era partito. Era la prima volta che rivedeva Venezia, in quel banale giorno di svolta epocale.
Si sedette al Caffè Florian e rimase lì a guardarsi in giro, restando senza pensieri per un po’. Non sapeva cosa faceva, ma lo faceva volentieri. Galimberti lo vide e andò a sedersi nel tavolino vicino. Lui non se ne accorse e Galimberti, dopo mezz’ora di riflessione, cadde in preda della pazzia, prese un tovagliolo e iniziò a scrivere.
Perché ci sono giorni nella vita in cui si impazzisce non è dato sapersi. Non capita a tutti, questo no. Capita a certe anime inquiete quando decidono di squietarsi del tutto, o di acquietarsi per sempre. Costanza aveva percepito in tutta la sua forza il cambiamento che stava avvenendo in Accardi, e per osmosi psichica cambiò anche lei. Non avrebbe dovuto dire niente, lo sapeva, ma le parole scorrevano da sole sul foglio di carta che aveva staccato dall’agenda e quello era il giorno. Questo fatto della convenienza e delle gerarchie l’aveva logorata. La cosa bella sarebbe stata potersi dividere in due, infischiandosene dell’integrità. Poter dire quello che sentiva di dover comunicare e continuare a comportarsi come prima: quello sì che sarebbe stato fantastico. Quello che provava la lacerava e, anche se a ben vedere una lacerazione è un modo come un altro per aprirsi, non ne poteva più. Si alzò di scatto, si avvicinò a lui e gli mise sotto il naso il messaggio.
“Costanza. Io mi chiamo Costanza e non passa un minuto in cui non pensi a te, Alessio. Ma sono stanca di spiarti nello specchietto. E adesso vattene a casa da solo.”
Poi gli piantò in mano le chiavi della macchina e non gli diede il tempo di dire una parola. Tutto fu così rapido che Alamaro ebbe appena il tempo di guardarla mentre si allontanava. E questa volta la vide. Aveva una borsa rossa sul fianco sinistro e fu a causa di quell’accessorio che le corse dietro. Quella era proprio una giornata assurda.
“Galimberti, lo so che il suo nome è Costanza. La prego di accettare le mie scuse e di tornare a casa con me.” Disse lui con calma, non avendo alcuna intenzione di apportare altre modifiche alla sua esistenza, almeno in quell’istante. Ci mancava solo di perdere un bravo autista solo perché si era innamorato di lui. Rimpianse di aver avuto la stupida idea di prescindere sempre dal sesso del candidato, quando assumeva qualcuno. Era giusto e corretto, ma poteva rivelarsi immensamente seccante. Lo sapeva, e continuava a fare lo stesso sbaglio.
Galimberti non si aspettava una reazione così pacata. Mas cosa aveva fatto? Cosa aveva detto, anzi, peggio ancora, scritto? A casa aveva un figlio, e il lavoro lo doveva conservare a tutti i costi. “Mi scusi, Accardi. Perdoni il mio comportamento insensato. Non so cosa mi è preso.”
“Non si affanni, è la stessa cosa che è successa anche a me proprio oggi. Non vede dove siamo finiti? Venga, Galimberti, torniamo a casa.” Archiviato il problema dell’autista, Alamaro continuò ad astrarsi per tutto il viaggio di ritorno. Era stata una buona idea, tornare a Venezia, a parte il fatto che aveva scatenato la follia di Galimberti? Aveva avuto senso per le sue sinapsi prigioniere dell’oblio? Il funerale dei suoi era stato lunghissimo, la nonna piangeva e con l’alito dolciastro degli alcolizzati a bassa voce gli aveva sussurrato: “Domani pomeriggio mi dici dove sono i soldini così andiamo a prenderli. Meglio che li custodisca un adulto. Ora ci sono io.”
Quelle parole non erano una consolazione, ma una minaccia. La mattina dopo Alamaro non andò a scuola.
Passò da Vittoria, ritirò il denaro, andò alla stazione e partì. Per tutto il tempo Vittoria aveva pianto e lui la odiò, perché sentiva che quelle lacrime lo indebolivano. Odiava veder balenare le lacrime sulle guance delle donne. Arrivò a Milano, poi a Nizza e infine si fermò a Saintes Marie de la Mer, in Camargue, perché gli piaceva l’odore del sale, la cui presenza gli pareva che purificasse l’aria, che restituisse candore alla sua anima infettata. Sentì con forza indubitabile che il suo riscatto sarebbe cominciato da lì. Un posto libero, amato dai nomadi, adatto a un nomade bambino senza passato. Organizzò lì la sua nuova vita pulita e presto capì di essere una persona capace di annusare l’aria, di capire gli eventi, di plasmare le cose. A dieci anni Alamaro iniziò un piccolo commercio di sale, e ritornò a scuola. Era uno studente eccellente, e tutto nella sua vita solitaria era perfetto. Vittoria andava a trovarlo ogni estate e, quando lui aveva sedici anni e lei ventisette, gli confessò a metà vacanza che lo amava. Erano a cena sotto un pergolato.
“Galimberti, potrebbe cortesemente fermarsi al primo Autogrill? Ho necessità di mangiare qualcosa.”
“Certo, tra due chilometri c’è una stazione di servizio.”
Alamaro chiese all’autista se aveva appetito o se voleva bere qualcosa di caldo. “No, grazie. La aspetto qui.”
Meglio così, per Alamaro, che non avrebbe dovuto vedere lo sguardo afflitto dell’autista femmina. Non riuscì a mangiare in pace perché un tizio lo riconobbe e lo scocciò per tutta la cena, cercando di estorcergli chissà quale miracoloso consiglio. Ma lui voleva tornare al suo passato.
Tornato in macchina, pensò al profondo dispiacere che aveva provato per Vittoria, perché non desiderava che lei si aspettasse qualcosa da lui. Unno dei suoi desideri primari era che nessuno si aspettasse nulla da lui. E invece adesso Vittoria lo amava, a dispetto della differenza d’età. Non era più perfetta la sua vita, ora che c’erano su di lui aspettative diverse dalle sue su se stesso. Le disse che non la amava e finì il suo petto d’anatra. Invece la amava, ma aveva solo sedici anni e aveva respirato troppo sale.
Galimberti parcheggiò davanti all’albergo. Alamaro viveva da solo in una suite di uno dei suoi molti alberghi e non vedeva l’ora di farsi una doccia e andarsene a dormire. Non aveva mai avuto problemi d’insonnia, malgrado tutto. Chiudeva gli occhi e ogni bruttura scivolava via dalla sue palpebre. Scese dalla macchina e fece per richiudere la portiera.
“Le prendo la valigetta nel baule.” Disse Galimberti. Alessio si rese conto che la stava dimenticando. Mai successo prima, mai. “No, grazie, ci penso io.”
Aprì il baule e vicino alla valigetta vide la borsa rossa. Sì, assomigliava molto alla sua cartella di prima elementare. Alzò lo sguardo e incrociò nello specchietto la smorfia contratta delle labbra di Galimberti, che cercava di darsi un contegno. Alamaro era un uomo di carattere saldissimo e non fece una grinza.
“Quanti anni ha, Galimberti?”
“Trentanove.”
“Anch’io.”
“Lo so.”
La vita è improvvisa, certe volte, e per chi sa gestire l’improvvisazione questo è forse uno dei modi migliori in cui essa si possa presentare. Alessio però odiava le improvvisate della vita e già era abbastanza disturbato per aver rivisto Venezia. “Ci vediamo alle otto e trenta domani mattina. Buona serata.”
Mentre entrava nella hall pronunciò inavvertitamente una parola. Costanza.

Mi ricordo bene di te, leggevo tutto quello che scrivevi e mi piacevi molto e questo capitolo conferma la mia impressione. Complimenti ci tenevo a dirtelo. Una buona serata
Grazie, Maria Luisa. I lettori si conquistano uno a uno e poi bisogna farli restare. Cercherò nel mio piccolo di non deluderti. Grazie davvero. 🙂