Propaganda e controllo sociale alla base delle Fake News, che nascondono un grande problema narcisistico, di amore sconfinato per se stessi

Pubblicato il 30 Marzo 2026 in , , da Giorgio Landoni
Fake News

Quali caratteristiche deve avere una notizia per essere qualificata in questo modo? La questione potrebbe avere una certa importanza perché non si tratta solo di verificare che le informazioni di cui siamo sovraccarichi siano veritiere, cioè corrispondano a qualche realtà effettivamente esistente, ma anche di considerare che notizie fasulle cercano di indurre comportamenti che possono risultare nocivi. A noi e agli altri, anziani compresi

Per avere almeno un inizio di risposta alle domande di cui sopra, basta interrogare una qualsiasi delle molte intelligenze artificiali oggi disponibili per trovare più o meno questa definizione: “Le fake news sono informazioni deliberatamente false o fuorvianti, create e diffuse per ingannare il pubblico o per manipolare l’opinione pubblica”. Sono insomma le bufale o anche notizie fasulle, come diciamo in italiano.

In fondo avrei anche potuto intitolare queste righe più o meno in questo modo: effetti sociali della propaganda.

Non si tratta di un fenomeno nuovo e certo nessuno sarà così ingenuo da ritenere che le cose siano sorte solo ora, in questo tempo presente. Se leggiamo qualche trattato al riguardo, vediamo che si tratta soprattutto della storia del linguaggio politico al quale si aggiunge e si sovrappone però, nella nostra postmodernità, il linguaggio della pubblicità che cerca di spingerci a  determinati comportamenti.

Nelle Fake News un miscuglio di comunicazione politica e pubblicitaria

Gli storici non hanno avuto bisogno che sorgesse la moda delle fake news per analizzare le leggende che, normalmente, sorgono e circolano nell’opinione pubblica. Marc Léopold Benjamin Bloch (Lione, 6 luglio 1886 – Saint-Didier-de-Formans, 16 giugno 1944), un eminente storico francese, scriveva che l’informazione falsa è lo specchio in cui la coscienza collettiva contempla i propri lineamenti.

Dunque, per lui, le notizie fasulle interpellano la coscienza collettiva. In altre parole, la nostra coscienza personale, individuale, può confluire in un ammasso collettivo dove essa perde i suoi lineamenti per assumerne di comuni, di tutti e di nessuno.

Effettivamente le notizie false sono un’operazione di linguaggio, che permette di avere una presa sulle coscienze individuali e collettive non solo per pubblicizzare qualcosa in modo da promuoverne la diffusione, ma specialmente per spingere ad agire nel senso desiderato.

Si tratta di usare il linguaggio e l’immaginazione per negare la realtà, sostituendovi le proprie illusioni. In questo modo, però, non si distrugge solo la realtà dei fatti, ma, attraverso il controllo che si esercita sulle persone e sulle collettività che esse costituiscono, anche le relazioni umane.

Le illusioni e il loro destino

Illusioni
Francesco Borromini durante la ristrutturazione di Palazzo Spada a Roma, volle che si vedesse un’enorme scultura di Marte, alla fine di un corridoio colonnato di 40 metri. In realtà, il corridoio è lungo 8 metri circa, e la statua è alta solo 60 centimetri. Le illusioni sono anche ottiche, come si vede. E queste risalgono a molto tempo fa

Ho nominato le illusioni. In psicoanalisi si intende per illusione non un’attività di pensiero o il risultato di una riflessione come esito di un’esperienza, bensì la manifestazione dei nostri desideri più antichi, più profondi, più radicati in noi anche se non sempre riusciamo a percepirli. Essi sono come addormentati in noi, ma possono essere risvegliati dalle circostanze più varie e allora premono per farsi ascoltare e ottenere la soddisfazione che cercano.

Si può dire, infatti, che questi desideri, queste spinte interiori, cerchino comunque in primo luogo un appagamento, in qualsiasi modo, anche sovrapponendo, mischiando e confondendo sogni e realtà, creando una realtà parallela dove essi trovano modo di realizzarsi, appunto come in un sogno, ma ad occhi aperti quali tutti ne facciamo continuamente.

La letteratura mostra continuamente esempi di questo tipo. Autori come Jonathan Swift o Joseph Conrad, William Golding o George Orwell oppure, per rimanere in Italia, Luigi Pirandello o Italo Calvino, fanno un continuo riferimento  a questo tipo di “inganno” di cui tutti possiamo essere artefici oltre che vittime.

Le illusioni non sono, però, errori, né gli errori sono necessariamente illusioni. Questo vale soprattutto quando alla loro realizzazione manca la componente essenziale costituita dal desiderio umano, il quale non è per forza di cose falso. Per esempio, se acquisto un biglietto della lotteria mi illudo certamente di scegliere il numero vincente, perché desidero vincere. Il desiderio che motiva il mio comportamento non ha in sé nulla di falso, ma semplicemente nutre un’illusione. Altrimenti perché mai acquisterei un biglietto?

Anche la scienza ci presenta continuamente esempi di illusioni: qualcuno fa una scoperta eccezionale ma questa, in un lasso di tempo più o meno breve, svanisce, lasciando poche tracce dietro di sé. Dunque era illusoria la speranza di avere scoperto qualcosa di straordinario, però il desiderio di passare alla storia non ha nulla di falso o sbagliato.

L’illusione non è neppure una menzogna. La menzogna è un’arma potente e perfino molto utile in certe circostanze. Per esempio, si possono fornire menzogne deliberate soprattutto, ma non solo, in tempo di guerra.

Anche all’interno di questa categoria si possono comunque distinguere i discorsi relativi alle relazioni pubbliche (la pubblicità  in fondo è sempre un poco menzognera), da quelli degli esperti nella risoluzione di problemi, i quali vendono i loro prodotti sul mercato della pubblica opinione. Accadeva così, ad esempio,  in certi film western, dove qualche ciarlatano magnificava le virtù salutari delle sue misture.

Quando questo accade, si produce una profonda confusione tra l’esercizio dell’informazione e la vendita di opinioni.

Ma c’è un altro aspetto importante nella menzogna perché essa può assumere quel valore che i semiologi chiamano “performativo”: cioè il loro linguaggio può produrre le azioni  che esse enunciano. Se dico per esempio :”Ti amo”,  non si tratta solo di un atto linguistico che si accontenta di descrivere qualcosa, ma esso può produrre quello che enuncia, l’amore.

In conclusione, ogni credenza nella cui motivazione prevalga l’appagamento di un desiderio e che quindi prescinda dal suo rapporto con la realtà, può essere vista come un’illusione in quanto rinuncia alla propria convalida tramite l’esperienza e fornisce così una base favorevole alla diffusione delle “fake news”.

Si può dire quindi che le parole sono intese là dove esse sono attese.

False informazioni: come …

Il linguaggio, una eccezionale caratteristica che appartiene solo agli esseri umani (a meno di non volerne estendere arbitrariamente i confini), ha il grande potere di creare simboli, il che gli permette di offrire al pubblico, cioè a tutti noi, ogni tipo di informazione, sia attesa sia temuta.

Le cose si complicano ulteriormente oggi a causa della disincarnazione del mondo favorita dai sistemi formali dell’informatica e della cibernetica, i quali ci pongono di fronte a una miscellanea di dati che possono costruire scenari alternativi, stante la potenza di computer in grado di creare realtà virtuali, veri specchietti per le allodole. Quell’allodola che ciascuno di noi può diventare quando si forniscono le condizioni favorevoli.

Quali sono queste condizioni?

  • Affinché una falsa notizia nasca e si diffonda imponendosi, occorre che nella società in cui essa si diffonde, si costituisca prima un terreno culturale adatto.
  • Questo terreno è costituito dall’insieme delle nostre emozioni più forti, quelle più primitive, più naturali si potrebbe anche dire, capaci di creare pregiudizi, odi e rancori tenaci, oppure amori sviscerati, spietati perché senza limiti, insomma idealizzazioni di ogni tipo che generano paure e terrori profondi.
  • Situazioni di questo tipo sono abbastanza comuni, facili da osservare. Per esempio, quando si formano grandi aggregazioni di umani in luoghi aperti o chiusi: piazze, stadi o anche semplicemente discoteche, maquesto vale pure con gli sterminati pubblici della televisione..
  • Si tratta di un dato clinico: si possono creare stati emotivi comunitari, condivisi, che possono raggiungere una intensità, una violenza tali da rasentare la follia o anche da precipitarvisi a capofitto, producendo realtà fittizie, leggende  prese per realtà, analoghe ai deliri dei malati di mente.

… e perché

Risulta impossibile capire come l’umanità possa accogliere con favore pregiudizi, rumori, folli idee collettive, false informazioni insomma, se ci rifiutiamo di prendere atto della tendenza, tutta umana, di cercare con grande energia di crearsi delle rappresentazioni condivise di quello che capita, in modo da usufruire della sensazione di potenza generata dal sentimento di avere ragione, di essere dalla parte giusta, che sorge quando un’idea qualsiasi trova molti sostenitori. Questo a prescindere dalla verità di quello che si condivide, dalla sua aderenza alla realtà concreta. Quello che conta è il sentimento di forza, di potenza che si prova.

La nostra realtà è in fondo abbastanza semplice: ogni opinione ama le convinzioni, i pregiudizi, le illusioni che l’hanno fatta nascere anche quando si tratta di convinzioni deliranti, malate potremmo dire, anzi soprattutto allora. Come si suol dire: un grande problema narcisistico, in primo luogo di amore sconfinato per se stessi. Quindi, in realtà si può anche dire che nessuna “fake news” è fortuita se non in apparenza.

Quello che in essa appare fortuito è solo l’incidente iniziale che si rivela capace di scatenare il lavoro della nostra immaginazione.

Pochi rimedi (non soluzioni), come il recupero delle competenze e il riconoscimento del valore di chi sa davvero

Pare abbastanza evidente che non esistano soluzioni definitive capaci di abolire il fenomeno delle notizie fasulle. D’altra parte, in molti casi, se interpellassimo coloro che le diffondono, li vedremmo sostenere che si tratta, invece, di notizie perfettamente corrispondenti alla realtà e dunque vere.

Tuttavia, possiamo adottare qualche rimedio che, oltre a proteggerci, costituisce un esercizio capace di mantenere vigile il nostro intelletto e quella che Bloch chiamava “coscienza”, che forse potremmo anche nominare “senso di responsabilità”.

  • In questo senso, da quanto precede dovrebbe risultare abbastanza chiaro il ruolo  centrale di quello che chiamiamo “pensiero”: rinunciare alla soddisfazione illusoria di condividere con altri il sentimento di “avere ragione”, come dire, riuscire a pensare anche contro noi stessi.
  • Non è per niente facile lavorare contro le proprie rappresentazioni spontanee, riuscire nel compito di contrastare le idee che più amiamo, spesso all’origine di una falsa coscienza. Ci risulta difficile rinunciarvi poiché la rinuncia viene giustamente percepita come un danno, come sempre quando si è costretti a rinunciare a una proprietà personale.
  • Compito difficile non significa però impossibile, se solo siamo in grado di sopportare una certa dose di dispiacere, che accompagna inesorabilmente parte della nostra  esistenza, in vista di qualche vantaggio che giungerà sempre come compenso ma solo successivamente.
  • Occorre avere una qualche base di fiducia in noi stessi, sentirsi soli non come abbandonati e reietti, ma come capaci di stare abbastanza bene “con se stessi”.

Quale il vantaggio allora? Uno per tutti: esercizio delle nostre capacità di valutare situazioni, fatti, eventi e anche persone per quello che esse sono, non per come vorremmo che fossero. Si potrebbe dire: mantenere e coltivare uno spirito critico, in senso positivo, capace di proteggerci e di tutelarci.

I media che ci forniscono le informazioni sono i più responsabili di un certo accomodarci passivamente che comporta, invece ,un degrado delle nostre funzioni critiche. Essi in genere misurano la pertinenza di un’informazione non dalla sua corrispondenza al vero, alla realtà, ma dagli effetti che essa produce.

Sovente si tratta di informazioni-mercanzia che cercano solo un mezzo di trasporto per diffondersi secondo una logica imprenditoriale che genera una disinformazione orientata e amministrata in modo uniforme, in una forma di totalitarismo non politico, ma culturale.

Nessuno ragionevolmente pretenderà  che questo controllo sia un fatto esclusivo dei nostri tempi: il controllo sulle menti e sul pensiero è innanzitutto un fatto di linguaggio, di parole e di suoni e quindi probabilmente presente da sempre e dappertutto anche se in forme diverse.

La portata della voce dipende, però, dai canali di comunicazione attraverso i quali essa è autorizzata a passare. Le notizie non circolano con la stessa forza e intensità sia che prendano la forma di chiacchiere da bar o quella di un programma televisivo . Ne consegue che il valore delle informazioni dipende meno dall’esattezza dei fatti che esse riportano che dagli effetti prodotti nello spazio numerico.

Questi effetti sono strettamente legati alle emozioni scatenate poiché esse riducono fortemente, a volte sino ad abolirla, la capacità di analizzare le situazioni per capirle e favoriscono invece reazioni di rifiuto, sensazioni di ingiustizia, di risentimento, di odio senza un domani.

A quanto precede si aggiunge un fenomeno che, per quanto universale nel tempo e nello spazio, assume oggi una dimensione nuova. Sempre più spesso, infatti, persone competenti in grado di presentare fatti reali e non situazioni create dai pregiudizi personali sono sostituite da celebrità e personalità mediatiche unite dal denominatore comune della notorietà a scapito della competenza e anche, perché non dirlo, tenendo a freno le proprie inclinazioni personali.

Fake NewsPer finire…

  • Le fake news sono il segnale di un rapporto problematico fra desideri personali e realtà.
  • Il linguaggio usato non è in sé il problema, ma è ciò che lo rende evidente.
  • La forza delle notizie false non risiede che nella disponibilità delle persone ad accoglierle, specialmente quando esse rispondono a bisogni emotivi profondi, a paure, a rancori o a idealizzazioni condivise. In questo senso, la disinformazione non è un accidente del nostro tempo, ma è una possibilità sempre presente nel linguaggio umano, amplificata oggi dalla potenza dei media e dalla velocità dei canali di diffusione.
  • Noi possediamo, però, un rimedio: il lavoro del nostro pensiero, la capacità, difficile ma necessaria, di mettere fra parentesi le nostre convinzioni più care resistendo alla soddisfazione illusoria dell’“avere ragione” per preservare un certo spazio di autonomia individuale e quindi anche collettiva.

Perché, anche se non siamo fatti per pensare, se non viviamo per pensare, dobbiamo, però, pensare per vivere.

 

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