La COP30 tenutasi in Brasile alla fine del 2025 ha dimostrato, al di là delle diverse posizioni degli scienziati, che per ora non si è capaci – o forse non ci si impegna abbastanza – di influenzare la temperatura del pianeta e la diminuzione dei combustibili fossili
Nei resoconti giornalistici sulla COP30 tenutasi in Brasile alla fine del 2025, ci si lamenta per la presenza dei lobbisti dei combustibili fossili. Qui di seguito un estratto da un reportage, preso in Rete, se ne trovano diversi dello stesso tenore.
Dal sito Economia Circolare: “Francia, Italia e Svezia inondano la COP30 con lobbisti dei combustibili fossili, minando la credibilità dell’UE come leader autoproclamato in materia di clima, già messa in dubbio quando è arrivata con fragili obiettivi climatici per il 2040″, ha affermato Kim Claes di Friends of the Earth Europe, parte della coalizione Fossil Free Politics. Oggi, grazie a una nuova analisi condotta appunto da Fossil Free Politics (FFP) e dalla coalizione Kick Big Polluters Out, sappiamo quanti lobbisti sono accreditati per prendere parte alle trattative per il clima di Belém: “I lobbisti dei combustibili fossili invadono i negoziati sul clima della COP30 in Brasile, con la più alta percentuale di partecipazione mai registrata”. Ogni 25 delegati che incontrereste se foste nelle stanze della Conferenza, uno sarebbe un lobbista. Che – come inchieste condotte per le COP precedenti ci hanno dimostrato – lavora per gli interessi della propria azienda anziché per quelli della collettività.”
Un altro esempio preso dal sito The Good Lobby: “Secondo il report della coalizione ambientalista Kick Big Polluters Out (KBPO), nelle ultime cinque edizioni hanno preso parte ai negoziati circa 7000 lobbisti fossili. Quest’anno, inoltre, rispetto alla COP29 di Baku, si registra un aumento del 12%, un vero e proprio record! In termini assoluti, la presenza dei lobbisti era stata più alta sia a Baku (1773) sia a Dubai (2456). Ma in termini percentuali, quella di Belém è la più alta concentrazione di lobbisti del fossile mai registrata. È inaccettabile che l’industria responsabile della maggior parte delle emissioni di gas serra – e quindi della crisi climatica – possa non solo sedere ai negoziati sulle strategie di riduzione delle emissioni e di abbandono delle fonti fossili, ma farlo con un numero così sproporzionato di rappresentanti. Un’influenza che, di fatto, consente all’oil & gas di orientare le politiche climatiche e rallentare il processo di decarbonizzazione”.
Quali sono stati i risultati dei lavori della CoP 30? Anche questi si trovano in Rete e possono essere confrontati con l’Accordo di Parigi che era stato approvato e sottoscritto nel 2015 da almeno 190 Paesi del mondo. È interessante esaminare anche soltanto qualcuno dei punti di questi accordi. Per esempio, sia nell’Accordo di Parigi sia nel documento emesso nel 2025, si parla di mantenere l’aumento di temperatura al di sotto dei 2°C, e possibilmente al di sotto di 1,5°. Queste affermazioni, da una parte dimostrano una certa presunzione da parte degli esseri umani: si crede di essere in grado di modificare l’andamento della temperatura del pianeta, quando in realtà, non si è in grado di definire un dato oggettivo e accettato da tutti, anche soltanto per quanto riguarda la misura della temperatura. Oggi le misure più attendibili sono quelle che si basano sui satelliti meteorologici, e si possono trovare nel sito dell’Università dell’Alabama. Queste misure sono state messe a punto e sono disponibili soltanto a partire dal 1979. Si può vedere qui di seguito: anche senza elaborazione matematica, si riconosce bene l’andamento crescente, con una accelerazione negli ultimi 10 anni (cioè più o meno, a partire dall’Accordo di Parigi del 2015).
L’andamento dal 2015 ad oggi dimostra, al di là delle diverse posizioni dei diversi scienziati, che per ora non si è capaci – o forse non ci si impegna abbastanza per questo – di influenzare la temperatura del pianeta.
Se poi si esaminano i valori delle emissioni di CO2 riportati nella figura qui di seguito per alcuni Paesi significativi, si vede che a livello globale (World), le emissioni sono sempre in crescita a partire dagli anni ’40 del secolo scorso. Si può anche osservare che le emissioni dai Paesi EU hanno cominciato a scendere già dal 1980 circa, quelle degli Stati Uniti più o meno dal 2000, mentre sempre dal 2000 aumentano più in fretta quelle della Cina e anche, benché in misura minore, quelle dell’India. La spiegazione principale di questi dati viene dal fatto che le attività manufatturiere sono state trasferite dai Paesi più ricchi a quelli in cui il costo del lavoro è più basso. Molti oggetti di uso corrente vengono quindi prodotti a costi bassi e poi sono trasportati nei Paesi più ricchi dove vengono consumati in grande quantità.
Il grafico tiene conto in qualche modo anche dei trasporti, perché è basato sul consumo di combustibili fossili; ma non è chiaro con quale criterio le emissioni dovute ai trasporti sono attribuite al Paese da cui si parte, oppure a quello di destinazione. Si potrebbero fare molte considerazioni aggiuntive, ad esempio evidenziando il fatto che i consumi pro capite non stanno aumentando. Ma quello che interessa qui è far notare come le risoluzioni che vengono adottate dalle CoP (ormai da 30 anni a questa parte), nonostante siano sottoscritte da molti Paesi, sembrano camminare lungo una traiettoria parallela a quella in cui si muove il mondo reale. Tutto questo è indipendente dalla presenza nelle CoP di rappresentanti dei produttori di combustibili fossili.
Il fatto è che il mondo reale continua a credere nella crescita (crescita economica e non solo), e non è disponibile a tenere conto che il pianeta ha dimensioni finite. Sembra provato che la crescita permetterà di aumentare il benessere – non solo nei Paesi già ricchi, ma anche in quelli più poveri. E che l’energia ottenuta con tecniche rinnovabili permetterà di aumentare i consumi senza nessun tipo di restrizione. Però le rinnovabili per ora non sono rinnovabili, perché hanno bisogno di utilizzare molte risorse non infinite; e che l’emergenza più importante sono la produzione di rifiuti e l’inquinamento.
Una soluzione possibile è quella proposta dal professor Herman Daly, il primo che ha proposto il concetto di Economia dello stato stazionario: fermare o rallentare la crescita dei Paesi ricchi, e lasciare che i Paesi più poveri si sviluppino, ma più lentamente e seguendo percorsi un po’ più rispettosi della natura e dell’ambiente. Inoltre, diminuire i trasporti di oggetti – soprattutto di quelli di scarso valore – da un capo all’altro del mondo, permetterebbe di diminuire il consumo di combustibili fossili, e le conseguenti emissioni di gas serra.
Va da sé che tutto questo comporta una riorganizzazione piuttosto profonda dell’economia, a partire dal tipo di lavoro disponibile – meno posti di lavoro nei trasporti e nella logistica, più posti in fabbrica e in agricoltura o nei servizi. Produrre quello che serve vicino a dove si vive permetterebbe di risparmiare sui trasporti, mentre per evitare di sprecare risorse inutilmente sarebbe importante sostituire la competizione con la collaborazione.
Questo cambiamento è possibile, anche perché attualmente la ricchezza offre enormi opportunità. È il caso di ricordare le affermazioni dell’economista svizzero Pamini. Pamini sostiene che nella storia dell’umanità non c’è stato momento migliore di oggi per vivere. Lo si può vedere da molti indicatori. La mortalità infantile (tra 0 e 5 anni), ad esempio, è un indicatore comprensivo di sviluppo, perché incorpora la qualità del sistema fognario, dell’approvvigionamento idrico, dei valori nutrizionali nella popolazione, del sistema sanitario, nonché la capacità economica delle famiglie di far fronte a spese impreviste, a sua volta possibile a fronte di un avvenuto risparmio personale. Oggi la mortalità infantile nei Paesi più poveri del mondo è paragonabile a quella in Europa negli anni 1930-1940.
Non vi è nessun Paese con una speranza di vita alla nascita inferiore a 50 anni. La percentuale di persone che vivono in condizioni di estrema povertà, che era pari all’85% della popolazione mondiale nel 1800 e al 50% nel 1966, oggi è circa il 9%. Il benessere è correlato in modo chiaro con il prodotto interno lordo pro capite; ma ci sono anche altre opportunità, come per esempio la possibilità di studiare, il rispetto dei diritti umani che aumenta, i servizi sociali e sanitari… Opportunità che possono essere utilizzate non solo per vivere meglio, ma per fare proposte e programmare un futuro diverso e migliore. In passato, e particolarmente negli ultimi decenni, tutto questo progresso è stato possibile perché c’era energia disponibile a basso prezzo; e si trattava di energia fossile. Oggi si sostiene che i combustibili fossili vadano evitati, ma non c’è ancora una alternativa valida dal punto di vista energetico. E ci sono anche altre alternative da considerare: tra collaborazione e conflitti, tra globalizzazione e valorizzazione dei prodotti locali, tra crescita e lentezza.




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