Alcune regole cambiano e rendono la scelta tra TFR e fondo pensione più rilevante. Importante è fare attenzione a come cresce il capitale, quando lo si può usare prima della pensione e quante tasse si pagano quando lo si incassa
Negli ultimi mesi si è tornati a parlare di previdenza complementare: da quest’anno alcune regole cambiano e rendono la scelta tra TFR e fondo pensione più rilevante. Non riguarda soltanto chi entra oggi nel mondo del lavoro: riguarda anche genitori e nonni, che vogliono aiutare figli e nipoti a decidere con consapevolezza, evitando errori “di distrazione” che poi si pagano a fine carriera. Per orientarsi, in realtà, basta guardare tre cose: come cresce il capitale, quando lo si può usare prima della pensione e quante tasse si pagano quando lo si incassa.
Il TFR (Trattamento di Fine Rapporto) è una quota dello stipendio che viene accantonata ogni anno e che il lavoratore incassa quando termina il rapporto di lavoro. Se resta nel circuito “tradizionale” (cioè non viene destinato alla previdenza complementare), queste somme rimangono trattenute dal datore di lavoro: in pratica sono un debito dell’azienda verso il dipendente e verranno liquidate solo alla cessazione del rapporto. Nel frattempo, la legge impone una rivalutazione annuale basata su una parte fissa (1,5%) più una parte legata all’inflazione misurata da Istat (il 75% dell’indice). È un meccanismo semplice e prevedibile: non dipende dai mercati, non oscilla, segue una formula.
Il fondo pensione, invece, è previdenza complementare: il TFR maturando (e, se lo si desidera, anche contributi aggiuntivi) confluisce in una posizione individuale intestata al lavoratore, quindi in un “contenitore” di cui il lavoratore è già titolare. La disponibilità resta regolata dalle norme (anticipazioni, prestazione finale), ma il punto è che quelle somme non restano nella gestione dell’azienda: entrano in una posizione personale, separata e tracciata. Qui non esiste un rendimento “promesso”: i risultati dipendono dal comparto scelto e dall’andamento dei mercati. In cambio, però, l’ordinamento fiscale premia chi costruisce questa seconda gamba previdenziale.
Novità 2026, cosa scegliere tra TFR e fondo pensione
Le novità del 2026 spingono chiaramente nella direzione della previdenza complementare, e lo fanno in un ordine molto logico. La prima novità, la più “forte” nella vita reale, è il passaggio dal vecchio silenzio-assenso a una forma di adesione automatica più strutturata: dal 1° luglio 2026, per i neoassunti del settore privato, se entro 60 giorni non si comunica una scelta diversa, può scattare l’iscrizione al fondo pensione previsto dal contratto collettivo (o dagli accordi aziendali/territoriali), con avvio dei versamenti secondo le regole previste (TFR e, dove previsto, anche contribuzione). Le somme finiscono in una posizione individuale e, per impostazione standard, vengono investite in un percorso “life cycle”, cioè con un rischio che tende a ridursi con il passare del tempo e con l’avvicinarsi della pensione.
La seconda novità è fiscale: dal 2026 il limite annuo di deducibilità dei contributi versati alla previdenza complementare sale da 5.164,57 euro a 5.300 euro. È un incremento contenuto, ma concreto, e aggiorna un tetto rimasto fermo per moltissimo tempo.
A queste si aggiunge un terzo filone, molto importante per superare un’obiezione tipica (“poi mi obbligano alla rendita”): aumenta la flessibilità in uscita. In particolare, la quota massima liquidabile in capitale viene innalzata dal 50% al 60% e vengono introdotte modalità di prestazione più flessibili rispetto alla sola rendita vitalizia tradizionale.
Sul fronte della crescita del capitale, il TFR lasciato nel circuito tradizionale ha un vantaggio psicologico forte: è facile da capire, non ha oscillazioni e la rivalutazione segue una regola stabile. Il fondo pensione, invece, può attraversare fasi negative (perché investe), ma nasce con una logica di lungo periodo: più anni mancano alla pensione, più il tempo diventa un alleato, e più ha senso ragionare per obiettivi e per profilo di rischio, non per il risultato di un singolo anno.
Uno dei dubbi più comuni, soprattutto quando se ne parla in famiglia, è: “E se quei soldi mi servissero prima della pensione?”. Qui conviene essere concreti. Sul TFR lasciato nel circuito tradizionale si può chiedere un’anticipazione dopo almeno 8 anni di servizio, in genere una sola volta, fino al 70% di quanto maturato e per motivazioni specifiche (spese sanitarie straordinarie, acquisto o ristrutturazione della prima casa per sé o per i figli). Nel fondo pensione la disciplina è spesso più flessibile: per gravi motivi di salute si può arrivare al 75% anche senza attendere 8 anni; per acquisto o ristrutturazione della prima casa (tua o dei figli) di regola servono 8 anni di adesione e si può arrivare al 75%; dopo 8 anni è possibile chiedere fino al 30% per “altre esigenze”, senza dover fornire una motivazione particolare. E c’è un’altra differenza pratica: l’anticipazione per le esigenze previste dalla legge può essere richiesta più volte, restando nel limite complessivo massimo previsto.
Il punto che, nella maggior parte dei casi, pesa più di tutti: la tassazione al momento dell’incasso finale. Qui la differenza tra TFR e fondo pensione può essere netta, soprattutto per i redditi medio-alti. La prestazione del fondo pensione, in modo molto semplificato, è tassata al 15% con la possibilità di riduzione di 0,30 punti percentuali per ogni anno di partecipazione oltre i 15 anni, fino ad arrivare al 9%. Il TFR, invece, viene tassato con la tassazione separata: l’imposta viene ricalcolata tenendo conto dell’aliquota media IRPEF degli anni precedenti, quindi tende a risentire del livello di reddito del lavoratore.
Un esempio volutamente semplice, giusto per capire l’ordine di grandezza senza entrare in tecnicismi. Ipotizzando un reddito lordo annuo di 55.000 euro, con questo livello di reddito è ragionevole immaginare un’aliquota media complessiva nell’area del 29–30% (poi ogni situazione concreta dipende da detrazioni, addizionali e storia reddituale). Con un incasso imponibile di 60.000 euro, una tassazione “da TFR” intorno al 30% significa circa 18.000 euro di imposta. Un fondo pensione tassato al 15% significa circa 9.000 euro. Se il fondo è “maturo” e l’aliquota scende, per esempio, al 12% grazie agli anni di partecipazione, l’imposta diventa circa 7.200 euro (e nei casi di lunga permanenza può scendere ulteriormente).
C’è poi un aspetto che spesso viene sottovalutato e che vale la pena sottolineare, soprattutto pensando a chi sta iniziando a lavorare: in molti contratti collettivi, il fondo pensione “negoziale” prevede un contributo aggiuntivo del datore di lavoro a fronte di un contributo minimo del lavoratore. Quando esiste, è un vantaggio molto concreto: rinunciare al fondo può significare rinunciare anche a soldi aggiuntivi, oltre che a un trattamento fiscale spesso più favorevole.
Infine, una nota di tranquillità: lasciare il TFR nel circuito tradizionale non significa “perderlo” se l’azienda fallisce, perché esiste la tutela del Fondo di Garanzia presso INPS, ma la gestione può richiedere procedure e tempi non sempre immediati. Nel fondo pensione, invece, il TFR confluisce fin da subito in una posizione individuale intestata al lavoratore, separata dalla gestione dell’azienda e vigilata da COVIP: è un dettaglio che molti trovano rassicurante.
In conclusione, per la grande maggioranza dei lavoratori destinare il TFR al fondo pensione è la scelta più efficiente. Non per ideologia, ma per ragioni molto concrete: una tassazione finale spesso decisamente più leggera (15% riducibile fino al 9%), una maggiore flessibilità nelle anticipazioni e, quando previsto dal contratto, la possibilità di beneficiare anche del contributo del datore di lavoro. Questa spinta verso la previdenza complementare non nasce per caso. Lo Stato la incentiva perché il modello previdenziale pubblico deve fare i conti con due fenomeni evidenti: meno nascite e un’aspettativa di vita sempre più lunga. In un sistema in cui i lavoratori attivi sostengono le pensioni correnti, questo squilibrio rende sempre più necessaria una seconda gamba previdenziale.
Quando può avere senso lasciare il TFR nel circuito tradizionale? In pochi casi: se mancano davvero pochi anni alla pensione e si desidera la massima stabilità, oppure se si prevede di utilizzare quel capitale a breve. Ma anche allora, prima di rinunciare al fondo, vale sempre la pena verificare due elementi molto pratici: la presenza del contributo del datore di lavoro e la differenza di tassazione finale. Perché è lì che, nella maggior parte dei casi, si gioca la parte più importante del netto che si incasserà.
Questo articolo ha scopo informativo: prima di prendere una decisione, è sempre utile verificare la propria situazione e, in caso di dubbi, confrontarsi con un professionista qualificato o con il proprio ufficio del personale. Il consiglio più utile, in fondo, è uno: non lasciare questa decisione al caso o alla fretta.


Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.