La storia dello streaming in Italia: il potere del telecomando

Pubblicato il 18 Febbraio 2026 in , da Valentina Zavoli
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Da Stream TV a Netflix passando per Sky e la nuova arrivata HBO Max, la storia dello streaming in Italia ha una sola parola d’ordine: teleindipendenza, con la sola potenza del telecomando in mano

Quando nasce un nuovo canale è sempre una buona notizia, non solo si arricchisce l’offerta per gli utenti, ma aumentano anche le produzioni indipendenti del Paese di approdo che vengono accolte e incluse nella programmazione. Il 13 gennaio scorso è sbarcata in Italia HBO Max, la piattaforma che riunisce i contenuti di HBO, Warner Bros. Pictures, Warner Bros. Television, DC Universe, Max Originals ed Eurosport che, secondo il marketing, “promette di ridefinire gli standard dell’intrattenimento digitale”.

Il meglio dei “Fratelli Warner”

Al di là dei roboanti claim pubblicitari, il colosso statunitense Warner Bros Discovery ha lanciato nella primavera del 2020 in patria la notizia che il suo patrimonio di intrattenimento, assieme ai suoi marchi storici, avrebbero dato vita a un canale dedicato alle serie che hanno reso famosa la casa madre. La library HBO Max è composta infatti, dalle serie storiche come “Friends”, “The Big Bang Theory”, “The Last of Us”, “A Knight of the Seven Kingdoms”, il nuovo spin-off dell’universo di “Game of Thrones”, ma anche da film e saghe come “Superman”, “The Batman”, “Dune” e “Harry Potter”. Il tutto con un accordo con Prime video, a discapito della concorrente Netflix, che la includerà nell’offerta, con costi extra ovviamente. Di sicuro interesse per l’Italia sono anche i prodotti nostrani: “Portobello”, di Marco Bellocchio con Fabrizio Gifuni, la serie sul femminicidio di Melania Rea, la docu-serie “Saman”, dedicata a Saman Abbas, la giovane pakistana uccisa dalla famiglia per aver rifiutato un matrimonio combinato e “Gina Lollobrigida: Diva Contesa”. Ma è sullo sport che gli appassionati avranno una chance in più: quella di vedere tutte le Olimpiadi e Paraolimpiadi invernali Milano Cortina 2026: gli abbonati hanno a disposizione in diretta tutte le gare, ma anche programmi di approfondimento, collegamenti da Casa Italia e dalle diverse sedi di gara accanto alla Rai che trasmette in chiaro (Rai2, RaiSportHD e RaiPlay), ma si affianca ad altri operatori a pagamento come appunto Eurosport 1 e 2 inclusi nella galassia Discovery+/ HBO max.

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“Portobello”, di Marco Bellocchio con Fabrizio Gifuni, la nuova serie proposta da HBO Max

Da Stream Tv a Netflix

Certo che un nuovo player, per chi è già indotto a pagare altri abbonamenti per vedere intrattenimento e sport, non è sempre visto di buon occhio e potrebbe costituire un onere aggiuntivo. Sono già numerosi i servizi più diffusi, NOW, Netflix, Disney+, Apple TV, Prime Video, DAZN e Mediaset Infinity. E’ lecito chiedersi in questa occasione come è nato questo modo di vedere i contenuti via cavo sul piccolo schermo e come mai sta ottenendo tanto successo anche tra i più riottosi. Nel nostro Paese la storia dello streaming (in italiano flusso multimediale o flusso audiovisivo) inizia negli anni ’90 con la Stream TV del 1996: la prima piattaforma a pagamento per la televisione via cavo destinata al mercato italiano edita dalla società Stream S.p.A. (formata al 50% dalla News Corporation di Murdoch e dall’altro 50% da Telecom Italia). L’evoluzione arriva poi con la pay-TV satellitare avvenuta nel 2003 in occasione della nascita di Sky Italia (sorta dalla fusione di Stream e Tele+digitale) grazie al salto tecnologico digitale del web 2.0 caratterizzato dal modello partecipativo non più statico e dall’interattività propria poi dei social network.

La Stream ha portato in sorte al gruppo Sky (controllato da Comcast Corporation, media & technology company internazionale) i suoi 820mila abbonati e un motto che sarebbe diventato il segreto del suo successo, “teleindipendenza”. Le piattaforme hanno costruito un nuovo tipo di consumatore mediale, quello in grado, con la sola potenza del telecomando in mano, di spaziare dal crime alla fiction, dalla NBA di basket al Roland Garros senza vincoli ne limiti di tempo per pochi spiccioli al mese. Quando il 22 ottobre 2015 un imprenditore e filantropo statunitense, Wilmot Reed Hastings Jr, approda con la sua società di Subscription Video on Demand (SVOD) in Italia, forse in pochi avevano capito che si trattava di una data epocale; si chiama, con una strana crasi, “Net”, da Internet, e “Flix”, un termine gergale americano per chiamare i film.

Emozioni digitali cercansi

Ormai da tutte le piattaforme gli utenti sono profilati, vengono studiati i dati sul consumo per orientare anche le decisioni produttive, analizzando le tendenze di fruizione per cogliere le potenziali aree di maggior interesse e orientare le decisioni economiche. Ma questa nuova modalità davanti allo schermo, scandita dai piani tariffari, piena di opzioni e contenuti, rende i teleutenti davvero liberi? Sono molto interessanti le considerazioni scritte da Luca Balestrieri, docente di Economia e gestione dei media digitali alla LUISS, ex presidente di Rainet e Tivùsat, nel suo saggio “Le piattaforme mondo. L’egemonia dei nuovi signori dei media”, (Luiss University Press, 2021): “la trasformazione della cultura pop dall’ultima parte del Novecento in poi, ha dapprima fatto esplodere le limitazioni della televisione generalista e costretto a sperimentare un nuovo tipo di prodotto televisivo. Poi ha dato a questo prodotto, grazie al video on demand delle piattaforme streaming, un modo di fruizione coerente con la natura del prodotto stesso. Anche nel sistema mediale si passa dalla cultura di massa del Novecento industriale alle reti sociali e alla cultura della soggettività proprie del Ventunesimo secolo”.

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“I tre giorni dopo la fine”, Netflix

 

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