Alamaro non aveva mai ricevuto tanti rifiuti tutti in una volta. Gloria non ne voleva sapere di lui, e Costanza lo offendeva per rappresaglia.
“Sei diventata cattiva. Per fortuna c’è Aurora.” Voleva farla ingelosire, o qualcosa del genere.
“Sono certa che hai già progettato il suo tramonto.”
Era vero. Lei lo sapeva, accidenti. Ma come faceva a saperlo? Lui era un soggetto di così prevedibile pochezza?
La conversazione si concluse quando videro Gunther e Werner venire verso di loro sorridenti.
“Come stai?” Gunther lo abbracciò. Alamaro trovava fastidioso il contatto fisico improvviso con il prossimo. Retaggio del passato, conseguenza del vissuto. “Come dobbiamo chiamarti adesso?”
“Alamaro. È il mio vero nome.”
“Dice di chiamarsi così, ma io non mi ci trovo.” Intervenne Costanza.
“Non essere cattiva, Costanza.” Le disse Gunther. Tra loro c’era una certa complicità, e Alamaro capì subito che i tre dovevano essersi frequentati e soprattutto che lei aveva raccontato loro ogni cosa.
“Bene, Alamaro, noi abbiamo fame. Andiamo a mangiare?” Lo chiamarono subito con quel nome che per loro era nuovo, con la facilità di accettazione di chi è stato accettato con fatica. O forse perché erano due mezzi balenghi, come Sibilla. Sibilla, doveva andarla a trovare.
Dopo pranzo andarono a fare quattro passi alle grotte di Catullo. Nelle vicinanze della riva, il fondo del lago era ricoperto di sassi bianchi. Alamaro entrò a piedi nudi nell’acqua piuttosto fredda, continuando a spiegare i suoi progetti a Gunther.
“Credimi, Alamaro, sapere che stai rinunciando al tuo patrimonio mi colpisce molto meno che vederti camminare nell’acqua con i pantaloni arrotolati fino al ginocchio.”
“Perché?”
“Sei diverso.” Gunther aveva sempre provato per Alessio una grande tenerezza, come se intuisse in lui uno spirito elevato e nascosto. E gli pareva adesso che quello spirito recluso si fosse liberato.
“Costanza non la pensa come te. Si rifiuta di credermi. Mi rifiuta.”
“Ti ama, lo sai.”
“Sì, lo so.”
“E tu?”
“Non faccio altro che pensare a lei.”
Werner e Costanza camminavano davanti a loro. Parlavano di quanto lei fosse convinta che Alamaro, pur con nome e finalità esistenziali di nuova natura, non fosse maggiormente capace di amare. Si voltarono indietro a guardare. “Sembra un’anima prossima alla beatificazione, vero? Diresti che un giorno potrebbe camminare sulle acque. Però rimane un lato oscuro, e non sono nemmeno sicura che non sia quello ad attrarmi.”
“Non lo so, Costanza, a me pare sincero. Forse tu stai ancora male per quando ti ha lasciata.”
“Sarà.”
“Come va adesso che è tornato?”
“Bene. Non faccio altro che pensare a lui.”
Werner la prese sottobraccio. “Povera Costanza.”
Si salutarono verso le sei del pomeriggio.
“Perché non ci vediamo a Verona tra un paio di settimane?” propose Werner.
Costanza non rispose subito, perché non sapeva se preferiva vedere Alamaro e soffrire oppure non vederlo e soffrire.
Parlò Alamaro. “Mi dispiace, ma non posso. Parto.”
“Beh, ci vediamo al tuo ritorno. Quanto pensi di stare via? Una settimana?”
“Otto mesi almeno. Tra dieci giorni parto per la Cambogia. Seguirò personalmente una delle mie missioni.”
“Perché non l’hai detto? È una cosa meravigliosa.” Disse Gunther.
“Potevi avvisarci.” Disse Werner, dopo aver visto la bocca di Costanza contrarsi. Poi gli venne un’idea. “Perché tu e Costanza non venite a Venezia il prossimo week end?”
“Sì, certo. Che ne dici?” Alamaro guardò Costanza speranzoso che lei lo perdonasse per la rivelazione tardiva e accettasse.
“Non posso assolutamente assentarmi.” Sibilò lei. Sentire che lui se ne sarebbe andato l’aveva piegata come uno straccio pronto per lo sgabuzzino. Lui non le aveva detto niente, lei non aveva niente da dire.
“Sicura?” chiese Werner.
“Sicura.”
“Perché non vieni tu da solo?” domandò Werner, sperando che Costanza ci ripensasse.
“Sì, certo.” Ma senza di lei Venezia non gli interessava granché.
Si diedero appuntamento per il venerdì sera e salirono in macchina.
Costanza muta, come all’andata.
“Perché non vuoi venire a Venezia?” chiese lui dopo mezz’ora.
“Non sono più il tuo autista.”
“Ti prego, Costanza, sono disperato.”
“No, Alamaro, tu non sei disperato. Tu sei santo. E capriccioso. Per santità vuoi salvare il mondo e per capriccio vuoi me. Meglio che torni dalla tua Aurora.”
“Perché hai passato la giornata con me?”
“Non lo so.”
“Ti chiedo soltanto di passare due giorni a Venezia con me.”
“Soltanto. Poi tu partirai mentre dormo per far ascendere al cielo la tua anima nera, lasciandomi sola come hai già fatto.”
“Non pretendo che tu stia sveglia, ma tu non pretendere che io non ti desideri.”
“Tu desideri fin troppe cose ed essere voluti da te non è gran privilegio, Alamaro.”
Per la prima volta lo aveva chiamato con il suo nome, se ne accorse dopo averlo detto. Così non parlò più fino all’arrivo. Lui non si decideva a scendere dalla macchina. “Siamo arrivati.”
“Ti prego, Costanza, resta a cena con me.”
“Proprio non posso.”
“Ti prego, Costanza.”
“Smettila di pregarmi. Devo andare da mio figlio.”
“Tuo figlio è grande, Costanza. A quest’ora sarà in giro.”
“Ti prego, lasciami andare a casa.”
“Ti prego, Costanza, vieni a Venezia con me venerdì.” La guardava afflitto.
“Ci penso e ti faccio sapere.” Gli occhi di Alamaro erano gli stessi di Alessio, purtroppo.
“Ti chiamo domani, allora. Buona serata.”
“Aspetta almeno fino a mercoledì, prima di cercarmi.” Lo supplicò lei in pieno cedimento.
“Ti chiamo domani.”
Uomo d’affari o aspirante santo, lui non contemplava volontà diverse dalla sua.
Alamaro passò la serata in piscina, preparandosi ad affrontare l’espressione di Aurora, che non vedeva da due giorni. Non l’aveva lasciata nel sonno. Prima di andarsene l’aveva svegliata, e salutata, e dettole che purtroppo il giorno seguente lo attendeva un impegno, ma l’unico risultato è che se n’era andato, come voleva fin dall’inizio. Aurora si ricordava della telefonata con la donna sentendo la quale lui aveva cambiato voce, ma aveva rimosso ogni sospetto.
Quando Alamaro la salutò, aveva pronti un sorriso e un invito a cena. Aveva eliminato l’idea di regalarle fiori per cautela e glielo disse, rendendola ancora più sorridente. Non aveva mai capito perché capita che gli sciocchi si commuovano davanti alla crudezza dei bastardi, e nel formulare tale pensiero si sentì un verme. La felicità della ragazza si incrinò solo nel momento in cui arrivò la conferma telefonica della prenotazione del volo per Pnom Phen. Aurora lo sapeva da tempo, ma l’idea di vederlo partire la terrorizzava, e di terrore in questo caso si poteva parlare, per via del senso di caduta nel vuoto senza appoggi che il pensiero le creava. Le balenò la consolatoria illusione che forse lui le avrebbe chiesto di seguirlo.
Alamaro, che aveva altro da fare, si congedò prima di pranzo dandole appuntamento alle otto. Doveva andare da Arnaldo per definire alcuni dettagli piuttosto insignificanti del suo piano benefico e per pranzare alla solita trattoria con lui e con il suo compagno di viaggio, che Arnaldo gli stava per presentare.
Per prima cosa chiamò Costanza per reiterare la sua supplica.
“Ti prego, Costanza, vieni con me a Venezia venerdì.”
“Ti avevo chiesto di non chiamarmi prima di mercoledì.”
“Ma cosa ti cambia? Dai, vieni a Venezia con me.”
Le cambiava molto, perché sapeva che avrebbe ceduto. “Va bene, accetto l’invito.” Si era arresa dopo una resistenza indegna di essere definita tale.
“A che ora ti vengo a prendere? Va bene le quattro, così siamo in albergo per cena? Prenoto due stanze, non preoccuparti.”
Costanza pensò in contemporanea a dieci commenti da fare a questo proposito, e rinunciò in blocco a tutti. “Va bene.” Disse. Tanto era l’ultima volta che lo vedeva.
Alamaro aveva già prenotato la sera prima due suite al Gritti Palace. Aveva bisogno di stare in un bel posto prima di partire, ma avrebbe in ogni caso prenotato una suite nel migliore albergo disponibile vicino alla missione.
“Alamaro, che piacere rivederti.” Arnaldo gli faceva sempre un sacco di feste.
“Sono solo due giorni che non ci vediamo, Arnaldo.”
“Sì, ma il pensiero che tu parta mi fa sembrare che sei stato via tanto.”
“Assurdo, ma ti ringrazio per l’affetto che mi dimostri.” Non gli pareva vero di sentire se stesso dire certe frasi, e pure il suo amico restava piuttosto stupito.
Si misero a parlare di lavoro per un’oretta e poi andarono con tutta calma alla trattoria.
“Com’è il mio compagno di viaggio?” chiese Alamaro. Sperava non fosse una donna.
“Si chiama Benedetta ed è una persona dolcissima.”
“Ah.” Una donna, accidenti. Era contrariato.
“Non preoccuparti, non è una donna come le altre.” Lo rassicurò Arnaldo.
“Ah.” Questo lo preoccupava ancora di più.
Cercò di dimenticare la notizia per i dieci minuti in cui attesero il loro ospite, che attraversò la sala con passo marziale e gli strinse la mano con forza taurina.
“Buongiorno, sono Suor Benedetta.”
Un’energica suora di mezza età, ecco la sua compagna di viaggio. Alamaro si sentì sollevato.
“Piacere, Alamaro.”
Benedetta gli spiegò cosa si doveva aspettare, come doveva comportarsi, cosa doveva mettere in valigia. Alamaro non si ricordava più quand’era stata l’ultima volta che qualcuno gli aveva detto cosa doveva fare. No, in realtà se lo ricordava, ma era molto meglio adagiarsi nella verve organizzativa di Suor Benedetta. Sì, affidarsi a qualcuno che ti guidi: un’esperienza del tutto nuova, per Alamaro. L’avrebbe vissuta, sì, ed era pronto alla sua nuova partenza. Fu un gran pranzo, di convinzione.
La cena con Aurora l’aveva abrasa prima di viverla. Voleva con calma ripristinare il distacco con lei e fu affettuosamente abrasivo. Lei era depressa, alla fine, ma non meno innamorata, così per lui fu facile lasciarla a casa affidandole un contrappuntato dolore.
Nei giorni successivi lei gli mostrò tutta la sua stucchevole devozione, ma lo fece nel modo dolente di chi sente di doversi sacrificare per qualcosa di superiore. Lui gliene fu grato e continuò a pensare a Costanza.
Il giovedì invitò Aurora a pranzo e Arnaldo a cena. Venerdì era l’ultimo giorno di lavoro. Aurora non gli chiese nemmeno cosa avrebbe fatto nel fine settimana, perché le bastava sapere che non lo avrebbe trascorso con lei. Seppe della promozione che la aspettava e sul momento non mostrò alcun entusiasmo, ma poi assunse l’espressione di uno che immagina il proprio futuro e Alamaro intuì che avrebbe presto metabolizzato la sua partenza. Tanto meglio.
Arnaldo gli disse che ammirava la scelta e quando si lasciarono lo abbracciò alla sprovvista e gli disse che gli voleva bene. “Anch’io”. Disse Alamaro. Non aveva mai detto una cosa del genere in vita sua e si sentì ridicolo, sensazione ricreativa che in modo inaspettato lo alleggerì di molti pesi.
Dormì un gran bel sonno, quella notte. Un gran bel sonno.
Venerdì mattina lui e Aurora erano già distanti e lui prese mentalmente atto del suo successo nella gestione della faccenda, mentre lei non vedeva l’ora che lui se ne andasse per poter crollare esteriormente, oltre che interiormente.
Alle quattro esatte Alamaro scendeva dalla macchina per andare a citofonare a Costanza. Lei usciva dal portone in quell’istante.
Alamaro le sorrise con tutti i muscoli della faccia. “Siamo sincronizzati. Questo è un buon segno.”
“Solo un caso.” Disse Costanza, cercando di reprimere la nefasta gioia di essere con lui.
Ci riuscì per il tempo in cui lui si avvicinò per prenderle la valigia. Cinque secondi, non di più, poi fu sopraffatta.
Per la prima volta i due percorsero il tragitto verso Venezia ridendo.

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