Costanza stava benissimo. Per fortuna aveva imparato a dissimulare con stile, disciplina in cui era cintura nera. Ma nella rimozione non aveva il carisma di Alessio. A volte, in un angolo dell’atrio sinistro del cuore – l’atrio è la parte per definizione destinata alle attese – sentiva un piccolo vuoto vibrare, come se in quella zona ci fosse un’infinitesima bolla vagante. Diceva a se stessa che soffriva di un aneurisma sentimentale, una di quelle affezioni poetiche da immaginare e antipaticissime da avere.
A tre settimane dal ritorno di Alessio, lo chiamò. Quando vide il nome Costanza accendersi sul display, Alamaro, che stava discutendo una speciosa questione fiscale con Aurora, si bloccò e si preparò a sentire la voce di lei, ma alla fine non rispose. Fu colto dallo stordimento che si manifesta quando un evento ti riporta a questioni fondamentali che avevi perso di vista mentre eri occupato in altro.
Non gli era mai accaduto prima, quando d’abitudine rimuoveva il passato. Al secondo tentativo rispose. Si alzò dalla scrivania e andò sul balcone. Aurora rimase al suo posto e si concentrò per ascoltare, perché aveva capito che non era una delle solite telefonate di lavoro.
“Ciao Costanza. Come va?”
“Benissimo. Ti chiamo perché ho sentito Gunther, gli ho detto che eri tornato e lui chiede se ti va se ci si veda a pranzo a Sirmione la prossima domenica.”
“Sono felice di sentire la tua voce, Costanza.” Lo disse con un tono che fece intuire ad Aurora con ampia approssimazione che Alamaro provasse qualcosa di non banale per quella donna.
“Ma perché non mi ha chiamato lui?” Aurora pensò che forse non era così innamorato.
“Lo ha fatto almeno dieci volte, ma tu non gli hai mai risposto.” Ah, sì, certo, non rispondeva ai numeri che non conosceva. Un’abitudine che aveva ereditato da Alessio. A volte è più facile diventare diversi nelle linee generali che cambiare nei particolari. Un tempo gli ignoti li gestiva Colombo, la sua vecchia assistente. A proposito di persone dimenticate, dov’era finita Colombo, la sua vecchia assistente?
“Digli di sì. Anzi, no, lo chiamo io. A proposito, tu ci sarai?”
“Non volevo, ma credo proprio che verrò.” Disse lei dall’atrio sinistro. “Passo a prenderti domenica alle dieci.” Era inutile opporsi alla realtà: lei si sentiva ancora il suo autista personale. O meglio il suo portantino, un tristo guidatore di risciò al suo servizio.
“Ti aspetto domenica, Costanza.” Ah, Costanza. Perché Costanza non pronunciava mai il suo vero nome? Forse perché non sapeva ancora come chiamarlo. Lui era Alamaro, per la miseria. Quando quella benedetta donna avrebbe realizzato il fatto?
“Scusa, Aurora, dove eravamo rimasti?”
Aurora tenne lo sguardo abbassato, intanto che ricostruiva un aspetto professionale, mentre cercava di farsi un panorama esatto delle sue residue speranze di conquistare Alamaro. Quando lui la guardò negli occhi, riconobbe l’espressione sanguinante da dipendente infatuata. Ma cos’era, una maledizione?
Per togliersela dai piedi avrebbe dovuto promuoverla, ma aveva ancora bisogno di lei per qualche settimana. Decise di fare finta di niente e di scoraggiarla con moderazione. L’avanzamento di carriera che aveva in mente per lei l’avrebbe aiutata a dimenticare in fretta. Ora però voleva stare in pace e la spedì via con una dozzina di incarichi. Gli interessava conoscere il destino di Gloria Colombo.
Era Bonalumi che selezionava il personale e stabiliva incarichi e trasferimenti. La chiamò.
“Chiara?”
Grugnito. Bonalumi era seccata. “Dica, Accardi.”
“Mi stavo chiedendo dov’è finita Gloria.”
“Gloria chi?”
Sapeva benissimo a chi si riferiva, ma preferì mantenere un profilo ostile.
“Colombo, la mia vecchia assistente. Lavora ancora per noi?”
Ah, se n’era ricordato, alla fine. “No, si è licenziata quando lei è andato in vacanza in Costa Azzurra.” La parola vacanza la affondò con la forza di una stilettata. Eh, certo, lui colpiva, partiva e dimenticava.
“Sa dov’è impiegata attualmente?”
“Non ha ritenuto di comunicarcelo. Un suo diritto, peraltro. Posso esserle ancora utile?”
“No. Grazie di tutto, Bonalumi.” Non osò più chiamarla per nome.
Trovò ciò che gli serviva su internet, pentendosi di aver consultato quella orribile strega. Ma gli servivano davvero indirizzo e numero di telefono di Gloria?
Sì, doveva almeno salutarla e ringraziarla. Lo fece quella sera stessa.
“Pronto?”
“Gloria? Sono Alamaro.” Sapeva che quel nome non le avrebbe detto niente, ma non voleva più essere Alessio.
“Scusi?”
Si arrese. “Sono Accardi. Il suo vecchio datore di lavoro.”
“Ah, è lei.”
“Volevo sapere come stava.”
“Scusi?”
“Visto che al mio ritorno lei non c’era, mi chiedevo come stava dopo aver cambiato lavoro.”
“Riconosco la sua voce, Accardi. Mi sono giunte voci dai vecchi colleghi circa il suo nuovo atteggiamento. Che dire? Ricevere una sua telefonata è un vero evento.” Lo disse intridendo la parola evento con tutto ciò di spiacevole e misero che può esserci nel modo in cui oggi la utilizziamo per indicare un’eccezionalità del tutto superflua, artefatta e gonfiata.
“La prego, mi dia del tu.”
“Va bene. Allora spiegami perché mi hai chiamato.”
“Per sapere come stai, e come sei stata quando lavoravi con me.”
Incredibile, l’arroganza di quell’uomo. “Davvero ti interessa? Vuoi la verità?” il tu e la domanda avevano aumentato l’aggressività di Gloria.
“Sì, grazie, Gloria. Ci terrei molto.” Alamaro si pentì subito della propria richiesta. Non era pronto a sentire altre parole amare.
“La mia vita va alla grande, senza di te ha intrapreso un’altra direzione. Il passato? Un mezzo incubo.” Piuttosto chiara, la signorina.
“Scusa se ti faccio questa domanda, di cui mi vergogno.” Alamaro era imbarazzato. “Si tratta di un pensiero che ho in mente, ma ho paura di offenderti.”
Gloria iniziava a capire. “Dimmi pure. Tanto ormai non dobbiamo più vederci.” Il fatto pareva darle sollievo.
Non doversi più vedere. Alamaro, che aveva passato decenni cercando di non dover più vedere se stesso, comprendeva la sensatezza di tale filosofia.
“Ecco, vedi…” Sì, ma perché insistere a voler sapere? “No, non me la sento. Lasciamo perdere.”
“Vuoi sapere se mi ero invaghita di te?” Perché quell’uomo era così egocentrico?
Alamaro rimase in silenzio, mortificato.
“Sì, Alessio, ma è passato del tempo. Contento?”
“Mi dispiace, Gloria, di averti fatto soffrire.”
“Non sei stato tu. Sono io che mi sono fatta soffrire da sola, perché sapevo con chi avevo a che fare.”
“Scusami.”
“E di che? Tu non hai fatto niente? Tu non fai mai niente, non tratti nessuno in nessun modo, mai. Sempre educato, sempre distante. Scuse accettate, comunque.” Alamaro aveva fatto scuola: Gloria era tanto educata quanto distante.
“Mi farebbe piacere vederti. Posso invitarti a cena?” Desiderava spiegarle che era cambiato, ma poi gli venne in mente quello che aveva appena deciso riguardo ad Aurora, di tenerla vicina perché gli serviva per mettere a punto il proprio cambiamento. Usare le persone per il bene non cambia il concetto di utilizzo.
“Preferisco di no, grazie.”
“Nemmeno un caffè?”
“Mi dispiace, ma è meglio di no.”
In quell’occasione Alamaro scoprì che non amava essere rifiutato, che non apprezzava di subire l’atteggiamento distaccato che invece a lui piaceva molto mantenere. Forse gli era già accaduto qualcosa di cosa simile, ma aveva come al solito rigettato l’esperienza. Ora si sentiva ferito. Non che nutrisse il minimo interesse nei confronti di Gloria, ma si compiaceva nel sapere che un’altra donna ancora lo trovava irresistibile.
“Dispiace tantissimo anche a me, ma ti comprendo. Ti auguro ogni bene, Gloria.”
“Anch’io. Ora scusami, sto uscendo.” Gloria riattaccò e pianse. Era stato il suo analista che le aveva insegnato a comportarsi così. Aveva imparato che un rifiuto può essere gratificante, quando lo si impone a chi ti fa soffrire. Appena aveva riconosciuto la voce di Alessio, aveva ben chiaro il no che gli avrebbe detto, qualsiasi fosse stata la domanda. Comunque non era stato un gesto liberatorio, e lei era più depressa di prima.
Alamaro provò un senso di fallimento e per distrarsi nuotò un paio d’ore in una delle due piscine dell’albergo, che aveva fatto costruire per sé. Di solitudine in solitudine, era diventato un ottimo nuotatore. Nuotare lo liberava dai brutti pensieri, che defluivano dal suo corpo e si scioglievano nell’acqua. E quella notte dormì benissimo, come se si fosse liberato non già di un peso, ma di una colpa.
Portò in ufficio un bisogno di conferme latente, e, dopo una giornata di lavoro intensa, visto che si faceva tardi, Alamaro ritenne simpatico invitare a cena Aurora.
Riaccompagnandola a casa, la baciò e lei, consenziente e felice, lo invitò a entrare. Lui accettò, entrò, ma alle quattro del mattino Alamaro era nel suo albergo che si tuffava e guardava la sua ombra nera allungarsi sul fondo come una macchia. Qualcuno doveva compensare il rifiuto di Gloria, e Aurora era lì. Si augurò fosse una ragazza che scordava con facilità. Aveva lasciato l’ombra e la colpa impressa sul fondo della piscina e si sentiva rilassato. Per questo decise di non chiudere occhio, perché aveva paura di addormentarsi malgrado il torto che aveva fatto. I due giorni seguenti trattò Aurora con immensa dolcezza e percorse decine di vasche, finché la terza sera, dopo cena, cadde in un sonno riprovevole, ma sano.
Fu svegliato la mattina dopo dal telefono.
“Signor Alamaro, c’è per lei la Signora Costanza. Gliela passo?”
Il bello di vivere in un albergo di lusso è che ti chiamano con il nome che tu scegli per te stesso senza fare storie.
“No, le dica di salire un attimo, per favore.” Come aveva fatto a dimenticarsi il pranzo a Sirmione?
Si alzò di corsa, aprì la porta del suo appartamento e si fiondò in bagno a prepararsi. Quando lei entrò era già uscito dalla doccia.
“Scusami, Costanza, stavo dormendo.”
“Sono stupefatta, Alessio. È la prima volta da quando ti conosco che sei in ritardo. Hai un aspetto orrendo, di uno che ha passato la notte in bianco. Ma cosa ti succede?”
“Ti sbagli, ho dormito come un sasso. Semplicemente c’è che non sono più Alessio, questo mi succede.” Le sorrise. Voleva solo piacerle, nient’altro.
“Sbrigati.” Perché continuava a ostinarsi a cercare uno che aveva cambiato prima nome e poi personalità?
Costanza aveva preparato molte domande da fargli, ma per i primi cento chilometri le sembrò che lui fosse sveglio da troppo poco tempo e per il restante tragitto che mancasse troppo poco per affrontare un discorso così complesso. Così parlarono di stupidaggini, finché lui, quando ormai erano sul lungolago, all’improvviso pose una questione a dir poco inopportuna.
“Sai, ho scoperto di recente che piaccio alle donne. Perché, secondo te?”
Costanza lo giustificò dicendo a se stessa che in fondo uno concentrato negli affari e nella finanza poteva aver mantenuto sul fronte sentimentale un certo candore, ma poi si disse che uno così non era ingenuo da almeno quattro decenni. Se c’era innocenza in lui, era per forza simulata. E comunque la sua anima di seduttore era intrinseca, non dipendente dal nome né dalla personalità né dal successo. Alamaro era una tentazione che scalava il suo spirito di donna senza che lei lo volesse. Era così, ma non voleva confessarlo. Anche le altre dovevano provare la stessa attrazione.
“Ma non ti viene in mente che chiedere proprio a me una cosa del genere non è per niente simpatico?” protestò, ma non era arrabbiata.
“Scusa, ma non mi è venuto in mente nessun altro con cui trattare l’argomento.” Quando Alessio voleva qualcosa, la desiderava infinitamente, ma lei non aveva mai capito per quanto tempo infine egli desiderasse conservare ciò che gli otteneva la sua volontà. Doveva resistere al pensiero piacevole e urticante di essere diventata un desiderio per un uomo, in fondo, partito con un nome e tornato con un altro. E che, partendo, l’aveva abbandonata.
Erano arrivati. Costanza parcheggiò e, prima di uscire dalla macchina, aveva una risposta. “Piaci alle donne perché sei bello e ricco, ma io ti ricordo contorto e freddo.”

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