A mezzogiorno meno un quarto Alamaro piantò ciò che stava facendo e uscì per incontrare Arnaldo. Andò da lui a piedi, passeggiando. Non si ricordava l’ultimo giorno in cui era andato a spasso nel centro di Milano. Che non l’avesse mai fatto?
Non passeggiava, a quel tempo, quando c’era Costanza che lo scortava in macchina. Rimosse subito il ricordo della sua nuca, e si guardò intorno. Non era sua abitudine osservare il prossimo. Che non avesse mai fatto neppure questo?
Non aveva mai guardato Costanza quando era a un metro da lui. Rimosse il ricordo dei suoi occhi nello specchietto, e vide un uomo che suonava la fisarmonica seduto su uno sgabello a lato della strada.
Pensò a Beatrice. Diede dieci euro al poveraccio. Quello gli fece un mezzo sorriso, tolse la banconota dal bicchiere e la mise in tasca. Alamaro gli augurò buona giornata. Quello allora alzò lo sguardo con un minimo in più di convinzione e gli fece l’altro mezzo sorriso che si era tenuto. Alamaro sentì un vago dolore e una pena, davanti a quel gesto goffo. Capì tante cose sulla vergogna e sull’abbruttimento e sul desiderio di non sentirsi disperati, in quell’istante. La tenerezza era entrata dentro di lui. Pensò a queste persone in prestito, come lui. Il mondo intorno a lui era in prestito. Pensò a Sibilla. E a Beatrice.
Arnaldo era felice di vederlo, soprattutto lì nel suo ufficio, e glielo confessò. Alamaro restò un po’ stupito perché davvero non aveva mai realizzato il fatto che era sempre stato Arnaldo a doversi scomodare per lui. Non aveva mai ritenuto come atto dovuto l’essere raggiunto per pranzo, ma le cose erano sempre andate così. Alessio era uno che si faceva inseguire, che degnava di considerazione solo se stesso?
Alessio non se ne accorgeva nemmeno, perché a un certo punto doveva aver rimosso anche se stesso.
“Quanto puoi fermarti?” chiese Arnaldo. Di solito i loro pranzi duravano meno di venti minuti al bar.
“Non ho fretta.”
Arnaldo non era pronto a tale benevolenza, si stupì e subito riformò i suoi programmi. “Allora ti porto in un posto carino. È la trattoria da Abele. La conosci?”
Alamaro aprì il menù e, forse per la prima volta in vita sua, prese tutto, dall’antipasto al dolce.
“Ci pensi tu a ordinare il vino, per favore?” chiese poi ad Arnaldo. “Sai che io non me ne intendo.”
Arnaldo, che l’aveva sempre conosciuto come uno che si controlla in tutto e che tutto tiene sotto controllo, si stupì un’altra volta in pochi minuti e ordinò un bianco e un rosso.
Mentre mangiava arrosto di vitello all’olio con purè con un’espressione di gioia che Arnaldo non aveva mai visto, Alamaro espresse la sua idea con una voce che Arnaldo non aveva mai sentito.
Non era un’idea, ma una dichiarazione d’intenti. Di più, era una conversione.
“Ti spiego. Ciascuno di noi viene sulla Terra per fare almeno una cosa buona. Io credo che Beatrice sia la mia. Secondo te sono impazzito?” chiese ad Arnaldo.
Arnaldo rimase molto colpito. Terza volta in meno di mezz’ora. “Sì, sei impazzito. Sei stato sempre fuori dal mondo. Mai veramente integrato. Tu sei un esempio di disintegrazione.”
Arnaldo non si era mai lasciato coinvolgere dalle brillanti imprese finanziarie di Alessio, se non in modo marginale. Non gli erano mai piaciuti gli squali, e Alessio ne era un esempio pericolosissimo.
“Sono sempre stato solo e la sindrome dell’abbandono, quando sei stato solo una volta, soprattutto da bambino, non ti lascia mai.” Alamaro gustava con goduria la torta di mele, che era deliziosa, e raccontò smilzi stralci della sua vita e cos’era Beatrice. Arnaldo cominciava a capire. “Secondo me è la cosa migliore che hai fatto in tutta la tua inutile vita. E ti dirò di più: il progetto mi piace. Voglio partecipare anch’io.”
Alamaro non era come Alessio. Non era uno squalo. Era simpatico, e mangiava la torta di mele.
“Sei sempre stato ansioso come se stessi facendo i preparativi per andare su Giove. Tutte le volte che ci siamo visti, la tua mente era sulla nave spaziale. Oggi invece sei tranquillo e il tuo progetto è grandioso. Ora che pensi a cose assurde, mi sembra finalmente che tu sia sceso dalla tua stupida astronave. Posso offrirti il pranzo?”
Era la prova estrema. Alessio non aveva mai accettato niente. “Sì, grazie. Posso ordinare un bicchierino di zibibbo?”
“Addirittura.” Disse Arnaldo ridendo. “Tu non sei Alessio.”
“Alessio era la mia ombra. Lo spirito oscuro che mi ha guidato. Ora non mi guida più.” Forse aveva un po’ calcato la mano, con quelle parole, però in fondo quello che aveva detto lo pensava.
Arnaldo in ogni caso le trovò soddisfacenti e sollevò il bicchiere. “Cin cin, Alamaro.”
Alamaro tornò in ufficio percorrendo un lungo tragitto a piedi, infischiandosene degli impegni e cercando vie nuove, che non aveva mai fatto. Ce n’erano molte, a Milano, e quella città lui non la conosceva per niente, a dire il vero. Non conosceva nessuno dei molti posti in cui era stato, perché era sempre rimasto concentrato in qualcosa d’altro. Ma cosa? Di tutto quel muoversi ricordava bene un solo posto, o meglio un’impressione. Ricordava l’odore del sale della Camargue, e quelle volte che da ragazzo aveva camminato su quella spiaggia lunghissima alle foci del Rodano e nelle paludi dei fenicotteri rosa. Era il tempo in cui si era sentito libero, e quando si è liberi, per una strana connessione fisiologica, i profumi delle cose si imprimono nella psiche. Il successo è un’altra cosa, che non pertiene all’odorato. Tutto aveva fatto per trovare certezze. Eccole lì davanti ai suoi occhi, le certezze in cui confidava. Il suo palazzo. Entrò, salì al suo piano e si rifugiò nel suo ufficio, seduto alla sua scrivania. Le certezze non servono a niente.
Aveva sempre cercato certezze e poi, quando le aveva trovate, si era scoperto insoddisfatto. Non avrebbe mai abbracciato del tutto l’incertezza, questo no. Almeno le certezze sono inodore, mentre le incertezze hanno strane puzze, che è sempre meglio dimenticare e comunque non riportare alla memoria. Ma voleva conservare nel patrimonio genetico qualche altro sentore, oltre a quello del sale. Il sale era stato l’inizio della sua fortuna e il senso della sua evoluzione, ma, una volta che si è ridotta la propria esistenza a un cristallo, forse qualche via d’uscita alternativa va trovata. Non aveva mai voluto una casa. Strano. Chissà perché uno come lui, che aveva sempre spasimato per conquistare qualcosa di sicuro, non si era mai cercato quattro mura. Che le sue ambizioni vere, quelle della psiche profonda, fossero di altra natura rispetto a quanto aveva sempre creduto? Comunque quelle erano speculazioni inutili.
A partire da una certa età il tempo si concentra. Si condensa, e lo fa a quanto pare per niente, a parte l’addensarsi delle rughe. Mentre si guardava nel vetro della scrivania entrò Aurora.
“Aurora, si avvicini. Mi dica, lei che ambizioni ha nella vita?”
“Scusi?” Rispose lei sospettosa, ma sorridente. Era una trappola per verificare le sue motivazioni? Come doveva mostrarsi per tenersi il lavoro?
“Dove desidera arrivare, Aurora? La meta, qual è la sua meta?”
Meta? Quale meta? A lei piaceva già parecchio la meta raggiunta, da quando lo aveva visto. Questo però non poteva dirlo. Decise di essere il più possibile sincera. “Non lo so, per ora.”
“Ci sono molte cose nuove da fare e ho bisogno di una persona volenterosa e fidata. Lei com’è?”
“Volenterosa e fidata.”
“Allora va bene così. Si sieda.”
Alamaro le spiegò le sue intenzioni e lei lo ascoltò con l’incanto della rivelazione. Nello spiegare il progetto prima ad Arnaldo e poi ad Aurora, il suo svolgimento si chiariva anche a lui. Funziona così, l’immaginare.
In un giorno solo aveva trovato due collaboratori. Anzi, no, due complici e adepti.
Tutti quelli che Alamaro avvicinava e prediligeva venivano per così dire svuotati e insieme incantati, perché non tutti nascono attrezzati per i sogni e si può cadere da essi trafitti.
Era sempre stato così, e Alamaro non se n’era mai accorto.
Bonalumi fu investita di ben più rilevanti incarichi rispetto al passato e ottenne un congruo aumento, ma fu assegnata ad altre mansioni. Pensò che Accardi volesse prendersi una vacanza dalle decisioni sensate e non pensò né male né bene della cosa. Pensò che lei era molto capace e professionale e che la promozione se l’era meritata. Lei non sarebbe occupata di chi avrebbe usufruito del denaro guadagnato dalle società di Accardi, dell’utente finale. A nessuno in realtà interessa sapere dove vanno a finire i soldi che guadagna una grande società, perché una grande società è strutturata per guadagnare conto terzi. Alamaro lo sapeva e un paio di giorni dopo lo spiegò ad Aurora. Lei, che già era innamorata di lui dal primo momento, non si rendeva conto del peggioramento del proprio stato emotivo, dal quale scelleratamente traeva entusiasmo. Quello che lui diceva, quello che lui stava organizzando. Si perdeva in queste belle intenzioni partecipando alla loro trasformazione in fatti. Sì, aderire ai sogni degli altri svuota. Aurora pensava che questo annullamento fosse un bene, e lo prese come una specie di missione. Alamaro stava bene attento a non replicare l’effetto Hope, ma il risultato era che aveva spezzato un altro cuore senza nemmeno accorgersene, perché la sua ombra, nel bene o nel male, non era ancora del tutto svanita.
L’ombra di certi uomini non scompare mai del tutto.

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