Capitolo 6: Aurora

Pubblicato il 4 Giugno 2014 in

Non sapeva bene da che parte cominciare, non sapeva dove andare né da chi. C’erano tante cose che non sapeva e coltivava incertezze sul da farsi come mai prima gli era accaduto. Era sempre andato diritto per la sua strada, avendo una strada davanti a sé. Ma ora che era a casa sapeva di non avere una casa. E la strada non assomigliava più a una strada e nemmeno a un sentiero.

Andò al suo albergo. Andrea, il ragazzo alla concierge, gli fece una gran festa. Andrea amava chiedere pareri e consigli ad Alamaro, che considerava un uomo eccezionale in quanto ricco. Era contento di vederlo e si offrì di aiutarlo con la valigia e quando Alamaro disse che la portava da solo, quello rifiutò la mancia. Alamaro si sentì un bastardo per aver provato fastidio per l’ingenua venerazione Andrea. Come al solito, non sapeva ricambiare i buoni sentimenti e spesso non li riconosceva neppure.

Arrivato in stanza chiamò Arnaldo e gli disse che era tornato.

“Era ora che rinsavissi. Quando ci vediamo?”

“Domani, se puoi.”

“Ti va bene a pranzo?”

“Con piacere, Alessio.”

“Mi chiamo Alamaro.”

“Davvero?” Un’altra stranezza di Alessio, ma non cattiva. “Senti, chiamati un po’ come vuoi. Arrivo domani alla una.”

“Vengo io da te, se ti va bene.” Arnaldo rimase basito, perché mai una volta Alessio si era scomodato per raggiungerlo.

“Ti aspetto.” Forse quell’uomo aveva davvero cambiato nome, e battesimo.

Alamaro aveva molte decisioni da prendere, la mattina dopo. Ma non era preoccupato per quello che doveva fare, ma piuttosto per ciò che avrebbe provato. Non era convinto di essere pronto. Forse avrebbe dovuto portarsi dietro Sibilla, ma il suo era un ambiente adatto a una barbona sdentata? E lui, invece? Lui era adatto al suo ambiente?

Chiamò Costanza.

“Ciao, Costanza.”

Aveva aspettato quella telefonata da un tempo corrispondente a un’eternità e oltre, a giudicare da quanto era invecchiata la sua anima nell’attesa. “Alessio, dove sei?”

“So che mi odi, ma desidero vederti.”

“Quando? Non sento la necessità di odiarti, Alessio.”

“Ci sono tante cose diverse da prima. Vedi, anche il nome non corrisponde. Mi chiamo Alamaro. Ti va bene se ti passo a prendere alle otto?”

“Preferivo Alessio. Alle otto. Citofonami e scendo. Sono contenta che tu sia tornato.”

Sembrava che Costanza avesse praticato con successo la rimozione. La sua gioia era sincera, ma non superava gli argini. L’attesa aveva consumato la sorpresa e fatto spazio alla calma. Alamaro era così da una vita intera, e capiva.

Costanza arrivò bella e sorridente, in apparenza non segnata dall’episodio della scomparsa. Lui avrebbe voluto chiederle qualche consiglio su cosa doveva fare, ma iniziò con le spiegazioni. Parlò per una decina di minuti e concluse dicendo che la amava. Poi si mise lì zitto ad ascoltare la sua reazione.

“Non nutro alcun interesse in questo chiarimento, Alessio o Alamaro o come diavolo hai deciso di chiamarti. Avevo il rispetto della memoria e del ricordo e questo mi ha resa sola e depressa. Sono stata malissimo e ho perso sonno e pace. Adesso sto meglio e non penso più a quando ti amavo. Amo ciò che pensavo che fossi, e anche ciò che credo tu sia. Però ciò accade in una parte di me che non voglio considerare, in questo momento. Preferisco essere come te e scordare tutto.”

“Ti capisco.” Disse lui. “Da quanto hai preparato il discorsetto?”

“Non sono credibile, vero? Ho iniziato a prepararlo il giorno che te ne sei andato. Che mi hai abbandonata. Sei una carogna. Sei sempre nei miei pensieri, ma è vero che sto cercando di far fronte al problema.”

Aveva pensato a lei per tutto il tempo che era stato via e in più si era convinto che le cose sarebbero andate diversamente. Gli avevano sempre detto che rimuovere fa male a se stessi – a lui però aveva fatto bene – , ma stava realizzando che fa male essenzialmente agli altri. Lo capiva ora che Costanza stava facendo quel tentativo patetico e dolce di rimuovere lui.

Ci convinciamo di una cosa, poi ci convinciamo di un’altra e ci aspettiamo come atto dovuto che il prossimo condivida i nostri mutati pareri, e in più proprio nello stesso ordine in cui li abbiamo formulati noi stessi.

Mentre erano ancora al dessert pensò a quanto sarebbe stato difficile salutarla. Sarebbe stato meglio scappare dalla finestra della toilette del ristorante che riaccompagnarla a casa.

Lui in fondo era sempre fuggito utilizzando i vari pertugi che la vita offre. Un’abitudine di Alessio, ma non di Alamaro. Lei gli chiese che progetti aveva per il futuro e lui rispose che non lo sapeva affatto, ma che la mattina dopo sarebbe andato in ufficio per cercare di capire cosa doveva fare.

“I giorni sono passati nel silenzio e io con tutte le forze ho cercato di abituarmi a non essere ossessionata da te. Ti saluto.” Gli disse lei davanti al cancello di casa.

Mentre chiudeva il portone, Costanza pensò che lo amava come prima, con la stessa passione. Ma uno che cambia addirittura vita e nome si può amare come il suo sosia passato? Che affidabilità ha una creatura del genere? Alle tre di notte Costanza comprese come l’affidabilità sia un valore cangiante, e inutile.

Alamaro si diede dello stupido fino alle quattro e poi si addormentò.

Alle sette era sveglio. Aveva preso appuntamento con barbiere e massaggiatore e alle otto saliva in taxi perfetto. Non impeccabile, perché il vestito gli era un po’ largo: la vita da barbone astemio asciuga.

Nell’ora che seguì sperimentò il concetto di resurrezione che non sparge gioia nel mondo. Chiunque incontrasse lo guardava come se fosse uscito dal sepolcro. I più si capiva che non lo aspettavano, che non si chiedevano ogni giorno se sarebbe tornato, che stavano egregiamente senza di lui. Arrivò all’ultimo piano, quello del suo ufficio, non avendo incrociato nessuno che lo avesse in alcun modo rimpianto. 

Bonalumi, il suo braccio destro, lo salutò dedicandogli uno stringato sorriso di disinteresse. Lo stesso di quando lo vedeva tutte le mattine, come se lui non fosse stato assente per settimane. Un anno o un giorno, lui era lontano dai pensieri di tutti coloro che vedeva. Non era guardato né visto né considerato.

“Buongiorno, dottor Accardi.” Gli disse una simpatica estranea.

Bonalumi trasalì, dimostrando che pensava con disappunto al fatto che la neoassunta, pur avvertita, aveva dimenticato che il capo supremo – fino a quel momento assente per motivi di accattonaggio – non voleva sentire titoli accademici.

Ad Alamaro venne da sorridere delle manie di Alessio.

Alamaro si rivolse alla ragazza. “Scusi, signorina, ma il suo nome mi sfugge.”

“Aurora.”

Ringhio di disappunto di Bonalumi.

“Oh, mi scusi. Sono Piazza. Sono la sua nuova assistente, Accardi.” Si corresse Aurora.

Ringhio di assenso di Bonalumi.

“Buongiorno, Aurora. E benvenuta.”

“Buongiorno anche a lei, Chiara.” Disse a Bonalumi, che fu molto infastidita dall’essere chiamata per nome da un uomo con cui non voleva spartire alcuna confidenza.

“Bentornato, Accardi” gli disse, sottolineando ogni sillaba del cognome, perché non le andava che le regole fossero cambiate. Quella era la sede di una multinazionale, non la reggia di un monarca assoluto, e lui non si doveva permettere il capriccio di diventare affettuoso senza preavviso. “Com’è andata la vacanza?”

Accardi comprese il messaggio, ma Alamaro se ne infischiò. “Bene, Chiara. Sono felice di vederla. Come sta?”

“Bene.” Gelo di Bonalumi.

Cosa ti dice la gente quando ti parla? Raramente sta significando ciò che comunica. Ti sta dicendo un’altra cosa, di solito. Uno dice che gli piace una cosa per dirti che non gliene piace un’altra. Si elogiano persone al solo scopo di porle in gloria come contraltare di chi glorifichi tu. Gli uomini vedono il prossimo come una scultura antropomorfa da abbattere. Ad Alamaro un tempo piaceva decapitarle, le sculture, e lo faceva per abitudine, quasi senza accorgersene. Ora non gli interessava più.

E non interpretava il significato delle frasi dei suoi simili, mai. Aveva sempre ignorando i pareri, e non gli era mai importato nulla delle convinzioni etiche ed estetiche degli altri. Questo lato del suo carattere passato peraltro l’aveva salvato volentieri.

“Ah, dimenticavo di presentarmi.” Tese la mano ad Aurora. “Piacere, sono Alamaro.”

Quel nome risuonò nell’aria e nelle orecchie di Bonalumi come un suono marziano. Ma a Bonalumi non importava niente, del vero nome di Accardi. Vide che Aurora era già innamorata del capo, com’era prevedibile, e pensò con piacere che per fortuna lei era immune del fascino di quel pallone gonfiato.

Alamaro entrò in ufficio e si sentì fuori luogo. Non aveva in mente nulla di quello che doveva fare. Si sedette e si materializzò nel suo cervello un pensiero.

Non si può vivere di una sola idea. Per quanto fruttuosa e redditizia, è sempre una. Un singolo scopo invece può bastare, se è di buona qualità. Alamaro sapeva di essere, per fisiologia e necessità, un demiurgo di nuove idee. Ma volte a quale scopo? Economico. Economico come di basso prezzo, di esiguo valore. Tutto in quel posto lo rivendicava.

Economia come risparmio di sé in vista di un conto corrente. Ecco, aveva formulato il concetto. Troppo aveva pensato al denaro.

Due punti fermi in pochi minuti. Uno, le persone in genere ti dicono una cosa per dirtene un’altra. Due, quando l’immagine del tuo stesso successo ti appare svilita, è ora di cambiare rotta.

Alamaro era stato per se stesso un Virgilio, perché da solo si era tirato fuori dall’inferno ed era entrato in gloria terrena dentro quel purgatorio che era la sua esistenza in prestito.

Come altrimenti definire la vita di uno che abita in albergo? Di uno che si fa chiamare con un nome che non è il suo? La permanenza in  purgatorio, per quanto a lungo possa durare, è per definizione temporanea. Finito di purgarsi, si ascende.

Nel momento esatto in cui pervenne a questo concetto, Alamaro decise di cambiare tutto. Doveva traghettarsi in paradiso, su ciò non sussisteva il minimo dubbio.

E anche se il paradiso non esiste, si sarebbe traghettato lo stesso da qualche parte analoga. E se pure quella non fosse esistita, sarebbe affondato con il traghetto, durante il viaggio. Come quel giorno che era partito da Venezia, e dalla Camargue, e da Londra, e da Parigi, aveva deciso e stava già agendo. In questo Alamaro e Alessio erano uno, come una per lui era la parola con l’azione.

Certo gli serviva tempo per organizzare, ma la cosa era fatta. Doveva tenersi dei soldi, molti soldi, perché non era un santo che si spoglia di ogni bene senza controindicazioni. Si sarebbe tenuto una via di fuga, l’opzione permanente di un albergo cinque stelle.

Fatta salva l’illustre rendita, tutto il resto lo avrebbe fatto convogliare, con un meccanismo perfetto, in una fondazione a scopo benefico con donatori anonimi. Afferrò il telefono accendendo il computer, perché c’era da pianificare, fare conteggi, prendere decisioni millimetriche.

La fondazione aveva già un nome: Beatrice.

 

 

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