“Memoria rossa” di Tania Branigan: quando ricordare fa troppo male

Pubblicato il 5 Marzo 2026 in , da Emma Faustini
cina

“Memoria Rossa” della giornalista Tania Branigan, per sette anni corrispondente in Cina di The Guardian, cerca di capire che cosa è rimasto dei dieci anni che hanno sconvolto il Paese, durante la Rivoluzione Culturale di Mao

La Cina è vicina, dice un detto. Non è vero. Non è vero geograficamente, e neppure culturalmente. Forse ora che si è sommersi di prodotti cinesi, che se si compra online appaiono subito articoli Made in China, ora che il Paese si può visitare con facilità, forse ora qualcosa di più se ne sa. Del passato più recente della Cina chi è meno giovane ricorda il “Libretto rosso dei pensieri” di Mao, le divise blu (piuttosto eleganti a dire il vero), i Dazebao che i movimenti studenteschi affiggevano su imitazione di quelli cinesi; e poi la politica del figlio unico, il Grande Balzo in Avanti, e la Rivoluzione Culturale. Nome bellissimo e raffinato, che non farebbe mai pensare a che cose, invece, è stata sul serio.

È, dunque, un bel terreno di indagine, quello di “Memoria Rossa”, in cui la giornalista Tania Branigan, per sette anni corrispondente in Cina di The Guardian, cerca di capire che cosa è rimasto di quei dieci anni che hanno sconvolto il Paese. Lanciata nel 1966 e conclusasi con la morte di Mao nel 1976, la Rivoluzione Culturale è stata un fenomeno assolutamente anomalo. Lo scopo dichiarato era quello di creare i “nuovi cittadini”, sradicando i valori del passato, la famiglia, la religione, la tradizione, per far posto ai valori comunisti, uguaglianza, solidarietà, fratellanza. In pratica, la Rivoluzione Culturale è consistita in massicci spostamenti di cittadini e studenti verso le campagne, e in una serie infinita di denunce, processi sommari e purghe. Gli spostamenti erano in parte volontari e in parte forzatamente volontari. Le denunce erano personali e familiari, e non avevano bisogno di prove o fondamenti oggettivi. Chi andava nelle campagne a fare il contadino, per imparare che cos’era davvero il popolo e il lavoro manuale, si trovava spesso totalmente impreparato alle fatiche fisiche e finiva per fare la fame, vivere in condizioni disumane e subire gli scontenti o le angherie di quei contadini che dovevano aiutare. Quella che doveva essere una forza lavoro supplementare e piena di entusiasmo era in realtà un insieme eterogeneo di persone poco utili come forza lavoro, il cui entusiasmo si spegneva rapidamente nelle condizioni avverse in cui dovevano vivere. Quanto alle denunce, chiunque sentisse qualcosa contro Mao era incitato a denunciare il colpevole, chiunque quel colpevole fosse. Così i figli hanno denunciato i genitori, i mariti le mogli e le mogli i mariti, gli studenti i professori. Non c’erano limiti alla delazione. E i temi su cui fondare le accuse erano inconsistenti e mutevoli, così che nessuno poteva sapere se il suo comportamento sarebbe stato punito o premiato. Una sorta di guerra di tutti contro tutti, un sistema di terrore così capillare e così profondo da essere infinitamente più distruttivo, a livello sociale, di una qualunque guerra civile.

Tania Branigan è stata in diverse località della Cina, a intervistare i sopravvissuti e i figli dei sopravvissuti, nello sforzo di capire che cosa è rimasto di tutto quell’orrore, quale memoria, quale strascico, quale eredità. E sebbene i ricordi siano incancellabili, sono in molti a non voler parlare. In parte sono ancora impauriti, ma soprattutto non sanno come raccontare quei ricordi, che posto dargli nella loro personale storia, come inquadrarli o giustificarli o anche solo capirli. La Rivoluzione Culturale è finita improvvisamente e silenziosamente con la morte di Mao, e quindi non c’è stato nessun riconoscimento o passaggio, nessuna riflessione o momento pubblico. Come se si fosse all’improvviso spenta la luce e tutti fossero usciti dalla stanza chiudendo la porta e buttando la chiave.

Le vittime innocenti e gli aguzzini, i pochi che sono stati riabilitati, quelli che sono riusciti ad attraversare indenni la Rivoluzione Culturale, sono uniti dal silenzio imbarazzato, dalla vergogna, da una complicità indesiderata ma reale. Nelle sue interviste e nelle sue ricerche, Tania Branigan ha trovato molte porte chiuse, molte persone che non volevano parlare, non volevano ricordare. Ha trovato giovani che non sapevano, ma che avevano la sensazione che qualcosa fosse successo, qualcosa di orribile e indefinibile. Le tracce del passato non si fermano con la morte, non scompaiono con il silenzio. In qualche modo anche la Cina dovrà, prima o poi, fare i conti con la Rivoluzione Culturale.

Il benessere economico, i divertimenti, lo shopping, i viaggi che ora molti si possono permettere sembrano poter nascondere i misfatti e tenere la popolazione tranquilla e serena. Ma Tania Branigan non se ne torna a casa dalla Cina tranquilla e serena. Se ne torna con il timore che quello che ora è sepolto sotto la via cinese al capitalismo un giorno si riaffacci e chieda di essere studiata, guardata, ammessa, riconosciuta. Si spera che lo si faccia armati solo di comprensione e pietas.

Branigan “Memoria rossa” di Tania Branigan

“Bello e illuminante. La Rivoluzione culturale di Mao viene rappresentata senza trascurare tutto il dolore e l’agonia che l’hanno accompagnata” – Margaret Atwood

Carnefici e vittime, rancori irrisolti e colpe da espiare: è il lascito della Rivoluzione culturale, il movimento che, tra il 1966 e il 1976, sradicò tradizioni millenarie e diede vita alla Cina di oggi. Un decennio in cui nessuno rimaneva a lungo innocente o colpevole e l’unica verità, volubile e incerta, era il pensiero di Mao, che regolava ogni sfaccettatura della vita quotidiana. Tania Branigan ha incontrato e intervistato decine di sopravvissuti, pronti a ricordare ciò che lo stato cinese vorrebbe rimuovere. Un avvocato che da bambino denunciò la madre, colpevole di aver criticato Mao tra le mura di casa. Un compositore di Pechino deportato, torturato e poi riabilitato. Un’anziana di Chongqing che racconta la giovinezza che non ha mai vissuto, perché è stata costretta a trasferirsi nella miseria delle campagne. Il vedovo della professoressa Bian, uccisa dalle sue studentesse nell’Agosto rosso, e Song Binbin, la sua carnefice, che fu acclamata da Mao e oggi cerca di scagionarsi. Un coro dissonante di voci che ricostruiscono il passato e illuminano il presente della Cina di Xi Jinping: un regime prospero che mantiene il controllo assoluto sui suoi sottoposti, ma oggi alla delazione preferisce telecamere e software di riconoscimento facciale. E costringe i cittadini a ignorare le macerie della storia. Ma è possibile cancellare un ricordo traumatico? È sufficiente il benessere economico per dimenticare ferite così profonde? Unendo al rigore del grande reportage l’empatia della romanziera, Branigan racconta le derive pericolose di un paese che ha seppellito il suo passato: un destino da cui nessuno può sentirsi immune, nemmeno un Occidente che non vuole vedere lo sgretolarsi dei suoi valori democratici.

 

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La foto in apertura è di Giorgio Vanni: la regione dello Guangxi e il fiume Li

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