Il racconto del mese: “La Filanda”

 di Anna Catacchio, Annalisa Petrella, Silvia Rizzi, Eduardo Squillace             

“Uhè Gino, arriven tardi incoeu i tusann.  Ti te  controllet no! Dighel che mi vedi tutt! E che,la  ghe la lassi minga passà!”( “Ehi Gino! Arrivano tardi le ragazze! E tu non controlli? Dì loro che io vedo. E che non la passeranno liscia!).

Dalla finestra di casa prospiciente la fabbrica, il geometra Felice Carati, el Scior Padrun, teneva d’occhio le sue proprietà. Tra queste, le operaie della filanda. Qualche anno prima aveva fatto un ottimo affare. Quando Villa Venini, che era stata nel’ 600 dei Salazar, fu lottizzata e svenduta, fu pronto. Era quasi un rudere ma la ristrutturazione era pane per i suoi denti. Attaccata alla casa c’era anche la vecchia filanda, e tra altre abitazioni rurali la grande corte rustica. Ideale per sistemarci i suoi operai, soprattutto le filandiere. Avrebbero fatto così “casa e bottega” a tutto suo vantaggio.

Caterina aveva quattro anni quando arrivò alle case di corte. Era il 1925 e i suoi genitori, disperati, decisero di tentare la fortuna in America. Una mattina di settembre salparono da Genova con i due figli maggiori, lasciando la piccolina alle cure della nonna materna, Malvina, che abitava a Vittuone, nei pressi della filanda, con l’accordo di farsi raggiungere non appena si fossero sistemati. Caterina voleva molto bene alla nonna che, rimasta vedova ancora giovane, lavorava alla filanda da molti anni.  Si prese cura della nipotina con tenerezza, le piaceva molto occuparsi di lei e, la sera, le raccontava delle bellissime storie di animali che parlavano come gli uomini e che ricevevano premi o castighi per come si comportavano.

 A sei anni Caterina incominciò a frequentare la scuola elementare. Imparò a leggere e a scrivere molto in fretta, tanto che la sua giovane maestra, la signorina Elvira Riboni, per premiarla, le regalò un libro di fiabe da cui la bambina non si separava mai.

Purtroppo qualche anno dopo la nonna si ammalò e non fu più in grado di lavorare in filanda. Caterina fu chiamata a sostituirla. Aveva solo otto anni e con grande dispiacere dovette lasciare la scuola, Il lavoro alla filanda era faticoso,  le ragazze lavoravano dieci ore al giorno, lei era spaesata e triste. La nonna l’aveva affidata a una giovane operaia, la Marietta, che subito la prese sotto la sua protezione  e ben presto diventò una sorella maggiore.

La prima volta che entrò in quello stanzone semibuio, ricordò di esserci già stata con il padre qualche anno prima. El  pà Enrico faceva il contadino e dai campi portavano alla filanda le foglie del Moron.

Che bella la chioma dell’albero da cui le prendevano! Era per lei l’occasione di una furtiva scorpacciata di more di gelso bianche, nella giusta stagione. A quel tempo quei vermetti le facevano schifo ma, poco a poco, aveva imparato a guardarli crescere con curiosità.   

 Che bella la chioma dell’albero da cui le prendevano! Era per lei l’occasione di una furtiva scorpacciata di more di gelso bianche, nella giusta stagione. A quel tempo quei vermetti le facevano schifo ma, poco a poco, aveva imparato a guardarli crescere con curiosità.  Li alimentava con trinciatura di foglie, crescevano a vista d’occhio e  poi il filo cominciava a uscire dalla loro bocca . In una settimana quei tanti bei batuffoli, i bozzoli, avrebbero ripagato quella sua attenzione e cura.

Marietta le aveva detto che dopo qualche tempo l’avrebbero messa a lavorare a fianco a lei, nei reparti di filatura, torcitura e rocchettatura. Per ora le aveva taciuto che i sovrastanti, che le sembravano tanto brave persone, avrebbero carezzate le sue spalle nel sorvegliare, passando dietro la sua postazione. Né, che per le più grandi di lei, le loro attenzioni si sarebbero fatte più pesanti. Eppure parevano tutte felici. Tacevano a padri, fratelli e mariti, era un mondo di donne. Lì, in fabbrica o nelle corti, si sfogavano cantando:“mi voo in filanda perché sont povera,  mi voo in filanda per guadagnà……”.  

Intanto gli anni passavano e Caterina diventava sempre più bella. Era solare, generosa e le donne della filanda l’avevano presa in simpatia. I suoi bei capelli neri e i suoi occhi vivaci avevano colpito anche il Gino, il caposquadra. “Adesso è ancora troppo piccola, pensava, ma di certo non me la lascio scappare…..” E intanto le lanciava sguardi di fuoco e non la perdeva di vista. Il Gino aveva una decina d’anni più di Caterina e una grande passione l’Opera. In casa aveva conservato una raccolta di dischi di arie celebri, che la domenica  faceva girare su un vecchio fonografo a manovella e spesso invitava la Marietta e altre ragazze ad ascoltare  quella meraviglia. Caterina ne fu entusiasta: il mondo delle favole che non aveva ancora abbandonato si apriva per lei verso mondi inaspettati e la musica che li accompagnava la esaltava. Il Gino la coinvolse sempre più. Caterina cominciava ad affezionarsi a lui. Era un uomo forte, virile e lei si sentiva protetta. Aveva  da poco compiuto i sedici anni quando, una domenica che erano rimasti soli, lui la strinse tra le braccia e la baciò. Dapprima Caterina si irrigidì, “cosa sta succedendo?” pensò, ma il Gino ci sapeva fare e fu molto dolce con lei. Cominciò così la loro storia d’amore, che ben presto dovette sfociare in matrimonio “riparatore”, con il beneplacito della nonna e anche del Carati, che non voleva scandali.

 La nonna andò a vivere con loro. Caterina aveva accolto la sua gravidanza con amore. Nacque una bimba. Avrebbero desiderato tanto darle il nome di una delle eroine a cui si erano  appassionati, ma la  tradizione voleva  che  il

primo figlio portasse il nome di un genitore e così la bimba fu chiamata Malvina, come la nonna. Caterina riprese  subito il   lavoro nella filanda ma, qualche mese dopo, il geometra Carati la volle a servizio nella sua grande casa. La ragazza dovette accettare, questo il Gino glielo aveva fatto ben capire, ma era preoccupata. Il Carati non le piaceva proprio: era un uomo arrogante, un ricco borghesotto allineato con il fascismo, che comandava sgarbatamente e che la guardava…….. Cominciò così per lei una vita faticosa, a servizio di quest’uomo che la insidiava e spesso la costringeva a soddisfarlo. Aveva cercato di parlarne con il marito, ma lui aveva girato la faccia. Fu la Marietta che le spiegò che così andavano le cose, che il ”scior padrun” considerava le sue lavoranti una sua proprietà.  L’unica gioia di Caterina era la sua figlioletta. La sera Caterina se la teneva vicina finché tutte due crollavano nel sonno. C’era un legame tra loro che Caterina non provò mai più con gli altri suoi figli. Perché, in effetti, di gravidanze ne ebbe proprio tante. Nel ’41 nacquero due gemelle, che con gioia furono chiamate Margherita e Violetta, poi  Lucia e , nel ’47, l’unico maschio, Alfredo. 

Malvina ha ormai nove anni, va a scuola, è brava come lo era la madre. Lavora molto anche in casa, per aiutare la nonna con tutti quei bambini ed è proprio lei a crescere il piccolo Alfredo, che la adora.  La sera, quando hanno finito di rigovernare, c’è un momento speciale, tutto loro, in cui  madre e figlia si raccontano e leggono insieme il libro di fiabe. In uno di questi momenti, Malvina confida alla madre il suo sogno di diventare scrittrice..

-Una scrittrice! Figlia mia, che gioia che mi dai!

Ne parla immediatamente con la signorina Riboni, che incoraggia il desiderio della bambina e promette di aiutarla a continuare a studiare, Caterina  allora cerca di mettere da parte qualche risparmio. Intanto Malvina  vede la madre sempre più affaticata. In realtà la crisi di Caterina è profonda.

 – Non ne posso proprio più, Marietta!! Quell’uomo mi fa ribrezzo, ogni giorno sono terrorizzata quando entro in casa sua. E il Gino, che delusione! È un vigliacco, perché lo so che sa tutto…. Ma che vita è questa? Mi sento svuotata Avrei proprio voglia di fuggire, di andarmene lontano, lontano…. Se non fosse per i bambini…

La Marietta capisce, scuote la testa sconsolata.

Il suo camion era atteso ogni settimana. Lì in filanda nessuno più lo chiamava l’Armando o il Carugati. Per tutti era Bakunin. Carati lo sfotteva, aveva visto il piccolo simbolo che l’autista si era dipinto. Sulla portiera, una A nera cerchiata. Gli diceva: “Ehi bello, la vuoi la mia filanda? Per te sono un ladro, o no? Non lo dicono i tuoi che “la proprietà è un furto?” Anche il Gino rideva alle battute del Padrùn. Le filandiere invece se lo mangiavano con gli occhi! La sua bellezza era la sua libertà. Anche l’aspetto non era male. La sua mamma l’aveva fatto moro. I capelli erano tanti, al vento. Solo adesso, col gelo, li aveva coperti con un basco largo e nero. Dalla camicia aperta il fazzolettone annodato al collo non impediva a un ciuffo di peli neri di farsi strada. Anch’essi davano un fremito alle ragazze. E l’occhio, azzurro e indagatore, era un’altra arma. E la voce impostata. Lui cantava per loro:

– El mestee de la filanda, l’è ‘l mestee di assassit, poverette quelle figlie che hinn de  denter a lavorà

Al Carati ed al Gino, ed ai loro sfottò, replicava con altri ritornelli:
                        -Noi oggi ti accusiamo in faccia all’avvenire,

La pace degli oppressi, la guerra agli oppressori

Per noi lavoratori, che siamo incatenati,

eppur la nostra idea è solo idea d’amor

..e quando moio, non voglio preti, né preti e frati, né paternostri,

abbasso i gesuiti, abbasso la sbirraglia!

Caterina sulle prime non aveva fatto caso all’Armando. Era troppo occupata. In casa coi bambini e col Gino. E col Carati, a schivarne le attenzioni, e ad aiutarlo anche negli affari. Infatti el padrun la mandava a Corbetta con plichi e carte per il notaio ed il commercialista. Di lei si poteva fidare. E anche per i sigari. E fu proprio il Carati a farle incontrare il Bakunin. Per una di quelle commissioni urgenti chiese al Bakunin di darle un passaggio. Gli salì a fianco. Il camion si avviò. Non capiva come facesse l’Armando a guidare. Insisteva a tener gli occhi fissi su di lei e non sulla strada. Doveva averla stampata in mente. E rideva, con gli occhi e con la bocca. Che denti bianchi! Attraversarono il Bosco del bacin. Lui frenò, le disse di attendere e s’inoltrò tra il verde. Dopo poco tornò. Gli vide del rosso tra le mani. Salì sul predellino dalla sua parte. Capì, erano fragoline di bosco. Gliene porse una, aprì le labbra. Poi un’altra. Poi le porse tutta la coppa delle sue mani. Cominciò a mangiargliele dalle mani. Poi anche lui si aggiunse. Afferravano le fragole con le labbra e con la lingua. Sembravano due cuccioli a bere in una pozza d’acqua. Poi, Caterina, non seppe come fu, al posto delle fragole trovò due labbra. E quelle non riuscivano a separarsi più. L’Armando aprì la portiera, la sollevò tra le braccia come fosse una bambina. Si avviò sul sentiero che portava al buio fitto del bosco. Parvero volare. In un trance. Una fantasmagoria di luci, suoni, quasi una melodia. “…e furon baci e furono carezze….”

Per entrambi la vita fu sogno dopo quell’incontro. Caterina si sentì trasportata in un altro mondo, mai conosciuto prima. Il suo mondo divenne l’Armando. E   in  esso  la nuova  Caterina, una  sconosciuta  anch’essa.  La ragione scomparve, emozioni e sentimenti la soppiantarono. La vita le parve alternanza. Paradiso e inferno. La presenza, anche il solo pensiero di lui, la sua voce: gioie indescrivibili. L’altra vita, la routine di prima: una galera. Unica luce la visione dei bimbi. Un rovello anche. Il Gino le pareva scomparso in una nebbia, eppure l’aveva amato. Andare a letto la sera, un incubo. Di quel passato amore, che le aveva pure dato le gioie della maternità, non riusciva a ricordare qualche momento di estasi. Impossibile, erano sensazioni mai provate prima. Ora nelle braccia d’Armando essa scompariva, e ne compariva un’altra. Una Caterina generosa e vogliosa al tempo stesso. Un crescendo, un fiume diretto alla cascata. Intuiva che nulla avrebbe potuto più arrestare quella corsa verso l’abisso e la felicità della vita assieme, per sempre.

Altri incontri seguirono, lei sulla corriera, lui sul camion, per incontrarsi lontano. Momenti di gioia offuscata dai pensieri, e dai sotterfugi. Poi Caterina gli disse un giorno: “Portami via”. Armando l’ascoltò, attendeva quelle parole da molto.Mi sistemo un po’. Devo cercare di essere forte e dignitosa, come  abbiamo imparato insieme. La gente è molta in cortile; tutti attorno all’aiuola delle betulle. Attendono la tua bara, sobria come te. Mi infilo un paio di occhiali scuri ma prima ti do un ultimo bacio e ti metto tra le mani il foglio che tenevi sempre sul comodino. E’ la poesia di Paul Eluard che copiai e lessi per te in occasione del tuo ultimo compleanno,……queste venti ossessive quartine che terminano tutte con “scrivo il tuo nome” -e non si sa di chi- fino all’ultima che finalmente svela il segreto. Ti era piaciuta troppo questa poesia/elenco….e il misterioso personaggio si chiamava “Liberté”. Ecco, amore mio, la tua bara è avvolta nella bandiera nera con la A rossa cerchiata. Così hanno voluto i tuoi compagni. So che tu  ti saresti opposto per il tuo spirito libero così allergico ai simboli.  Ma so anche che avresti capito le ragioni degli altri e così ho rispettato il loro desiderio. Caro, come sei bello Armando, anche ora, così enigmatico. Eppure pare che tu mi ascolti. Otto anni insieme non sono pochi se non per questo tuo morire. Le fragoline finirono subito ma furono linfa per la salita che ci aspettava. Io fuggivo non tanto dalla routine familiare o da un marito monotono e opportunista, quanto dal mondo che rappresentava. In buona compagnia del signor padrone nonché Rag. Carati. Con te ho trovato la passione e l’amore adulto e piacevole. Un giro di boa; non mi pareva vero, specie i primi tempi,  di vivere con un uomo che mi rispettava e che condivideva con me le sue passioni civili, le sue letture, la musica classica che non si fermava certo a Mozart o Haydn ma si allargava ai grandi innovatori (Stravinskij, Berlioz, Bartòk…). E io, che ti davo io?  Prima di tutto me stessa; e    poi la   curiosità, l’interesse per  tutto. Alla fine eravamo quasi pari e felici di esserlo. Tu sei stato splendido (non credo ti sia costato fatica) a non assumere il ruolo retorico e petulante di Pigmalione. Il lavoro non ci mancava. Tu nella ditta di Trasporti ove ti avevano cambiato area di lavoro per far sparire dalle tue consegne la Montero (galeotta fu !). Io porto avanti il lavoro di sarta; ho una certa clientela, lo faccio bene perché mi piace e, oltre ai soldi, si sta rivelando una vera passione. Oggi però mi sento morta e penso al vuoto che sentirò in questa piccola casa quando tornerò dal cimitero. Già mi manchi. Mi manca la tua voce. …ricordo le mie crisi ricorrenti per la mancanza dei miei figli: una ferita insanabile che non sapeva farsi parole, nemmeno a te. Ma sapevo che comprendevi, lo sapevo da mille piccole cose. Quasi festeggiammo per la prima lettera di Malvina e poi un’altra e un’altra ancora….grazie alla complicità di Marietta e della  signorina Riboni.

-Armando come saranno ora i miei figli?

 Malvina, la maggiore, aveva solo dodici anni quando me ne andai. Lei, pur di leggere leggeva persino i bugiardini delle medicine o la guida del telefono. E le gemelle? Margherita e Violetta….chissà se sono ancora così introverse e selvagge come due puledre. E Lucia? La mia Lucia partorita col rumore dei bombardamenti con le sue paure, le sue incertezze, un regalo della guerra. E Alfredo? Era proprio un cucciolo quando lo lasciai. Lui, l’ultimo dei miei bambini rappresentava, per intensità di dolore, la summa di tutte le mie angosce. Angosce a cui tu lasciavi spazio per poi, con calma, farne argomento a due.

Caro, ora siamo qui tutti in cortile. Sono le 11 del 15 febbraio 1958. C’è nebbia abbastanza fitta e un sole che spinge per uscire, testardo come un Ideale. La tua bara è qui appoggiata per terra. Li conosco tutti i tuoi compagni. Qualcuno di loro si fa avanti e, a voce alta, quasi grida un proprio ricordo di te. Mi fanno tenerezza. L’aria è carica di emozione e commozione, ho paura di lasciarmi andare e allora che faccio? Cerco di immaginare i tuoi commenti se tu potessi essere qui con noi. Tu, così aperto al mondo, curioso di tutte le idee, conoscitore dei Sacri Testi dell’Anarchia ma anche delle Sacre Scritture, per non parlare poi di tutto il resto. Tu, così amante dell’Infinito Tutto, tu, avvoltolato in una bandiera nera con la A rossa cerchiata. Loro non sanno che ti sta un po’ stretta. Ciao Armando, amore mio, ho già predisposto per la tua tomba una ciotola di piantine di fragoline di bosco per mangiarne qualche frutto nel ricordo di un camionista intraprendente e unico. Aspettami, arriverò.

Malvina la guardò senza parlare, toccava a sua madre dire qualcosa. Caterina ci provò, la voce all’inizio era incerta, poi ogni indugio svanì e volle raccontarle la sua storia. All’unica   domanda che alla   fine la  figlia le rivolse  rispose  con  calma,  guardandola  con  occhi lucidi. Traspariva  un groviglio di emozioni fuse in un’unica grande certezza, evidente a tal punto che la ragazza emise un sospiro, come di sollievo. Caterina attese, poi accennò un passo verso Malvina e, di colpo, se la trovò tra le braccia. Otto anni di attesa si sciolsero in quell’abbraccio. Trascorrevano quasi tutte le domeniche insieme, quando erano a Como Caterina le faceva conoscere il suo mondo e i suoi progetti, le aveva mostrato la raccolta di modelli per gli abiti che avrebbe voluto creare e le aveva presentato le colleghe della sartoria. Ogni tanto si fermavano a pranzare in una piccola trattoria sul lungolago ed era una meraviglia osservarle mentre conversavano e  avidamente recuperavano il tempo perduto. Poi un giorno Malvina, dopo una lunga pedalata con Alfredo lungo il canale, gli parlò, loro due erano uniti da un legame speciale ed era tempo che il bambino cominciasse a costruirsi un’idea positiva o, quanto meno, accettabile, della mamma. Aveva due anni quando se n’era andata e da allora in casa nessuno la nominava mai, aleggiava intorno al suo nome un che di proibito e riprovevole. Era ora di finirla con questo tabù: la madre li aveva sempre amati e non aveva avuto scelta, né prima né dopo. I suoi tentativi di riavvicinamento con i figli erano stati ostacolati in tutti i modi dal padre, chiuso nella sua rigidità e nel suo orgoglio ferito.

L’unica era la Marietta che, di quando in quando, nella corte parlava di Caterina con nostalgia e affetto:

-Lei sì che aveva cuore e cervello…e niente falsità e compromessi!….

La signorina Riboni, dal canto suo la nominava a scuola quando si complimentava con Alfredo per le sue capacità logiche, e faceva sempre riferimento a quelle di sua madre, infondendogli una certa curiosità e una segreta ammirazione.  Alla festa per il diploma di Malvina la madre invitò la Marietta e la Signorina Riboni. Che giornata indimenticabile! Sul battello che faceva la navigazione del lago Malvina osservava tacitamente le tre donne che indicavano ammirate le bellezze di quei luoghi  e  pensò che il loro amore e la loro solidarietà erano state il suo punto di forza.

Poi fu la volta del viaggio a Milano per l’iscrizione all’Università, quando madre e figlia, un po’ intimidite, varcarono la soglia del cortile del Filarete tutto prese forma: la bellezza dei chiostri, il senso della storia e il desiderio di conoscere autori e letterature che dessero spunti per la scrittura di Malvina.

Quella sera doveva consegnare l’abito di seta blu a palazzo Cattaneo, in Corso Cavour, dove la contessa aspettava per l’ultima messa in prova. Caterina aveva fatto diverse riparazioni e modifiche al suo guardaroba, ma era la prima volta che le veniva chiesto di creare un modello su misura. Era un’occasione d’oro, non poteva sfigurare, quando   fu ammessa nel salottino per la prova, la contessa indossò il capo sapientemente costruito per lei e dopo un’accurata verifica nello specchio sollevò lo sguardo sulla giovane sarta che cercava di nascondere la propria ansia in attesa di un commento.

– Caterina, le confesso che non mi aspettavo un tale risultato, qui non c’è soltanto un buon lavoro, vedo molto di più: un tocco di originalità e di eleganza non comuni! Da quanto crea modelli?

– Sono otto anni ormai, da quando ho cambiato vita…dedico le mie serate, dopo il lavoro ai disegni e alla creazione di modelli che un domani…chissà!  La ringrazio tanto, signora contessa, di avermi dato la possibilità di realizzare il mio primo abito da sera.

– Perché ha cambiato vita otto anni fa?

Caterina tacque, si guardò le mani, scosse un po’ il capo, poi aprì il suo cuore alla contessa, così, semplicemente, come non aveva mai fatto con nessuno, se non con l’Armando. Non ebbe reticenze perché l’altra donna sapeva ascoltare e le trasmetteva un profondo senso di rispetto. Le raccontò dei suoi figli e del suo unico grande amore, ormai perduto, che le aveva riempito la vita di gioia e le aveva aperto la mente, anche se il prezzo da pagare era stato alto. Le disse anche che proprio l’Armando l’aveva incoraggiata a cercare tutti i modi per rivedere i suoi figli e ci era riuscita con Malvina. Poi le spiegò che l’esperienza dura della filanda le aveva fatto conoscere lo splendore della seta e da qui…tutto il resto.

Fu così che Caterina trovò una nuova preziosa amica. La Cattaneo era in età matura e vide nella giovane donna un’energia pulita e ardente, una capacità creativa  rara e la sostenne fornendole lavori di rilievo nell’alta società comasca. Venne il giorno in cui Caterina riuscì ad aprire un piccolo atelier nel centro storico che divenne un piacevole luogo di ritrovo tra le signore che desideravano coniugare buon gusto ed eleganza.

Erano trascorsi dieci anni dalla sua fuga a Como, conduceva una vita agiata

ed era circondata da poche buone amiche, la Marietta lavorava nella sua sartoria ed era la sua fedele tutrice, nulla le sfuggiva e le era grata di averle regalato una vita più serena.

Malvina ormai lavorava ed era indipendente, la madre era il suo modello di vita, ne era orgogliosa, vedeva in lei una donna bella e determinata che, pur avendo raggiunto un notevole successo, aveva mantenuto uno stile sobrio, il suo indiscutibile fascino era disarmante perché naturale, spontaneo. Quando le due donne si accompagnavano per andare insieme a teatro o al cinema emanavano un’armonia che non passava inosservata: pareva che le tante vicissitudini non le avessero scalfite nell’animo, ma anzi avessero conferito loro una levità matura, sempre pronta alla comprensione degli altri.

 Lesse e rilesse più volte l’invito che aveva fatto stampare per la figlia:

 La S.V. è invitata

alla presentazione del libro “Luci e nebbie”  della scrittrice Malvina Clerici.

L’incontro si terrà lunedì 10 giugno 1971, alle ore 18, alla Casa della Cultura,

 in via Borgogna al n.3, Milano.

 Si era preparata con cura, un leggero trucco sul viso, un taglio nuovo per  i folti capelli bruni e aveva indossato il tailleur di seta grigio perla che seguiva sapientemente la sua figura ancora slanciata. Infine si appuntò la spilla di Armando sulla giacca e si avviò. In automobile ripassava mentalmente l’organizzazione dell’evento, augurandosi che nulla le fosse sfuggito. Era la grande serata di Malvina e tutto avrebbe dovuto essere perfetto. Si fermò a ritirare dal fioraio il bouquet di giunchiglie e si lasciò avvolgere dal profumo dei fiori preferiti dalla figlia. Sentiva un’agitazione strana, eccessiva, come se lei stessa e non la figlia dovesse superare l’esame del pubblico e della critica. Scese le scale ed entrò, c’era già parecchia gente, conosceva quasi tutti, salutò cercandola con lo sguardo, mise a fuoco alcuni volti, amici, compagni di università, giornalisti, intravide la Marietta seduta vicino alla cara e inossidabile Signorina Riboni e ad alcune delle sue lavoranti più affezionate. Finalmente la individuò e le si avvicinò di buon passo, ma non era sola, stava parlando con un distinto giovanotto dai folti capelli bruni, ridevano insieme e quando si voltarono per venirle incontro qualcosa di colpo dentro di lei cedette, li guardava e riconosceva nei tratti e nel sorriso le somiglianze, si sforzò di non tremare per l’emozione, si impedì di svenire per la sorpresa. Quando li ebbe davanti baciò Malvina e, rivolgendosi ad Alfredo disse:

Benvenuto figlio mio, non ti ho aspettato invano!  

 

 

redazione grey-panthers:
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