Frutti corallo sulla pietra: il fico d’India di Stefania Barzini

E’ arrivata l’estate, quella vera, con il sole che nelle città scioglie l’asfalto, le notti insonni passati a rigirarsi nel letto e l’afa che taglia l’aria. E come ogni estate sono fuggita nel mio rifugio isolano, ad Alicudi, la piccola isola siciliana dove ho casa. Per arrivare nel mio nido d’aquila ogni giorno devo fare 500 gradini, arrampicandomi su scale di pietra. Poche sono le piante che crescono tra queste rocce nere, qualche carrubo, origano selvatico, erica e soprattutto i fichi d’India. Il fico d’India, questo piccolo sole aguzzo è un po’ il simbolo della mia isola, ugualmente aspra, irta, quasi respingente tranne per chi la ama. Eppure così come l’Isola offre tesori nascosti a chi li sa cercare e apprezzare, così questa umile pianta è in realtà assai generosa. Le mie salite sono segnate dai tonfi sordi dei frutti dorati che ruzzolano sopra la pietra, frutti e piante onnipresenti in tutto il sud del nostro Paese, in particolare in Sicilia, tanto che molti sono gli scrittori e i poeti che l’hanno cantata, Elio Vittorini ad esempio  così ne scriveva: “Erano di pietra celeste, tutti fichi d’India, e quando si incontrava anima viva era un ragazzo che andava o tornava, lungo la linea per cogliere i frutti coronati di spine che crescevano, corallo, sulla pietra”.

Il fico d’India ha una storia antica e in realtà, malgrado il nome, proviene dal Messico. Gli antichi Aztechi lo chiamavano infatti Nopali e lo consideravano il loro simbolo. Quando questo popolo misterioso si aggirava senza una meta nelle terre desolate del Messico settentrionale raccontava che laddove essi avessero avvistato un’aquila appollaiata su un cactus, quello sarebbe stato il luogo dove avrebbero costruito le loro case. Fu dunque lì che fondarono la loro capitale, Tenochtitla il cui nome significava appunto “il luogo dove abbondano i frutti del cactus Nopalli che si erge sulla grande pietra”. Questa pianta è poi talmente entrata nell’immaginario collettivo siciliano che lo storico fotoreporter palermitano Natale Giaggioli, avendo notato l’abitudine dei giornali locali di pubblicare foto di omicidi e casi di cronaca nera soltanto se sullo sfondo si intravedevano fichi d’India, ne portava sempre con se uno di cartapesta che tirava fuori quando arrivava sul lugo del misfatto!

 

Ad Alicudi il fico d’India viene usato in molti modi, qui dove l’acqua scarseggia gli incendi che spesso scoppiano in questa landa dimenticata, vengono spenti lanciando sul fuoco le sue pale, ricche d’acqua. Io le pale le uso anche come piatti, privandole delle spine, è di certo l’uso più ecologico che se ne possa fare ed ha anche il vantaggio che a fine pasto si possono lanciare nei campi senza lavarle! Nei mercati messicani in giro per l’America ho poi scoperto che quelle stesse pale si mangiano anche, arroventandole su piastre di pietra o di ferro e accompagnandole poi ad una crema di mais, fagioli e cipolle. Io però ne uso soprattutto i frutti, anche se raccoglierli e lavorarli è un lavoro lungo e faticoso e i loro aculei, pressoché invisibili finiscono per infilarsi ovunque, nei capelli, sulle mani, nei vestiti, ed eliminarli di lì è quasi impossibile. Qui ad Alicudi ho imparato a fare la mostarda.

Si sbucciano i fichi, poi si versano in una pentola capiente schiacciandoli bene con lo schiacciapatate, e si fanno bollire finchè i semini si separano dalla polpa, a questo punto il composto si passa al setaccio e si rimette in pentola aggiungendo zucchero, miele, cannella e essenza di mandorle. A poco a poco si aggiunge la farina, circa 350 grammi per tre chili di fichi d’India, sempre mescolando perché non si formino grumi. Quando avrete finito la farina, il composto sarà piuttosto denso. Versatelo subito su due vassoi inumiditi d’acqua e spianatelo con il cucchiaio. Lasciatelo indurire per circa un’ora e poi con una rotella per la pizza riducetelo a piccoli rettangoli. A questo punto, deve essere estate e il sole ben caldo, li lascerete asciugare per 4-5 giorni, girandoli di tanto in tanto e riponendoli dentro di notte. Una volta pronti potete conservarli in sacchetti o in contenitori ermetici. Io li consumo in inverno, illudendomi che ci sia ancora a scaldarmi il sole delle roventi estati siciliane.

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