Dino Buzzati, un distinto signore del quartiere Brera

Via Solferino Milano. In un austero edificio d’epoca ha sede il Corrierone, il Corriere della Sera come i milanesi chiamano affettuosamente.  E’ in questo palazzo che nel luglio 1928 entra per la prima volta Dino Buzzati, ventiduenne appena laureato in giurisprudenza (suo padre è un noto docente di diritto all’ università) nato a San Pellegrino Belluno, dove vi è la casa di famiglia per le vacanze. Il giovanotto da poco ha fatto una scoperta importante per la sua vita: la gioia di battere i tasti della macchina da scrivere raccontando il mondo così come lo vede lui. Prima redattore, poi inviato, Dino adora la stesura di racconti, poesie non trascurando anche il desiderio di dipingere. Intellettuale a tutto campo, ma molto diverso dal clichè dell’ artista bizzarro e discontinuo, Buzzati è una persona metodica, precisa e ordinata nel suo lavoro. Cronista eccellente soprattutto nella cronaca nera, si mette in luce come un grande conoscitore della realtà milanese diventando un giornalista di punta al Corriere. Nei suoi romanzi invece predilige come protagonisti gli eroi negativi in lotta contro un mondo feroce e ostile, dove non mancano incubi e catastrofi e gli uomini non possono sottrarsi al loro destino. Professionalmente è anche molto fortunato.

Il deserto dei Tartari

Il 26 aprile 1945 tocca al suo editoriale sul Corriere intitolato Cronaca di ore memorabili, raccontare l’insurrezione partigiana a Milano essendo quel giorno uno dei redattori di turno proprio mentre i partigiani occupano la redazione nelle ore nelle quali la libertà sta ritornando nel nostro paese dopo vent’anni di dittatura. In quelle ore memorabili per la storia italiana, il Corriere con la sua firma rinasce in chiave democratica e antifascista. Dino nel dopoguerra oltre a occuparsi della Terza pagina, è inviato al seguito del Giro d’ Italia e poi all’ estero per brevi periodi. Dal ’67 è nominato critico d’arte, mentre la sua intensa attività letteraria prosegue con romanzi, prose, poesie. Il cinema non poteva ignorare le sue opere e nel 1965 per la regia di Gianni Vernuccio arriva nelle sale il film Un amore tratto da un libro di grande successo distribuito anche nelle edicole e ispirato a una storia dolorosa sentimentale autobiografica. Interpretata da Rossano Brazzi, Agnès Spaak, Gérald Blain, Lucilla Morlacchi e Marisa Merlini, la pellicola è incentrata sul cinquantenne architetto Antonio Dorigo, benestante, ma sentimentalmente poco maturo. L’uomo cerca invano di convincere Laide, una bella ragazza conosciuta in una casa d’ appuntamenti, a diventare la sua donna. Rimarrà deluso, amareggiato e frustrato dal fallimento di questo suo sogno d’amore. Sceneggiato da Ennio De’ Concini, Eliana Sabata e Enzo Ferraris, con la bella fotografia in bianco e nero di Aldo Scavarla e le musiche originali di Giorgio Gaslini (già autore della colonna sonora di La notte di Antonioni), il film girato in una Milano elegante, fredda e alto borghese, si avvale dell’ottima interpretazione di Rossano Brazzi nei panni di Antonio al fianco di Agnès Spaak, sorella di Catherine la cui carriera cinematografica sarà però più modesta. Di notevole spessore è la sequenza del triste capodanno a tre davanti alla televisione con Antonio, un giovane “cugino” di Laide (Gérald Blain), entrambi rivali in amore che si spiano sopra le spalle della ragazza. Nel ’67 tocca a Ugo Tognazzi dirige e interpretare Il fischio al naso dal racconto Sette piani tradotto anche per il teatro da Buzzati nella commedia Un caso clinico, messa in scena da Strehler al Piccolo nel 1953. Giuseppe Inserna, un industriale della carta molto ricco, si fa ricoverare spinto dalla moglie (Olga Villi) in una clinica di lusso per un banale disturbo, un fischio al naso. Qui lo raggiunge l’amante (Franca Bettoja), ma poi incomprensibilmente inizia ad essere spostato da un piano all’ altro su indicazione dei medici, il dottor Salamoia (Marco Ferreri) e il dottor Claretta (Gigi Battista) alla ricerca di nuove malattie fino al settimo e ultimo.

Un amore

L’opera di Buzzati è chiaramente una metafora sulla precarietà della vita, sull’ impossibilità di accettare la morte e di sfuggire alle leggi misteriose che decidono la nostra sorte. Il film accolto bene dai critici, non soddisfa però il Tognazzi regista che avrebbe voluto realizzare una pellicola più coraggiosa e meno commerciale. Nel 1976 è Valerio Zurlini a firmare una delle sue opere più belle, purtroppo l’ultima della sua carriera, Il deserto dei tartari con un cast di prestigio formato da Jacques Perrin (anche produttore), Vittorio Gassman, Jean – Louis Trintignant, Max von Sydow, Giuliano Gemma, Philippe Noiret, Fernando Ray. L’ idea del romanzo di Buzzati scritto nel 1940 nasce dalle lunghe monotone nottate di routine in redazione al giornale. Un’esperienza che lo scrittore traduce in un libro

Fischio al naso

capace di rappresentare l’angoscia per una vita sprecata nella noia e nell’ inutilità. Nella lontana fortezza di Bastiano tra le montagne, il sottotenente di prima nomina Giovanni Drogo impara, come tutti gli altri soldati, ad aspettare l’arrivo dal deserto di un nemico in realtà inesistente. Solo alla fine della sua carriera quando l’ufficiale vecchio e stanco sta per lasciare definitivamente il servizio, i Tartari arrivano per dare l’assalto alla guarnigione. Alla Mostra del Cinema di Venezia del ’93 una nuova opera cinematografica ispirata a un romanzo di Buzzati, Il segreto del bosco vecchio di Ermanno Olmi, viene presentata fuori concorso. Si tratta di una fiaba ecologista con un eccezionale Paolo Villaggio nella parte del colonnello a riposo Sebastiano Piccolo animato dal desiderio di comprare il Bosco Vecchio, una località piena di alberi secolari che lui vuole abbattere. La presenza però di creature magiche e misteriose glielo impediranno. Nel 1994 Mario Brenta, l’ottimo autore di Vermisat e Maicol gira sulle Dolomiti Barnabò delle montagne tratto da un lungo racconto uscito nel 1933, storia di un giovane guardaboschi messo a guardia a una polveriera sperduta tra i monti. Un giorno quando il suo vecchio comandante viene ucciso, egli non riesce a darsi pace e per molto tempo cercare di scoprire i suoi assassini. Finalmente individuato l’autore dell’omicidio, Barnabò lo prende di mira con il fucile, ma poi abbandona ogni proposito di vendetta per il perdono. Il film propone tutti i temi classici dell’opera di Buzzi come la montagna, il silenzio, la solitudine, la voglia di riscatto. Queste ultime due pellicole sono state realizzate dopo la prematura scomparsa avvenuta nella sua città d’ adozione il 28 gennaio 1972 a soli sessantasei anni. Dino Buzzati rimarrà sempre un simbolo della Milano colta e intellettuale. A lui è stata dedicata una strada cittadina, una scuola media e una sala presso la Fondazione Corriere della Sera, dove vengono organizzati da molti anni convegni e mostre. Un’intensa attività che il distinto signore del quartiere Brera avrebbe molto gradito…

 

Barnabò delle montagne

 

Pierfranco Bianchetti:
Related Post