Da vedere in DVD: “Un altro mondo” di Stéphane Brizé

tit. orig. Un autre monde sceneggiatura Oliver Gorce, Stéphane Brizé cast Vincent Lindon (Philippe Lemesle) Sandrine Kiberlain (Anne Lemesle) Anthony Bajon (Lucas Lemesle) Marie Druker (Claire Bonnet-Guérin) Guillaume Draux (dir. risorse umane) Alexandre Martin (responsabile tecnico) Olivier Lemaire (Olivier Lefèvre) Jerry Hickey (Mr Cooper) Valerie Lamonde (avvocato di Anne) genere drammatico lingua orig francese prod Fr, 2021 durata 92 min.

 

Whirlpool, Ideal Standard, Electrolux, Pernigotti, Bekaert… Vi dicono niente questi nomi, noti marchi di fabbrica? Si tratta di alcune delle aziende multinazionali i cui stabilimenti italiani sono stati al centro di aspre vertenze sindacali per chiusure, licenziamenti, delocalizzazioni e altre cose simili. L’autorevole quotidiano finanziario Il Sole-24 Ore ha calcolato che in questo momento nel nostro Paese sono aperti 158 tavoli di crisi aziendali che riguardano 210mila lavoratori, equamente distribuiti tra Nord, Centro e Sud. Una situazione non molto dissimile a quella esistente in altri Paesi europei. A cominciare dalla Francia, sorella latina più che mai in questo frangente. Tutto ciò per dire cosa? Che l’altro mondo di cui parla Brizé nel suo film è esattamente questo mondo, il mondo del lavoro nel XXI secolo, ossia precario, incerto, soggetto alle più feroci e assurde “leggi di mercato” che possono decretare, dall’oggi al domani, che un insediamento industriale produttivo, attivo ed efficiente deve essere dislocato, dismesso o semplicemente chiuso. E buonanotte ai suonatori (ossia ai lavoratori).

Tutto ciò in barba al fatto che, come si dice nel film, un’azienda non è fatta di numeri, ma della gente che vi lavora. Il regista francese, figlio della classe operaia, con questo film realizza la terza anta di un trittico sul lavoro in fabbrica cominciato nel 2015 con La legge del mercato e proseguito nel 2018 con In guerra. Protagonista è, anche qui, Vincent Lindon non più nella tuta dell’operaio (o col megafono del sindacalista), ma nei ben più confortevoli capi firmati del top manager. Chiamato a tagliare teste (altrui) se vuole salvare la propria. Non bastasse, il povero dirigente è sull’orlo del divorzio dopo che l’attività lavorativa gli ha cancellato anche la vita privata e una qualsivoglia relazione coniugale. Con ripercussioni anche sul figlio disabile. A pro di megastipendi, appartamentoni, benefit, auto aziendali, stock option e quant’altro. Effetti collaterali, si direbbe in guerra. Perché di guerra si tratta. All’ultimo sangue. Ovvero al gioco del primo della classe per ottenere meriti, visibilità, promozioni e ulteriori benefit presso il megadirettoregalattico di fantozziana memoria. Ossia quel Mr Cooper collegato dagli Stati Uniti in videocall, grande capo dei grandi capi, soggetto però a sua volta al più tremendo dei boss: Wall Street. Film esemplare, nel senso che ci parla di noi e del nostro presente attraverso metafore, mettendo in scena situazioni paradigmatiche e senza perdersi troppo in chiacchiere. A tratti un po’ schematichino e abbastanza prevedibile, ma non sono gli psicologismi che si richiedono a un film di denuncia. E già il fatto che qualcuno utilizzi ancora il cinema come mezzo di denuncia sociale basta e avanza per giustificare la visione.

 

E allora perché vederlo?

Perché se è vero che nel mondo del lavoro la libertà ha spesso un costo, è altrettanto vero che ha sempre un prezzo. Molto salato.

 

DVD selezionati da Riccardo E. Zanzi, recensione di Auro Bernardi

 

Egidio Zanzi:
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