Da vedere al cinema: “Il cattivo poeta” di Gianluca Jodice

sceneggiatura Gianluca Jodice cast Sergio Castellitto (Gabriele D’Annunzio) Francesco Patanè (Giovanni Comini) Tommaso Ragno (Giancarlo Maroni) Clotilde Courau (Amélie Mazoyer) Fausto Russo Alesi (Achile Starace) Massimiliano Rossi (Giovanni Rizzo) Elena Bucci (Luisa Baccara) Lidiya Liberman (Lina) Janina Rudenska (Emy) genere drammatico prod Fr, Ita 2020 durata 106 min.

 

Anziché “Il cattivo poeta”, il film di Jodice avrebbe dovuto intitolarsi più correttamente “Il cattivo federale”. In primo luogo perché il protagonista non è Gabriele D’Annunzio, ma Giovanni Comini, federale del Fascio di Brescia, e, in secondo luogo, soprattutto perché sono proprio le cattive propensioni di quest’ultimo a reggere il filo della drammaturgia. Cattive propensioni che consistono nel non essere allineato alle direttive del regime, nel pensare con la propria testa anziché con quella dell’ideologia, nel dissentire su metodi e strategie delle camice nere e nel mostrare indipendenza sulle scelte politiche dei più alti gerarchi. Tanto che, come avverte una didascalia alla fine del film, il giovane federale verrà espulso dal partito alla vigilia dell’entrata in guerra italiana a fianco di Hitler. E D’Annunzio che c’entra? C’entra un po’ di straforo come sorta di controcanto cui Comini attinge tale sua indipendenza di giudizio. Mandato al Vittoriale degli Italiani di Gardone Riviera per sorvegliare l’ormai anziano Vate, ne subisce il fascino al punto da condividere con lui la contrarietà verso le nuove scelte strategiche mussoliniane.

Questa la cornice narrativa del film. Accurato nella scenografia, ottimamente fotografato da Daniele Ciprì e ben recitato da tutti i componenti del cast. Con un muto comprimario d’eccezione: il Vittoriale, appunto, la sfarzosa villa dannunziana sul lago di Garda che si pone come qualcosa di più che una quinta di lusso, più vera di qualsiasi ricostruzione. Villa-museo, oggi, che con i suoi quasi 300mila visitatori l’anno (pre-Covid, naturalmente) si colloca ai vertici tra le mete turistico-culturali del Bel Paese. In fondo, il lascito più durevole dell’Immaginifico che vi passò gli ultimi anni della sua vita e che qui morì il 1 marzo 1938.

Il resto, però, lascia un po’ perplessi. È mai possibile che in Italia non si riesca a pensare (prima ancora che “fare”) un film sul fascismo che sia finalmente scevro del peso storico del regime sulla nostra attualità? È mai possibile che quasi ottant’anni dopo la fine storica del fascismo non si possa fare a meno di pensare che qualcuno, qui e adesso, ne auspichi in qualche modo il ritorno e vi si rifaccia ideologicamente? Anche Jodice mostra questo condizionamento e lo mostra proprio in quel personaggio anomalo che è Gianni Comini, nominato federale a 28 anni (era nato nel 1906) e morto nel 2002 a 96 passati. E poco importa se venne espulso dal partito, per farne un fascista “contro”. Basti pensare, da Galeazzo Ciano in giù, a quanti gerarchi anche della prima ora fecero una fine anche peggiore perché sospettati di “tradimento”. No: Comini non fu un fascista anomalo. Fu un fascista. Punto. Così come D’Annunzio, per quanto riottoso, bizzoso o umbratile, fu tra le sorgenti cui il fascismo si abbeverò con dovizia. Punto. Non è questione di revisionismo storico e, sia chiaro, il film di Jodice non è revisionista. Ma non è neppure risolto nelle sue ambiguità, nelle sue contraddizioni. La sua lettura così neutra lascia perplessi proprio per l’impressione che si ha, alla fine, di qualcosa in sospeso, di irrisolto. Potrebbe anche essere vero che il Vate vaticinò a Mussolini che l’alleanza con Hitler sarebbe stata la sua tomba, così come è vero, storicamente, che lo Stato Libero di Fiume (1920-24), fu un esperimento politico molto in anticipo sui tempi. Con il suffragio universale anche femminile (in Italia si avrà solo nel 1946, dopo la fine della guerra) e una costituzione all’avanguardia (in Italia vigeva ancora lo Statuto Albertino). Però non basta qualche breve battuta di dialogo al merito, per rimettere le carte a posto.

Anche dopo questo Il Cattivo poeta, i film italiani che fino a oggi hanno affrontato il tema “fascismo” sfondandolo da ogni possibile ipoteca storica continuano a essere solo tre: Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) di Pier Paolo Pasolini, Claretta (1984) di Pasquale Squitieri e Vincere (2009) di Marco Bellocchio. In ciascuno dei quali, però, il fascismo è solo un pretesto per parlare di altre cose.

 

E allora perché vederlo?

Per conoscere una pagina poco nota della nostra storia recente. E per programmare una visita al Vittoriale degli Italiani.

redazione grey-panthers:
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