Da vedere al cinema: “Comedians” di Gabriele Salvatores

sceneggiatura Gabriele Salvatores dall’omonima opera teatrale di Trevor Griffiths cast Ale e Franz (Filippo e Leo Marri) Natalino Balasso (Eddie Bermi) Marco Bonadei (Samuele Verona) Walter Leonardi (Gio di Meo) Giulio Pranno (Giulio Zappa) Vincenzo Zampa (Michele Cacace) Christian De Sica (Bernardo Celli) Demetra Bellina (la ragazza del cucito) Elena Callegari (la bidella) Aram Kian (sig. Patel) genere commedia prod Ita 2020 durata 96 min.

 

Per certi versi la terza età è un ritorno sui propri passi, quasi come un ladro o un assassino sul luogo del delitto. Anche nell’ambito artistico le cose non sembrano diverse. Questo ultimo film di Salvatores ha infatti radici lontane, a quel Teatro dell’Elfo di via Ciro Menotti, a Milano, in cui il premio Oscar di “Mediterraneo”, ha mosso i suoi primi passi nella regia negli ormai lontani anni ‘70 del ‘900. Messo in scena per la prima volta in Inghilterra nel 1975, il testo teatrale di Trevor Griffiths arrivò in Italia, all’Elfo, nel 1985 grazie appunto a Salvatores e agli allora suoi compagni d’avventura destinati poi a imporsi i diversi rami dello spettacolo: Paolo Rossi, Silvio Orlando, Claudio Bisio, Bebo Storti e Renato Sarti. La commedia restò in cartellone per tre anni. Secondo quanto dichiarato dallo stesso regista, complice il lungo lock down dello scorso anno, Comedians” venne riesumato proprio come alternativa allo stop imposto dalla pandemia. Accantonato un progetto in corso, il regista e un piccolo gruppo di amici-attori hanno realizzato questo kammerspielefilm di netta impostazione teatrale, ma di buona qualità cinematografica. La trama è esilissima: alcuni attori dilettanti frequentano i corsi serali dell’ex comico Eddie Berni e ciascuno prepara un proprio numero in base, naturalmente, ai suggerimenti del “maestro”.

Siamo all’ultima lezione cui seguirà un’esibizione dal vivo in un locale pubblico. A scompigliare le carte arriva la notizia che in sala siederà anche Bernardo Celli, ex partner di Berni e attuale manager di un’importante agenzia di spettacolo. Celli sceglierà uno tra i debuttanti per la propria “scuderia” il che significa, per il prescelto, l’uscita dall’anonimato e una quasi sicura carriera televisiva. Un po’, proprio, come i lontani interpreti dell’Elfo. Il punto vero è però un altro: benché un tempo amici e partner, Celli e Berni hanno concezioni diametralmente opposte sulla comicità oltre al fatto che il primo si trova a impartire lezioni serali per tirare a campare mentre il secondo ha fatto soldi e carriera. A scontrarsi sono due visioni del mondo, due universi: la comicità come leva eversiva oppure come semplice intrattenimento. E di mezzo ci sono loro, gli allievi, i sei aspiranti attori ciascuno con i suoi guai della vita quotidiana, i sogni di successo, l’occasione di emergere o lo spettro di restare per sempre nell’ombra. E poi c’è il dilemma di fondo: seguire i dettami del maestro rischiando il pollice verso del manager o buttare tutto all’aria e improvvisare, su due piedi, qualcosa che possa entrare nelle corde di chi può decretare la tua fortuna? Verbosetto per forza di cose, a tratti sin troppo “telefonato” nello scambio delle battute e nel gioco delle parti, il film di Salvatores si lascia comunque vedere non solo per le trovate a raffica, i rimpalli, gli screzi, le facezie e le tragicità che stanno sempre dietro una maschera comica, ma proprio per questo suo sapere andare oltre lo sberleffo. Per cercare, specialmente con il personaggio di Giulio Zappa (un giovane ma già scafato Giulio Pranno, vedi “Security in questa stessa rubrica) quel giusto mix tra comico e tragico che fa parte imprescindibile del bagaglio di tutti i grandi comici del cinema. Da Keaton e Chaplin a Stanlio e Ollio, da Woody Allen a Peter Sellers, da Fernandel a Paolo Villaggio, da Benigni a Troisi.

 

E allora perché vederlo?

Perché, sul palcoscenico della vita, dietro ogni sorriso c’è sempre una lacrima. E viceversa.

Auro Bernardi: Nel 1969, quando ero al liceo, il film La Via Lattea di Luis Buñuel mi ha fatto capire cosa può essere il cinema nelle mani di un poeta. Da allora mi occupo della “decima musa”. Ho avuto la fortuna di frequentare maestri della critica come Adelio Ferrero e Guido Aristarco che non mi hanno insegnato solo a capire un film, ma molto altro. Ho scritto alcuni libri e non so quanti articoli su registi, autori, generi e film. E continuo a farlo perché, nonostante tutto, il cinema non è, come disse Louis Lumiére, “un'invenzione senza futuro”. Tra i miei interessei, come potrete leggere, ci sono anche i viaggi. Lo scrittore premio Nobel portoghese José Saramago ha scritto: “La fine di un viaggio è solo l'inizio di un altro. Bisogna ricominciare a viaggiare. Sempre”. Ovviamente sono d'accordo con lui e posso solo aggiungere che viaggiare non può mai essere fine a se stesso. Si viaggia per conoscere posti nuovi, incontrare altra gente, confrontarsi con altri modi di pensare, di affrontare la vita. Perciò il viaggio è, in primo luogo, un moto dell'anima e per questo è sempre fonte di ispirazione.
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