“Non chiamatemi leggenda”. Kirk Douglas e i suoi figli

Figlio di immigrati russi, Kirk Douglas deve la sua fortuna hollywoodiana a carisma, cultura e preparazione. Che tramanderà al figlio Michael e non solo…

Il suo nome è Issur Danilovic Demsky, unico maschio fra sei sorelle dell’immigrato ebreo russo Hereschel Danielovich, nato a Amsterdam nello Stato di New York, una piccolo città industriale nella valle del Mohawk, il 9 dicembre 1916. Quello che tutti noi conosceremo poi come Kirk Douglas ha una fossetta sul mento, la voce stridula (nell’originale), il sorriso e lo sguardo magnetici, questo combattente nella vita e sul set, dominerà per anni la scena di Hollywood.

Suo padre, fuggito dalla sua patria d’origine insieme ad altri centomila ebrei per evitare di essere arruolato in seguito alla guerra scoppiata nel 1905 tra Russia e Giappone, era arrivato negli Usa affrontando le difficoltà di un immigrato in terra straniera e cercando di mantenere la famiglia con il suo lavoro di venditore ambulante.

Issur inizia a lavorare giovanissimo studiando alle scuole serali. Dotato di una forte determinazione, sogna di diventare un attore di teatro aiutato dalla madre Bryna, che gli inculca l’importanza della cultura e della necessità di raggiungere, anche costo di grandi sacrifici, una indipendenza economica. Dopo oltre quaranta mestieri diversi, Kirk riesce a iscriversi al college sempre lavorando per potersi pagare gli studi (fa il camionista e anche il lottatore professionista in un luna park, un’attività che gli tornerà utile per la sua carriera d’attore). Nel ’39 entra come studente all’Academy of Dramatic Arts del Greenwich Village di New York nutrendo l’ambizione di diventare un poeta, aspirazione abbandonata presto per lo studio della recitazione e nel ’40 decide di cambiare nome diventando Kirk Douglas.

Con l’entrata in guerra dell’America nel dicembre 1941, il giovanotto pieno di speranze artistiche, è arruolato in Marina e va a combattere i giapponesi nel Sud del Pacifico a bordo di sommergibili alla caccia delle navi nemiche. Due annui dopo, in seguito a delle ferite riportate in azione, è congedato. Ritornato alla vita civile sposa Diana Dill, una giovane aristocratica proveniente dalle Bermude e riprende finalmente la carriera di attore, prima nelle compagnie di provincia e poi a Broadway dove emerge per la sua personalità spiccata e per la grinta con cui affronta ogni personaggio interpretato.

“Brama di vivere”

La nascita di Michael e l’amicizia con Lauren Bacall

Nel settembre ’44, con la nascita di suo figlio Michael, Kirk ha bisogno di guadagnare, ma la fortuna è dalla sua parte grazie all’amica Betty Perske, che diventerà famosa con il nome di Lauren Bacall (poi attrice di successo e moglie di Humphrey Bogart, una delle coppie più glamour di Hollywood). Grazie a lei ottiene di partecipare ad un provino per il produttore Hal B. Wallis che gli offre una parte nel suo film Lo strano amore di Marta Ivens (1946) dove recita nel ruolo di un individuo ambiguo al servizio di una ricca signora maritata interpretata da Barbara Stanwych.

Per Kirk Douglas è ormai giunto il tempo di lasciare i palcoscenici per entrare nel mondo di Hollywood, dove lo aspetta una carriera leggendaria e lunghissima costituita da 90 film, “molti brutti, e tanti belli” come racconterà in un’intervista rilasciata alla bella età di 99 anni nel 2015. Il 1946 è un anno magico per la storia di Hollywood che vede gli incassi dei film in uscita nelle sale americane crescere ogni giorno. Il cinema è lo spettacolo più popolare, il più amato soprattutto dalle classi sociali meno abbienti. Una stagione favorevole per Kirk che nel 47 recita nel suo secondo film Le catene della colpa, diretto da Jacques Tourneur, ancora oggi considerato un noir immortale.

Douglas non è il protagonista (è stato scelto Robert Mitchum), ma la sua interpretazione è notata dalla critica che lo elogia senza mezzi termini. Nello stesso anno è tra gli interpreti di Il lutto si addice a Elettra di Dudly Nichols, tratto da un dramma di Eugene O’Neill, seguito da altre prove dignitose come Le vie della città, Le mura di Gerico, La cara segretaria e soprattutto Lettera a tre mogli, uno dei migliori film di Joseph L. Mankiewicz.

“L’asso nella manica”

Nel ’49 in Il grande campione di Mark Robson, dove presta il suo volto per dare vita alla storia del pugile Midge Kelly, campione senza scrupoli della nobile arte della boxe, ci regala una straordinaria interpretazione. La pellicola a basso budget della RKO, la celebre casa di produzione specializzata nel genere noir, è un grande successo di pubblico. Nel 1951 il regista Billy Wilder lo vuole protagonista di un altro film immortale, L’asso nella manica, nei panni di un cinico giornalista di provincia incaricato di un servizio sulla tragedia di una miniera che lui manovra per arrivare al successo come fosse uno sorta di show. Nello stesso anno in Pietà per i giusti di William Wyler, tratto da un dramma teatrale, è un detective della polizia di New York, 21° distretto, apparentemente severo e inflessibile con i criminali, ma che al momento decisivo sarà pronto a sacrificare la propria vita per salvaguardare l’onore di sua moglie Mary.

Nel ’52, diretto da Howard Hawks, è un cacciatore di pellicce nel selvaggio West in Il grande cielo, mentre l’anno successivo interpreta un ebreo perseguitato dai nazisti in I perseguitati di Edward Dmytryk. Nell’estate del ’53 l’attore è in Italia all’Argentario per girare il film in costume, Ulisse, diretto da Mario Camerini e prodotto da Dino De Laurentiis. Nel corso della lavorazione Kirk (che è divorziato dalla prima moglie Diana e padre anche di Joel, nato nel 1947), all’epoca fidanzata con l’attrice Pierangeli, s’innamora della sua assistente Anne Buydens che poi diventerà sua moglie per tutto il resto della sua lunga vita e dalla quale avrà due figli, Peter (1955) che diventerà un produttore e Eric (1958), scomparso nel 2004 a 46 anni per una overdose di droga.

La sua carriera prosegue senza sosta tra grandi successi: L’uomo senza paura, un altro western diretto da King Vidor, Orizzonti di Gloria per la regia di Stanley Kubrick, una mitica pellicola antimilitarista e Sfida all’O.K. Corral di John Stuges nel ruolo del pistolero Dr. John ”Doc” Holliday al fianco del collega e amico Burt Lancaster che interpreta lo sceriffo Wyatt Earp.

Kirk Douglas e il caso Spartacus

È il 1959 e il maccartismo, la caccia ai comunisti, si sta in parte esaurendo, ma il clima generato dalla guerra fredda continua a rendere difficile la vita a coloro che hanno avuto in passato simpatie nei confronti della sinistra americana.  Tra gli intellettuali di Hollywood che continuano a subire l’ostracismo del potere politico anticomunista, vi è lo sceneggiatore Dalton Trumbo, autore di copioni memorabili con quello di Vacanze romane, film diretto nel 1953 da William Wyler, con Audrey Hepburn e Gregory Peck. Nel 1954 lo scrittore, da diverso tempo nella lista nera del senatore McCarthy, dopo aver vissuto in Messico per diverso tempo (la sua sceneggiatura della pellicola La più grande corrida ottiene in quel paese e anche negli Stati Uniti un successo insperato) ritorna con la famiglia in California.

“Un giorno di ordinaria follia”

Sono sempre per lui tempi difficili costretto a firmare sotto falso nome i copioni per l’industria cinematografica. Nel 1959 casualmente il divo Kirk Douglas legge un soggetto di Howard Fast, amico e compagno di sventura di Trumbo, incentrato su Spartaco, uno schiavo nell’ antica Roma che vuole diventare uomo libero. L’ attore ne è entusiasta e decide di rivolgersi a Dalton, considerato uno degli scrittori di cinema più veloci di Hollywood.

Douglas sa che dietro lo pseudonimo utilizzato per firmare questo script vi è lui, l’intellettuale troppo conosciuto per le sue idee politiche dalle parti della Universal produttrice della pellicola. Se Dalton esce allo scoperto la possibilità di portare a termine il progetto svanisce. Con grande discrezione i due si incontrano nella villa di Kirk Douglas vicino a Pasadena. Nel giro di quarantotto ore, rapido come sempre, lo sceneggiatore scrive un trattamento in sette punti e in due giorni plasma il personaggio di Spartaco da schiavo, animale senza anima, in un uomo con cuore, cervello e sentimenti; un eroe e un capo per migliaia di persone private della loro dignità umana.

La regia di questo kolossal costosissimo è affidata a Stanley Kubrick con un cast strepitoso, Peter Ustinov, Lawrence Olivier, Charles Laughton, Jean Simmons, Tony Curtis. Terminate le riprese Douglas, Kubrick e Trumbo entrano provocatoriamente nel ristorante dell’Universal affinché tutti sappiano chi è l’autore del film appena terminato. Poche ore dopo Otto Preminger a New York per preparare Exodus telefona a Douglas: “Cosa mi combini?” urla.  “Se metti il nome di Trumbo in Spartacus ammazzi il tuo film e il mio”. La decisione è però presa e la stampa americana dà grande risalto alla novità.

Spartacus ai primi del 1961 è nelle sale con grandissimo successo di pubblico coronato dall’ assegnazione di quattro Oscar. Perfino John Kennedy, subito dopo la sua elezione a Presidente degli Stati Uniti, entra con la scorta in un cinema a quattro isolati dalla Casa Bianca per vedere la pellicola nella quale appare finalmente la scritta “sceneggiatura di Dalton Trumbo”.

Kirk Douglas ha vinto la battaglia contro Hollywood non rinunciando a ribadire le sue idee progressiste e liberali che poi racconterà nel suo bel libro “Io sono Spartaco! Come girammo un film e cancellammo la lista nera” con prefazione di George Clooney, 2012, Il Saggiatore. Da sempre legato al partito democratico, l’attore negli anni Ottanta critica l’interventismo reaganiano in Centro America. “Devono essere i nicaraguensi- afferma senza mezzi termini- portare avanti il loro processo democratico”. Una posizione politica che pare abbia fortemente irritato il vecchio Donald, amico di lunga data dell’attore.

“Uomini e cobra”

Tante nomination, ma l’Oscar?

Kirk Douglas, che otterrà tre nomination ma nessun Oscar (Hollywood è imprevedibile e beffarda!) affronta  nel corso della sua carriera personaggi di grande spessore come il pittore Van Gogh in Brama di vivere (1958) per la regia di Vincente Minnelli; il malinconico cow boy di Solo sotto le stelle (1962) diretto da David Miller e sceneggiato da Dalton Trumbo, che assiste con sofferenza alla riduzione degli spazi liberi della prateria a favore dell’avanzare implacabile della motorizzazione di massa; il colonnello golpista di Sette giorni a maggio di John Frankenheimer (1964), ancora al fianco di Burt Lancaster, e l’ indomito professore universitario norvegese di Gli eroi di Telemak di Anthony Mann (1965), alla guida di un commando di partigiani  incaricati di sabotare un impianto nazista che produce acqua pesante.

Nel 1969 il regista Elia Kazan gli offre un altro ruolo di prestigio in Il compromesso, film in parte autobiografico, storia di un professionista di successo con tanti soldi, moglie e amante, ma che nella sua vita avverte improvvisamente una infelicità profonda. Negli anni Settanta il divo con la fossetta sul mento subisce la concorrenza spietata di una nuova generazione di attori di grande professionalità (Dustin Hoffman, Al Pacino, Robert De Niro, Robert Redford ed altri), ma lui si batte come un leone per mantenere viva la sua popolarità presso il pubblico americano.

Joseph L. Mankiewics lo vuole protagonista di Uomini e cobra (1970), un bellissimo western nel quale recita anche Henry Fonda e nel ’78 è diretto da Brian De Palma in Fury, storia di un padre, che cerca di salvare suo figlio dotato di poteri telecinetici, dalle grinfie di un crudele direttore di una clinica che ha il volto del grande John Cassavetes. Poi inevitabilmente Douglas, che non gradisce essere definitivo una leggenda di Hollywood (“è una parola che mi disturba” afferma) è costretto ad accettare produzioni sempre minori e molte avversità che la vita gli presenta: nel ’91 sopravvive a un grave incidente in elicottero, nel ’96 è colpito da un ictus e nel 2004 suo figlio Eric muore di overdose.

Il 25 marzo 1996 Kirk riceve finalmente, dopo tre nomination, l’Oscar ma alla carriera, un premio da lui particolarmente apprezzato (“E’ sempre bello – confessa in un’intervista a Silvia Bizio di La Repubblica – venire riconosciuto dalla gente del tuo ambiente, dà un senso al lavoro di una vita. Spero solo che non significhi che sono pronto per l’ospizio: tanto mi ritiro”). Promessa non mantenuta perché tre anni più tardi torna il set per il film Diamonds di John Asher, al fianco dell’amica di sempre Lauren Bacall, storia di Harry Agensky (Douglas), un ex pugile malandato di salute e   affranto dalla perdita della moglie, che chiede a suo figlio (Dan Aykroyd) e a suo nipote (Corbin Allred) di accompagnarlo a Reno nel Nevada per ritirare dei diamanti che un boss della mafia gli aveva promesso per aver vinto un incontro di boxe.

“Spartacus”

Sul set tutta la famiglia Douglas

Nel 2003 l’attore è nuovamente sul set del film Vizi di famiglia per la regia di Fred Schipisi, malinconico ritratto di un vecchio ultraottantenne malato (Kirk) e i suoi difficili rapporti con suo figlio, un avvocato di successo (Michael Douglas) e con il nipote ventenne disadattato (Cameron Douglas, nella realtà figlio di Michael) che anziché studiare vende marijuana. Kirk e Michael aspettavano da anni un copione che piacesse a entrambi e così poco dopo l’11 settembre arriva sul loro tavolo la sceneggiatura scritta da Jesse Wigutov. Il film può riunire finalmente davanti alla macchina da presa tutta la famiglia Douglas, compresa Diana, ex moglie di Kirk e madre di Michael, che interpreta il ruolo, nella finzione, della moglie scomparsa dell’anziano protagonista.

L’anno dopo è la volta dell’ultima pellicola della prestigiosa carriera del divo, Illusion diretta da Michael A. Goorjan.  Kirk Douglas interpreta il ruolo di un regista ormai vicino alla sua fine, che guarda con rimpianto nella sua sala di proiezione privata, tutti i film della sua carriera. Nel marzo 2009 il divo a 92 anni accetta ancora una nuova sfida interpretando sul palcoscenico a Los Angeles il monologo autobiografico Bifore I forget, nel quale confessa come vede la sua vita dopo aver subito l’ictus che lo ha colpito nel 1996.

Poi per l’attore è arrivata davvero l’età della pensione trascorsa serenamente nella sua bella villa di Beverly Hills accanto all’adorata moglie Anne e circondato dall’affetto dei figli e dei nipoti. Il 5 febbraio 2020 il figlio di un immigrato ebreo che si è battuto nella giungla della vita per affermare la sua dignità di uomo proprio come lo schiavo Spartaco, muore a 103 anni lasciandoci in eredità una indimenticabile filmografia, la sua autobiografia Figlio dello straccivendolo, il già citato “Io sono Spartaco! Come girammo un film e cancellammo la lista nera” e tre romanzi.

“Il grande campione”

Michael Douglas, attore, produttore e regista  

Dall’ingombrante padre ha ereditato l’inconfondibile fossetta sul mento Michael Douglas, nato il 25 settembre 1944 a New Brunswick nel New Jersey. Figlio di genitori divorziati, Michael passa gli inverni con sua madre Diane Dill nella East Coast e le estati sui set dei film interpretati dal padre. Dopo aver studiato drammaturgia all’università di Santa Barbara in California, esordisce con piccoli ruoli in piccoli film e in diverse serie tv.

Il successo arriva con serial televisivo Le strade di San Francisco, andato in onda dal 1971 al 1976 in 104 episodi, nel quali indossa i panni dell’ispettore di polizia Steve Keller, aiutante del tenente Mike Stone, interpretato dal grande Karl Malden. Michael nel frattempo riesce a dare il meglio di sé come produttore fondando la Big Stick Production. Nel ’75, grazie ai diritti del libro del romanzo di Ken Kesey acquistati  da suo padre, Douglas junior con molto coraggio produce Qualcuno volò sul nido del cuculo diretto da Milos Forman e interpretato dal superbo Jack Nicholson che nessuno aveva voluto portare sul grande schermo. Questa amara parabola sulla violenza delle istituzioni statunitensi si rivela un trionfo incassando ben 200 milioni di dollari e si aggiudica l’Oscar come migliore film nel 1976.

La carriera di attore continua con diversi film popolari: Coma profondo e Sindrome cinese (1978), All’inseguimento della pietra verde (1983), Il gioiello del Nilo (1985), Chorus line (1985) e soprattutto Attrazione fatale (1987) dove recita la parte di un yuppie che tradisce sua moglie con una donna manager interpretata da Glenn Close. Nello stesso anno con Wall Street nel ruolo di Gordon Gekko, uno squalo della finanza (doppiato egregiamente dal nostro Giancarlo Giannini) vince il Premio Oscar come migliore attore protagonista nel 1988.  

Proprio quando Michael Douglas diventa un affermato uomo di cinema a tutto tondo, i rapporti con suo padre si fanno difficili. Le cronache di Hollywood riferiscono che il vecchio Kirk, una star sul viale del tramonto, non gradisce il successo del figlio, che a sua volta è ferito dai giudizi non sempre lusinghieri del genitore nei confronti del suo modo di recitare. Nel 1985 i due decidono di deporre l’ascia di guerra grazie a un rotocalco italiano per il quale decidono di intervistarsi a vicenda. Kirk in quell’occasione elogia il figlio per la sua crescita professionale nel mondo del cinema e a sua volta Michael ringrazia il padre (“Solo ora ho capito che le tue critiche in realtà erano dimostrazioni d’amore”).

Nel ’92 è protagonista di Basic Instict diretto da Paul Vehoeven nel ruolo di un poliziotto di San Francisco molto ambiguo, attratto da una sensuale scrittrice sospettata di un omicidio (è Sharon Stone che nella famosa scena durante un interrogatorio nel comando di polizia accavalla le gambe mostrando allo spettatore di aver dimenticato di indossare gli indumenti intimi!). Nel ’93 al Festival di Cannes Michael accompagna il film di Joel Schumacher Un giorno di ordinaria follia di cui è protagonista. Capelli tagliati corti, occhiali da impiegato, sguardo folle e disperato, Douglas Junior è un disoccupato abbandonato anche dalla famiglia che sfoga tutta la sua frustrazione nella violenza sullo sfondo di una Los Angeles da incubo.

La carriera di Michael Douglas, in quel periodo incentrata su ruoli negativi, produce però effetti devastanti sulla sua vita privata. Gli anni Novanta sono per lui difficili e sono caratterizzati dall’abuso di alcool, dal divorzio dalla moglie Diandra, dai guai giudiziari di suo figlio Cameron anche lui attore, che sarà più volte condannato per reati legati alla droga e dalla solitudine. Poi l’incontro fortunato con l’attrice Catherine Zeta Jones, venticinque anni più giovane, il nuovo matrimonio e la nascita di due figli, Dylan e Carys, fanno rinascere Michael. Nel 2013 con Dietro i calendari, film per la tv diretto da Steven Soderbegh, storia di Liberace, pianista, intrattenitore televisivo bizzaro ma di grande talento, l’attore si aggiudica il Golden Globe e il Premio Emmy.

Tra i Douglas anche Joel e Peter

Alla grande famiglia Douglas appartiene anche Joel, secondo figlio di Kirk e di Diana Douglas, fratello di Michael. Nato a Los Angeles il 23 gennaio 1947, Joel non è interessato a recitare davanti alla macchina da presa dedicandosi esclusivamente alla produzione cinematografica soprattutto negli anni ’70 e ’80. Nel 2013 partecipa alla realizzazione di Vizi in famiglia, il film interpretato dal padre, dal fratello Michael e dal nipote Cameron. E ancora Peter Douglas, terzogenito di Kirk Douglas e della sua seconda moglie Anne Buydens, nasce il 23 novembre 1955. Produttore e direttore della fotografia, vive la sua vita privata e professionale all’insegna della sobrietà. Un altro modo per appartenere alla gloriosa dinastia dei Douglas.

“Wall street”
Pierfranco Bianchetti:
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