L’inimitabile sapore delle piccole fragole di bosco

Sono stata una bambina precoce.  La mia prima volta è stata a sette anni.  D’estate, in un bosco.  Ogni anno passavamo le nostre vacanze in Alto Adige.  Allora l’Alto Adige profumava.  Aromi forti e densi.  Quello del letame di mucca che ancora oggi rappresenta la mia idea di felicità, un odore grasso, di erba e latte.  La fragranza resinosa della legna appena tagliata, la nostra casa era vicina a una segheria e le nostre giornate erano scandite dal ronzio della sega elettrica e dai colpi di mazzetta che spaccavano i tronchi.  C’erano poi i profumi morbidi e pastosi del burro e del latte appena munto e le note acute che mi costringevano ad arrestarmi all’improvviso e a respirare a pieni polmoni quando mi capitava di passare davanti a un forno. Piantavo dei capricci che non finivano mai finchè mia madre, esausta, entrava e comprava i krapfen alla crema ancora caldi e il pane pieno di semi che scrocchiava aprendosi sotto i denti.

Ma la mia prima volta era stata indimenticabile.  Passeggiavo con mia madre nel bosco quando a un tratto, con un piccolo balzo, si chinò a raccogliere qualcosa.  “Chiudi gli occhi- mi ordinò- e apri la bocca”.  Obbedii come avrebbe fatto ogni brava bambina.  Ho sempre mangiato, e continuo a farlo, prima con il naso, la piccola sentinella che mi segnala cosa sto per mettere in bocca.  Annusai l’aria: odorava di violette e frutti di bosco, con una punta di limone, ma era una fragranza nuova, mai sentita prima. Ero sconcertata.  Le mie labbra si chiusero intorno a qualcosa di piccolo e morbido, grande come un acino di uva ma la superficie era rugosa come la lingua dei gatti.  “Ti piace?” Domandò mia madre.  “Sa di primavera!” Esclamai.  Era la mia prima fragola di bosco e all’improvviso in bocca avevo una stagione intera, rose, violette, iris, glicine, era stata una violenta esplosione floreale che mi conquistò per sempre.

Quell’estate, ricordo, non mangiai altro, o così mi sembrò, fragole a colazione con un panna morbida e soffice, fragole a pranzo con una spruzzata di limone, fragole a cena, con qualche goccia di succo di arancio.  Ma soprattutto fragole appena colte, inghiottite avidamente, a manciate, per poi ritrovarmi con le mani dipinte di rosso come una piccola selvaggia.

E fragole ho continuato a mangiarne per tutta la vita, tante, di ogni tipo.  Mia madre ne aveva piantate intere bordure intorno alla nostra casa di campagna che nella tarda primavera nascondevano imbarazzate le loro rosse testoline.  Noi figli facevamo a gara a chi ne trovava di più e io vincevo sempre.  La mamma poi ne faceva marmellata che io invece non amavo affatto, qualcosa accadeva durante la cottura che ne rubava il sapore, le appiattiva in un’unica nota che echeggiava sempre uguale e monotona, una nota troppo dolce e priva di fragranza.  Oggi, a ereditare la mia passione per le fragole è mio nipote che da Natale comincia a chiedermi con impazienza quando arriva il tempo delle fragole che ormai ahimè si trovano enormi e insapori già a fine gennaio.  Io gli ho insegnato ad aspettare, gli ho spiegato che il miracolo delle fragole, un po’ come quello di San Gennaro, accade una volta sola all’anno, a maggio, e quando accade mio nipote si lancia su questo piccolo, rosso miracolo con la felicità di chi ha molto atteso, riesce a divorarne interi cestini e non ha mai avuto nemmeno il più piccolo mal di pancia. Anche lui non ama la marmellata di questo frutto, preferisce mangiarle direttamente dal cestino, senza zucchero o altri sapori aggiunti.

Adora invece il semplicissimo gelato che gli preparo ogni anno.  Frullo le fragole con lo zucchero e ci aggiungo una densa panna montata.  Poi lo metto in frigorifero e dopo qualche ora è pronto.  “E’ buonissimo nonna! Come quando le mangi appena raccolte!” .  E ha proprio ragione.

stefia:
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