Saviano e le Regioni invocano il Governo

Il Corriere della Sera: “Lo spread torna a mordere. La Spagna spaventa i mercati: Borse giù, Milano meno 3,3 per cento. Il differenziale con i titoli tedeschi risale a 370. Monti: è la crisi peggiore nella storia della Ue”. A centro pagina: “Sallusti condannato a 14 mesi di carcere ma la pena è sospesa”.

 La Repubblica: “La Spagna affossa i mercati. Paura contagio, sale lo spread. L’Europa brucia 133 miliardi”. “Piazza Affari perde il 3,3 per cento. Grilli: non abbiamo bisogno dello scudo Bce. Monti all’Onu: la peggiore crisi Ue”. Di spalla: “’Sallusti in carcere, ma la Procura sospende la pena”. “Accanimento giudiziario” è il titolo del commento di Giovanni Valentini.

La Stampa: “La Spagna spaventa le Borse. L’Europa perde 133 miliardi. Monti: contro la crisi serve più unione. Rajoy non decide sulla richiesta di aiuti, pesa la frenata tedesca sul fondo salva-Stati. Scontri e proteste a Madrid e Atene”.

“Sallusti in galera, i delinquenti fuori. Vergogna: 14 mesi in cella” è il titolo del quotidiano diretto da Sallusti, Il Giornale.

“Arrestateci tutti”, è il titolo di Libero, con commento di Maurizio Belpietro.

Il Sole 24 Ore prosegue la sua inchiesta sulle Regioni: “Tasse aumentate del 50 per cento. In dieci anni picco delle imposte territoriali pagate dai cittadini e dalle imprese: quelle statali sono salite del 31,6 per cento. Raddoppiate le spese sostenute per indennità e fondi a consiglieri e assessori”.

L’Unità: “Polverini fa ancora nomine. Le dimissioni promesse non sono state ancora presentate”.

Il Fatto quotidiano: “Sorpresa, la Polverini si dimette solo in tv. Ancora nessuna comunicazione ufficiale. Resta in carica e ne approfitta per sistemare altri fedelissimi. E da qui alle elezioni sarà lei a gestire ciò che resta del patrimonio della Regione Lazio spolpato dai partiti”.

Sallusti

 Sallusti è stato condannato per gli articoli pubblicati nel febbraio 2007 da Libero, che allora dirigeva, sulla vicenda di una tredicenne di Torino che voleva abortire. La madre era favorevole, il padre contrario. Il magistrato, Giuseppe Cocilovo, autorizza la ragazza. Il corsivista di Libero, che si firma Dreyfus, si scaglia contro Cocilovo e – come ricostruisce oggi Il Giornale – scrive: “Un giudice ha ascoltato le parti e applicato il diritto, decretando: aborto coattivo”, “qui ora esagero, ma prima domani di pentirmi lo scrivo: se ci fosse la pena di morte, e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso, per i genitori, il ginecologo, il giudice. Quattro adulti contro due bambini. Uno assassinato, l’altro (in realtà) costretto alla follia”. Il commento – come ricorda il Corriere – era titolato: “Costretta ad abortire da genitori e giudice”.

La Repubblica intervista il costituzionalista Alessandro Pace (che, peraltro, in questi giorni sta scrivendo la memoria da presentare entro il 19 ottobre alla Consulta per conto della Procura di Palermo nel conflitto di attribuzioni sollevato dal Capo dello Stato). Pace dice: “E’ una pena medievale, incostituzionale, contraria alla libertà di stampa”. L’articolo 595 del codice penale prevede la pena di reclusione da sei mesi a tre anni per chi è condannato per diffamazione: “Infatti va cambiato al più presto. Non dico di depenalizzare il reato, ma di modificare la pena. E’ più ragionevole prevedere una multa pagata dal giornalista o dal direttore fatto salvo il risarcimento per il diffamato”. Il reato va comunque conservato? “Sì, sì. Tutela gli interessi della comunità contro le prevaricazioni di un articolo contenente notizie false o comunque lesive per la dignità del cittadino”. Sallusti è stato condannato per un articolo firmato con uno pseudonimo su un giornale da lui diretto. “L’uso di uno pseudonimo non esclude la responsabilità del direttore”. Pace sottolinea anche che quando è stata fatta la legge sulla stampa i giornali avevano 10-15 pagine. Ora ne hanno cinquanta o molte di più. Come fa il direttore a controllare tutto? Bisogna prevedere una pluralità di vicedirettori ai quali affidare la responsabilità effettiva dei servizi”.

Sullo stesso quotidiano, segnaliamo l’editoriale in prima di Giovanni Valentini, sotto il titolo “accanimento giudiziario”. Valentini ritiene preoccupante il fatto che il direttore venga condannato al carcere “per quello che si configura sostanzialmente come un reato di opinione”. C’è una evidente “sproporzione” tra il reato e la pena. Prima ancora di ricorrere alla giustizia, chi si sente a torto o a ragione diffamato e vuole ottenere il ripristino della propria onorabilità, dovrebbe ottenere questo risultato “attraverso una rettifica effettiva e tempestiva”. Ma lo stesso giornalista ammette: “sappiamo bene che spesso non è così”.

Ieri anche il ministro Severino si è espressa sul tema, sottolineando “la necessità di intervenire al più presto sulla disciplina della responsabilità per diffamazione del direttore responsabile, omogeneizzandola agli standard europei che prevedono sanzioni pecuniarie e non detentive”.

Ilva

Il giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco ha depositato le motivazioni con cui ha rigettato l’istanza dell’Ilva di continuare l’attività produttiva. Essa potrà riprendere solo dopo “l’effettivo ripristino della legalità violata”, scrive la Todisco secondo quanto riferisce Il Fatto. E “in condizioni di assoluta sicurezza per la salute della popolazione locale, dei lavoratori e dell’ambiente”. Scrive ancora la Todisco: “La richiesta di continuare l’attività produttiva – la cui devastante pericolosità è stata riconosciuta, con parole chiare e forti, dallo stesso Tribunale del riesame – al fine di affrontare gli impegni finanziari necessari per gli interventi di risanamento ambientale a cui l’Ilva non può sottrarsi, pare a dir poco sconcertante”.

Il presidente del Cda Ferrante, ricorda ancora il Fatto, chiedeva di effettuare interventi immediati per 400 milioni di euro, con gli impianti a capacità minima produttiva, ma secondo la Todisco “la proposta dell’Ilva si sostanzia con interventi che appaiono minimali rispetto al problema che intendono risolvere, sia dal punto di vista tecnico che dal punto di vista del cronoprogramma”, “non è possibile aspettare i tre o quattro anni previsti da Ilva per realizzare le misure indicate (peraltro assolutamente insufficienti) ed in attesa di subire le sue dannose emissioni, occorre invece adottare un piano drastico che da subito impedisca l’attività inquinante”. La Gip dice anche che “non vi è spazio per proposte al ribasso” poiché, come riferisce Il Sole 24 Ore citando le sue parole, “i beni in gioco, salute vita e ambiente, ma anche diritto ad un lavoro dignitoso e non pregiudizievole per la salute, la sicurezza, e la libertà di alcun essere umano, lavoratore compreso, non ammettono mercanteggiamento”.

Il Gip ha imposto la chiusura degli altiforni, compreso il numero 5, il più grande, quello che produce 8mila tonnellate, ed è il simbolo storico dell’acciaieria pugliese: “Insomma, un colpo al cuore pulsante di quell’impianto”, commenta in una analisi del quotidiano Alberto Orioli. E aggiunge: “L’azienda deve far fronte alle proprie responsabilità, nessuno lo nega. Deve anche produrre il massimo sforzo economico finanziario per mettere in campo tutti gli investimenti utili a superare lo stallo; deve anche fugare i dubbi che gli stanziamenti annunciati finora siano fondi continuamente riproposti e mai aumentati davvero. Ma la “ghigliottina giudiziaria” non deve nel frattempo tagliare testa e arti di un colosso a quel punto irrecuperabile. I concorrenti europei non chiederebbero di meglio”. Per Orioli, però, “i 400 milioni già stanziati per un primo rapido intervento di bonifica non possono comunque essere considerati bruscolini, soprattutto perché arrivano dopo una spesa di oltre un miliardo, in quattro anni, per opere di sostenibilità ambientale in uno stabilimento che – rimasto per decenni di proprietà pubblica – mai aveva visto alcuno sforzo economico indirizzato al bene primario della tutela della vita e della salute. Ora l’Autorizzazione Integrata Ambientale deve diventare l’unica, vera sede istituzionale dove regolare la partita, senza fughe in avanti di questo o quel magistrato”.

AntiCorruzione

“E’ l’Europa a chiederci un grosso impegno di lotta contro la corruzione”, ha detto ieri il capo dello Stato. Ed ha aggiunto: “come mi ha messo bene in evidenza il segretario dell’Ocse, noi in quella curva statistica della corruzione siamo messi molto male”. Il Corriere scrive del disegno di legge anticorruzione fermo da mesi al Senato: il governo, posto davanti al muro del Pdl che chiede di eliminare dal testo il reato di traffico di influenze illecite e di ripristinare la procedibilità a querela per la corruzione tra privati, non esclude a questo punto di proporre d’ufficio piccole modifiche e di porre la fiducia anche al Senato. Il ministro della giustizia Severino dice: “Accoglieremo le proposte di modifica che siano migliorative, ma non di esclusione e tantomeno di soppressione”. Questo significa che il reato di traffico di influenze illecite sostanzialmente non si tocca, che il pm procede comunque di ufficio, quando la corruzione tra privati mette a repentaglio la libera concorrenza tra le imprese.

Sul tema da segnalare un appello di Roberto Saviano, che secondo La Repubblica ha raccolto già 25 mila firme. “Basta alibi, cambiare subito”, con un invito al governo a non “fare il notaio delle inerzie altrui”. “Vada avanti con forza e il premier chieda al Parlamento di approvare subito la legge” anticorruzione.

Federalismo

Continua il dibattito sugli errori compiuti nella attuazione della riforma federalista che, secondo il direttore del Sole 24 Ore Roberto Napoletano, alla luce degli scandali di questi giorni, deve comprendere un “decentramento controllato”: “Far passare la spesa cattiva (tanta) per clientele e poltrone, insieme a quella buona (poca) per i servizi a cittadini e imprese è stato un gioco da ragazzi”. Allo “scandalo delle Regioni” il quotidiano dedica le prime cinque pagine, con inchieste e confronti internazionali. Si legge quindi che i costi della politica sono raddoppiati, nel senso che le uscite per gli organi istituzionali regionali sono aumentate del 98 per cento tra il 1999 e il 2010. E che tutte le Regioni hanno adottato leggi per abolire i vitalizi, ma l’addio al benefit scatta sempre dalla legislatura successiva. Poi ci si occupa del “sovrapprezzo del federalismo incompiuto” per tentare di spiegare perché la versione italiana di decentramento non decolla: “Nei Paesi a federalismo avanzato – come Canada, Usa, Svizzera o Germania – a un aumento del livello della tassazione locale ha fatto seguito un calo di quella centrale. Lo stesso fenomeno si è verificato negli Stati caratterizzati da un profondo decentramento, come la Spagna. Per l’Italia no”.

Intanto ieri i governatori di tutta Italia sono arrivati a Roma ed hanno proposto di tagliare i costi dei loro apparati. Secondo La Repubblica, constatata l’impossibilità di prendere provvedimenti in tempi rapidi – perché i loro stessi consigli regionali proverebbero a frenare le riforme – chiedono al governo Monti di procedere con un decreto da approvare già la prossima settimana. Hanno incontrato il capo dello Stato, poi sono andati a Palazzo Chigi, prospettando un taglio di 300 consiglieri regionali in tutta Italia, una riduzione dell’indennità di presidenti e consiglieri, regole più trasparenti per l’uso dei fondi pubblici, con un controllo della Corte dei Conti e sanzioni per chi sgarra. Il governo, secondo Repubblica, potrebbe anche riformare le competenze delle Regioni con un ddl costituzionale allo studio del ministro per la Pubblica Amministrazione Patroni Griffi, per riscrivere il Titolo V della Costituzione, ovvero la suddivisione dei poteri tra Stato e Regioni.

Anche sul Sole 24 Ore: “L’Esecutivo studia una revisione del federalismo”. E si riferiscono le parole pronunciate dallo stesso Patroni Griffi: “Il governo sta riflettendo se un ddl costituzionale potrebbe essere approvato in tempo utile per la fine della legislatura. Ma è orientato a presentarlo comunque, perché partendo da esso con la prossima legislatura si possa riflettere sulla autonomia regionale”. Intanto, secondo il quotidiano, diventerebbero operative le misure più urgenti per via ordinaria, a cominciare dal potenziamento dei controlli sui bilanci, con un rafforzamento dei poteri della Corte dei Conti.

Ieri la presidente della Regione Lazio, alle domande dei giornalisti che facevano notare come le sue dimissioni non siano ancora formalizzate, ha detto: “Ne stiamo ragionando con il ministro Cancellieri. Tanto un giorno in più o in meno cambia poco”. La Stampa evidenzia come, al contrario, la governatrice abbia convocato la Giunta per procedere alla nomina di 10 direttori generali, prorogando alcuni in scadenza e chiamando alcuni esterni, pescando anche tra alcuni sindacalisti dell’Ugl. Il Fatto sottolinea che tra i dirigenti promossi, due sono stati già bocciati dal Tar.

Polverini – aggiunge La Stampa – vorrebbe con l’occasione regolare alcuni conti politici, sbattendo fuori dalla Giunta alcuni assessori fedeli ad Antonio Tajani. Secondo il quotidiano il sogno segreto della Polverini sarebbe quella di lasciare la poltrona solo dopo che il consiglio regionale avrà approvato quelle norme taglispese annunciate la settimana scorsa.

Internazionale

Su La Repubblica un reportage da Atene di Adriano Sofri. Racconta le grandi manifestazioni e incidenti contro l’austerity. Il partito di sinistra Syriza, ma anche gli insegnanti, cercano di evitare infiltrazioni di persone esagitate. L’esecutivo greco ha un prestigio internazionale bassissimo, e cerca di fare leva sui contestatori nel suo negoziato con la Trojka. I dati pubblicati nei giorni scorsi spiegano che in Grecia i dipendenti statali e i liberi professionisti, in numero sostanzialmente equivalente, ovvero due milioni e mezzo, contribuiscono al fisco rispettivamente per 80 miliardi e per 3 miliardi.

La Repubblica torna ad occuparsi della corsa alla Casa Bianca. Federico Rampini da New York scrive che Romney spaventa i moderati e Obama “allunga” negli Stati chiave: in Florida e Ohio il presidente avanti di 10 punti nei sondaggi.

Di fianco, una intervista all’attore Richard Gere così sintetizzata: “Barack ha fatto errori ma l’America non voterà chi non si cura dei poveri”. Pensa che movimenti come Occupy Wall Street, nati dal basso, possano avere sempre maggior voce nell’agenda politica? Risponde Gere: “Da una parte mi piacciono queste manifestazioni di attivismo, sono una risorsa in più per controllare tutte quelle decisioni politiche che negli anni sono state prese quasi sempre nel silenzio generale. Dall’altro non mi aspetto che le soluzioni debbano venire per forza da loro, anche perché in molti casi sono gruppi dalle idee eterogenee”.

 Alle pagine della cultura de La Stampa una analisi dell’islamologo Olivier Roy, sotto il titolo “la modernità conservatrice del nuovo Islam”, “dietro le primavere arabe un movimento che non punta tanto sulla religiosità, quanto sui valori morali della tradizione”. Roy parla di un processo di atomizzazione della fede, che riguarda anche le nuove generazioni: essa implica anche la possibilità di scegliere e potenzialmente anche accettare altre scelte. “La nuova generazione di cristiani, musulmani o laici non considera la libertà religiosa come un diritto collettivo di una comunità, bensì come un diritto umano individuale,che implica il diritto di non credere o di convertirsi, anche dall’islam al cristianesimo, cosa che rappresenta un tabù per la maggior parte dei salafiti e degli islamisti”.

Sul Corriere della Sera due foto a confronto da Il Cairo: sono stati cancellati i murales della Rivoluzione. “State cancellando la nostra storia”, ha protestato il padre di uno dei manifestanti morti in quella strada, vicino a piazza Tahrir. Lo stesso quotidiano riferisce poi dell’intervento del presidente egiziano Morsi all’Assemblea generale Onu, che ha invitato ad una maggiora collaborazione tra Paesi musulmani e Occidente: “Lavorare insieme per affrontare l’estremismo, le discriminazioni, l’incitamento alla violenza, l’odio basato sulla religione e la razza”.

 E poi

L’inserto R2 de La Repubblica offre un viaggio nella scuola elementare romana Di Donato, dove il 75 per cento degli allievi è straniero, e la maggioranza chiede l’esonero dall’ora di religione cattolica. Qui la proposta del ministro Profumo è già una realtà, perché vi sono laboratori in cui ognuno racconta le proprie usanze e il proprio modo di pregare.

La Stampa intervista il ministro dell’Integrazione Andrea Riccardi per parlare anche delle proposte sull’ora di religione del suo collega Profumo. Spiega che l’insegnamento della religione cattolica è una disciplina incardinata nel vecchio e nel nuovo concordato, “un insegnamento che si spiega con la particolare storia del nostro Paese e con il legame di tante famiglie, di tanti ragazzi, con la fede cattolica”. Un insegnamento scelto da 6 milioni e 635 mila ragazzi, “pari all’89,8 per cento”. Riccardi sottolinea poi che c’è un fenomeno non ancora diventato di coscienza pubblica, ovvero che “la maggior parte degli immigrati sono cristiani ortodossi. Io calcolo che siano più numerosi dei musulmani. E probabilmente questa prevalenza c’è anche tra gli studenti”. Oltre alla chiesa romena, ci sono i russi, gli ucraini, i moldavi, i figli di stranieri cattolici come i latino-americani, i polacchi e gli africani. “Naturalmente c’è una rilevante componente musulmana, per quanto composita”, ma “credo che non dobbiamo sovvertire l’architettura della nostra storia. Ci sono discipline, la storia, la geografia, la letteratura, che per loro natura sono interculturali”.

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