La fotografia secondo Vittorio Storaro

Dipingere con la luce allo stesso modo di come si dipinge con tavolozza e pennelli. Vittorio Storaro, romano, 73enne grey panther, è uno dei grandi maestri della fotografia del cinema italiano. E’ italiano di nascita e formazione, ma internazionale per l’opera, che spazia da Cinecittà a Hollywood alle cinematografie emergenti (con l’algerino Rachid Benhadj e l’iraniano Majid Majidi, per esempio), e con tre Oscar sul caminetto (Apocalypse Now, Reds e L’ultimo imperatore). Tra un set e l’altro Storaro ha scritto un libro sui “maghi della luce”, realizzato a sei mani con l’americano Bob Fisher e l’italiano Lorenzo Codelli. “Cosa sarebbe stato Quarto potere senza la fotografia di Greg Toland o Via col vento senza l’ingegno di Ernest Haller che in quegli anni (1937-38) doveva lavorare con pellicole a bassissima sensibilità?” si è chiesto Storaro. Ma lo stesso si può dire di lui: cosa sarebbero Novecento o Piccolo Buddha di Bertolucci, Il padrino di Coppola, Dick Tracy di Beatty o Goya en Burdeos di Carlos Saura, senza la sua luce? Eppure gli “scrittori dell’immagine” non sono considerati autori del film, al pari di produttori, registi, sceneggiatori e musicisti. Un’annosa battaglia, questa, che proprio Storaro sta portando avanti da anni affinché anche i direttori della fotografia abbiano il giusto riconoscimento artistico.

Gone with the wind (Via col vento)
Citizen Kane
Novecento
Blade Runner

    Del resto la storia personale di Storaro si muove proprio in questa direzione. Figlio di un proiezionista, allievo del Centro Sperimentale di Cinematografia, all’inizio della carriera ha un grande bagaglio tecnico “ma nessuna sensibilità estetica” dice di se stesso. Poi, in una chiesa di Roma, la folgorazione. Non sulla via della fede, ma su quella della composizione cromatica. Di fronte alla Vocazione di san Matteo di Caravaggio, in San Luigi dei Francesi. Il suo cinema, in futuro, si sarebbe ispirato ai grandi maestri della pittura italiana.

Caravaggio, naturalmente, ma anche Leonardo, Mantegna, Lippi e poi gli olandesi del ‘600: Rembrandt, Vermeer, anch’essi capaci di evocare sulle loro tele una luce unica e particolare. Se il cinema italiano è sempre stato prodigo di talenti tra i “pittori della luce” (oltre a Storaro ricordiamo Luciano Tovoli e Giuseppe Rotunno) è proprio per la nostra grande tradizione pittorica. Ma Storaro va oltre per capire (e far capire nel suo libro) cosa sia davvero il cinema nella sua componente visiva. E il riferimento diventa il mito della Caverna di Platone, dove gli uomini sono rinchiusi al buio e possono solo vedere delle ombre muoversi su una parete di fronte a loro. Per Storaro quel muro è lo schermo e le ombre le immagini in movimento del cinema. Rappresentazione della realtà, ma realtà esse stesse. Rese concrete dall’immaterialità della luce. Una luce che solo pochi sanno plasmare.

 

LA SCHEDA del libro

Vittorio Storaro (con Bob Fisher e Lorenzo Codelli), L’arte della cinematografia, Skira, € 80

 

Il libro, in grande formato, è suddiviso in decenni, introdotti da altrettante immagini di capolavori della pittura. Ogni scheda di film, e del relativo direttore della fotografia, è illustrata a piena pagina da un’immagine elaborata da Storaro componendo due diversi fotogrammi del film. L’opera è arricchita dai contributi di Luciano Tovoli e Gabriele Lucci. Al volume è allegato il Dvd Videopedia con immagini in motion dei film scelti, curate da Daniele Nannuzzi, e accompagnate dalla musica di Francesco Cara.

Auro Bernardi: Nel 1969, quando ero al liceo, il film La Via Lattea di Luis Buñuel mi ha fatto capire cosa può essere il cinema nelle mani di un poeta. Da allora mi occupo della “decima musa”. Ho avuto la fortuna di frequentare maestri della critica come Adelio Ferrero e Guido Aristarco che non mi hanno insegnato solo a capire un film, ma molto altro. Ho scritto alcuni libri e non so quanti articoli su registi, autori, generi e film. E continuo a farlo perché, nonostante tutto, il cinema non è, come disse Louis Lumiére, “un'invenzione senza futuro”. Tra i miei interessei, come potrete leggere, ci sono anche i viaggi. Lo scrittore premio Nobel portoghese José Saramago ha scritto: “La fine di un viaggio è solo l'inizio di un altro. Bisogna ricominciare a viaggiare. Sempre”. Ovviamente sono d'accordo con lui e posso solo aggiungere che viaggiare non può mai essere fine a se stesso. Si viaggia per conoscere posti nuovi, incontrare altra gente, confrontarsi con altri modi di pensare, di affrontare la vita. Perciò il viaggio è, in primo luogo, un moto dell'anima e per questo è sempre fonte di ispirazione.
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