Da vedere al cinema: “The Father-Nulla è come sembra” di Florian Zeller

tit. orig. The Father sceneggiatura Florian Zeller e Christopher Hampton dal testo teatrale “Le père” di Florian Zeller cast Anthony Hopkins (Anthony) Olivia Colman (Anne) Mark Gatiss (Bill) Imogen Poots (Laura) Rufus Sewell (Paul) Olivia Williams (Catherine/Anne) genere drammatico lingua orig inglese prod Fr, GB 2020 durata 97 min.

Andiamo subito al sodo, anche a rischio di essere accusati di spoileraggio. “The Father” è un film sul morbo di Alzheimer. Non è la prima volta che il cinema si occupa di questa malattia (vedi “The Iron Lady”, 2011), ma mentre nel caso del biopic su Margareth Tathcher il morbo entrava di striscio nel racconto, come parte neppure preponderante del vissuto del personaggio, qui è invece esattamente il filo conduttore della storia. Diciamo meglio: l’Alzheimer del protagonista “è” la storia e come tale determina anche lo stile della narrazione. Ed è esattamente questa scelta che diversifica “The Father” da ogni altra opere che metta in scena una qualche patologia. Pensiamo, come esempio, ad alcuni titoli da “Anna dei miracoli” (1962, sordociechi) a “Figli di un dio minore” (1986, sordomuti), “Rain Man” (1988, autismo) e “Mi chiamo Sam” (2001, ritardo mentale): in tutti questi casi il racconto era oggettivo e la malattia descritta dall’esterno.

Diciamo: nelle sue manifestazioni, nel suo estrinsecarsi, nel suo rapportarsi con il mondo dei “sani”. Nel film (e prima ancora nella pièce teatrale) di Florian Zeller la messa in scena parte invece proprio dalla visione soggettiva del malato. Che ovviamente non sa di esserlo e vive la “realtà” così come gli viene mostrata di volta in volta dalla sua mente che ha ormai oltrepassato la soglia della patologia. Perciò la parola “Alzheimer” non viene mai pronunciata nel corso dell’intero film, ma è anche per questo che il sottotitolo italiano “Nulla è come sembra” risulta superfluo e inutilmente didascalico. È ovvio fin dall’antichità che mutando la percezione soggettiva muta anche l’oggettività delle cose. Persino un bicchiere d’acqua ha un sapore ben diverso per un assetato o per uno già sazio di bevande. All’indiscutibile merito della scelta stilistica, giustamente premiata con l’Oscar alla sceneggiatura, e al notevole contributo della colonna sonora di Ludovico Einaudi, fa però riscontro un’eccessiva edulcorazione delle reali condizioni psichiche descritte. Chiunque abbia avuto in famiglia qualche caso del genere sa benissimo che questo terribile morbo provoca ben altre difficoltà rispetto a quelle mostrate sullo schermo da Zeller. Non solo perdita di memoria e di conoscenza, scambio di persone, confusione, regressione, ma anche aggressività, mancato controllo delle funzioni corporali, autolesionismo, pulsioni esasperate, allucinazioni… Che sono poi i veri motivi per i quali il 99% delle famiglie si vede costretta, suo malgrado, a trasferire il malato in una struttura protetta anziché tenerlo tra le mura domestiche, sia pur con l’ausilio di badanti o personale specializzato di supporto. Per non parlare poi delle italiche Rsa che non sono certo le asettiche residenze mostrate nel film, con stanze singole, circondate di verde e popolate di infermiere dedicate alla persona. La realtà “vera”, purtroppo è molto diversa, senza togliere nulla alla professionalità e alla deontologia del personale dei nostri centri per anziani, costantemente a corto di organico. Comunque ben venga questo film che affronta una situazione purtroppo sempre più diffusa e ancora senza possibilità di cura. È uno dei tanti scotti che la civiltà occidentale deve pagare all’allungamento della vita media. Anche se, a ben vedere, non si è allungata la “vita”, ma solo la sua ultima parte: la vecchiaia. Con tutte le conseguenze del caso.

Pochi sanno, per esempio, che a fronte di tale allungamento si è invece progressivamente abbassata la soglia di insorgenza di patologie croniche: ipertensione, diabete, aterosclerosi, insufficienza ghiandolare, renale, coronarica, su su fino, appunto, alle patologie più gravi e invalidanti: demenza senile, Alzheimer, Parkinson, Sla… Ultima nota a margine: “The Father “conferma la tendenza ormai in atto da tempo nel cinema contemporaneo di occuparsi sempre più del mondo senior. Anche qui alcuni titoli buttati lì a memoria: “Mai così vicini” (2014), “Old Man & the Gun” (2018) “The Mule” (2018) fino ai recentissimi “Kentannos” e “Rifkin’s Festival“, tutti segnalati in queste pagine. Nulla di strano se pensiamo che la popolazione dei baby-boomers degli anni ‘60 sta entrando nella terza età e che questa cospicua fetta di popolazione, figlia dell’ultimo boom economico vissuto dal nostro paese, rappresenta una platea di utenti vezzeggiata e titillata da tutte le varie industrie del consumo. Non ultima quella dell’intrattenimento. “The Father” esce il 20 maggio in lingua originale con i sottotitoli. L’uscita della versione doppiata non merita di essere presa in considerazione.

E allora perché vederlo?
Perché tutti in famiglia abbiamo avuto qualche parente, antenato, collaterale o affine colpito da una qualche malattia degenerativa.

Auro Bernardi: Nel 1969, quando ero al liceo, il film La Via Lattea di Luis Buñuel mi ha fatto capire cosa può essere il cinema nelle mani di un poeta. Da allora mi occupo della “decima musa”. Ho avuto la fortuna di frequentare maestri della critica come Adelio Ferrero e Guido Aristarco che non mi hanno insegnato solo a capire un film, ma molto altro. Ho scritto alcuni libri e non so quanti articoli su registi, autori, generi e film. E continuo a farlo perché, nonostante tutto, il cinema non è, come disse Louis Lumiére, “un'invenzione senza futuro”. Tra i miei interessei, come potrete leggere, ci sono anche i viaggi. Lo scrittore premio Nobel portoghese José Saramago ha scritto: “La fine di un viaggio è solo l'inizio di un altro. Bisogna ricominciare a viaggiare. Sempre”. Ovviamente sono d'accordo con lui e posso solo aggiungere che viaggiare non può mai essere fine a se stesso. Si viaggia per conoscere posti nuovi, incontrare altra gente, confrontarsi con altri modi di pensare, di affrontare la vita. Perciò il viaggio è, in primo luogo, un moto dell'anima e per questo è sempre fonte di ispirazione.
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