“Io sono Tempesta”, di Daniele Luchetti

sceneggiatura Daniele Luchetti, Sandro Petraglia, Giulia Calenda cast Marco Giallini (Numa Tempesta) Elio Germano (Bruno) Francesco Gheghi (Nicola) Eleonora Danco (Angela) Jo Sung (Dimitri) Marcello Fonte (Il Greco) Franco Boccuccia (Boccuccia) Paola Da Grava (Paola) Simonetta Columbu (Radiosa) Luciano Curreli (Ingegnere) genere commedia prod Ita, 2017 durata 97 min

 

Ebbene sì, finalmente l’abbiamo trovato. Per sua stessa ammissione, l’erede diretto dei Camerini, dei Poggioli, dei Risi, dei Monicelli, dei Salce è lui: Luchetti Daniele da Roma, campione della commedia all’italiana 2.0. Non molto diversa, peraltro, da quella classicissima incarnata dai registi citati. D’altra parte, a inquadrarlo semplicemente come epigono faremmo torto a Luchetti; al suo stile, alla sua estetica, alla sua personale poetica che attinge sì al grande fiume del “Neorealismo rosa”, ma per guardare la realtà contemporanea con disincanto e un pizzico di amarezza. Sia pure in chiave di apologo, di storia esemplare. Ed ecco la prova: vi ricorda nulla un riccone condannato per frode fiscale a un anno di servizi sociali? Una simpatica canaglia che ha a libro paga politici, ministri e lolite? Ecco: di Numa Tempesta si tratta, corsaro della finanza che viaggia in Maserati o in Rolls-Royce, che investe nel mattone in Kazakistan (forse perché a Milano 2 non c’è più spazio) e che si trova a pulire i cessi di un Centro d’Accoglienza per immigrati, senzatetto e padri single spiantati con prole al seguito. Ma siamo nella favola e dunque tra l’umanità derelitta del Centro, Tempesta trova chi è più astuto e spregiudicato di lui negli affari e un cuore solitario più disponibile delle escort. E così via, di gag in gag, di paradosso in paradosso. A volte azzeccatissimi, che fanno nascere un sorriso più che amaro. A volta un po’ farraginosi o stiracchiati: insomma poco efficaci. E così, tra alti e bassi, si arriva al prevedibile finale con morale incorporata. Perché ogni storiella ne ha una. Per quanto riguarda lo stile, Luchetti dice di essersi ispirato a film «che gli piace vedere e rivedere quando ha voglia di leggerezza». Strana definizione per “Shining” e “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Il primo richiamato dell’albergo in cui Tempesta vive tutto solo e in cui, alla fine, fa irruzione la banda di amici del Centro d’Accoglienza, il secondo ripreso in quasi tutte le parti in cui è in scena la banda e, soprattutto, nel blitz kazako alla testa degli squinternati tirati a lucido ricalcato quasi alla lettera sulla gita in barca di McMurphy-Nicholson con l’altrettanto squinternata band di internati nel manicomio. Perfetti nelle rispettive parti Giallini e Germano anche se, a volte, lasciati un po’ troppo a briglia sciolta dal regista non evitano qualche gigioneria. Altrettanto perfetti gli “attori presi dalla strada”, come si diceva un tempo, che interpretano se stessi nella loro quotidianità di emarginati. Bravissima Eleonora Danco, ma in una parte un po’ bistrattata dalla sceneggiatura. Troppo “finte” le tre baby-squillo perché troppo finti sono i loro personaggi di studentesse di psicologia con l’hobby della marchetta.

 

E allora perché vederlo?

Per sorridere a denti stretti sui mali endemici dell’Italia.

Auro Bernardi: Nel 1969, quando ero al liceo, il film La Via Lattea di Luis Buñuel mi ha fatto capire cosa può essere il cinema nelle mani di un poeta. Da allora mi occupo della “decima musa”. Ho avuto la fortuna di frequentare maestri della critica come Adelio Ferrero e Guido Aristarco che non mi hanno insegnato solo a capire un film, ma molto altro. Ho scritto alcuni libri e non so quanti articoli su registi, autori, generi e film. E continuo a farlo perché, nonostante tutto, il cinema non è, come disse Louis Lumiére, “un'invenzione senza futuro”. Tra i miei interessei, come potrete leggere, ci sono anche i viaggi. Lo scrittore premio Nobel portoghese José Saramago ha scritto: “La fine di un viaggio è solo l'inizio di un altro. Bisogna ricominciare a viaggiare. Sempre”. Ovviamente sono d'accordo con lui e posso solo aggiungere che viaggiare non può mai essere fine a se stesso. Si viaggia per conoscere posti nuovi, incontrare altra gente, confrontarsi con altri modi di pensare, di affrontare la vita. Perciò il viaggio è, in primo luogo, un moto dell'anima e per questo è sempre fonte di ispirazione.
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