Da vedere in DVD: “La donna elettrica” di Benedikt Erlingsson

titolo orig. Kona fer í stríð sceneggiatura Benedikt Erlingsson, Olafur Egil Egilsson cast Halladóra Geirharðsdóttir (Halla/Ása) Jóhann Sigurðarson (Sveinbjörn) Jörundur Ragnarsson (Baldvin) Juan Camillo Román Estrada (Juan) Björn Thors (primo ministro) Vala Kristin Eriksdottir (Stefania) Solveig Arnaldsdottir (Gudrun) Margarita Hilska (Nika) genere commedia prod Islanda, Fr, Ucraina 2018 durata 101 min.

 

Più del titolo italiano, il senso del film lo dà quello originale che è Una donna va alla guerra. E in effetti Halla, matura direttrice di un coro amatoriale di Reykjavik, nel tempo libero va alla guerra contro le multinazionali presenti nel suo paese, colpevoli di inquinare e distruggere il fragile ecosistema artico. E in cosa consiste la sua guerra personale? Nell’abbattere i tralicci dell’alta tensione che alimentano gli altiforni di una fonderia d’alluminio. Insomma, spostata dalle brughiere islandesi in Italia, sarebbe come se una maestra di Castellaneta se ne andasse in giro per la Murgia a tirar giù gli elettrodotti che alimentano l’ex Ilva di Taranto. Halla ha un complice, Baldvin, corista nella sua formazione nonché quinta colonna dentro gli uffici delle multinazionali, ma in prima linea c’è solo lei, braccata naturalmente dalla polizia e dagli sgherri dell’azienda dotati di elicotteri, droni, sensori termici e altre diavolerie tecnologiche utili a stanarla tra muschi, licheni, geyser e ghiacciai. I ripetuti assalti hanno già sollevato uno scandalo nazionale e internazionale e fatto squagliare possibili acquirenti della fabbrica.

Un po’ come Arcelor Mittal, anche se da noi senza bisogno di attentati. La tensione è alle stelle, ma a farne le spese è sempre e solo un squinternato globe trotter ispanico che finisce regolarmente dietro le sbarre per il solo fatto di aggirarsi in bici per la brughiera e indossare una t-shirt con il ritratto del Che. I ritratti di Gandhi e Mandela campeggiano invece alle pareti del salotto di Halla, mentre il sottostante schermo tv manda immagini di disastri ecologici: è la globalizzazione, bellezza! Halla ha anche una gemella, la vaporosa Ása, insegnante di yoga in procinto di partire per l’India dove intende restare un paio d’anni in un monastero per perfezionare la sua disciplina. Le due donne si incontrano quando Halla comunica alla sorella la notizia che le ha sconvolto il ménage fatto di pentagrammi e tralicci: una sua vecchia richiesta di adozione è andata a buon fine e in Ucraina la aspetta Nika, una bambina di 4 anni, orfana della guerra nel Donbass. Prima però Halla deve compiere l’ultimo, eclatante attentato, che le sarà fatale nel senso che una piccola goccia di sangue perso da una ferita permetterà ai segugi di identificarla e arrestarla. Ribaltone finale a sorpresa e coda ucraina con l’acqua alla cintola per i famigerati cambiamenti climatici. Il bel film di Erlingsson dimostra almeno due cose: 1-che si può fare dell’ironia con intelligenza persino su temi solitamente divisivi come le questioni ambientali, 2-che non servono le cannoniere di Hollywood per realizzare ottimi prodotti cinematografici. Anzi: certe finezze espressive nella mecca del cinema non sarebbero mai passate. Come l’uso della colonna sonora con quei terzetti di strumenti e voci che corroborano diversi momenti del plot. Assolutamente incongrui sul piano realistico, ma perfetti per mantenere al narrato la giusta dimensione di apologo o “racconto morale”. Al pari di alcune “trovate” drammaturgiche come la riunione di politici e manager nel luogo storico delle adunanze vichinghe. L’anello del potere che oggi si compone nell’alleanza tra poteri forti e debolissimi amministratori pubblici. Sulle rive del Mediterraneo come su quelle del Mare Artico. Della serie: davvero tutto il mondo è paese.

 

E allora perché vederlo?

Perché i cambiamenti climatici non sono un’invenzione dei catastrofisti.

 

Egidio Zanzi:
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