Chef – la ricetta perfetta

regia e sceneggiatura Jon Favreau cast Jon Favreau (Carl Casper), John Leguizamo (Martin), Sofia Vergara (Inéz), Emjay Anthony (Percy Casper), Robert Downey jr. (Marvin), Dustin Hoffman (Mr Riva), Scarlett Johansson (Molly), Oliver Platt (Ramsey Michel) durata 110′

 Pur senza esserne il remake, il film di Jon Favreau ricorda molto da vicino Chef del 2012 di Daniel Cohen, con Jean Reno. Simili i temi: il padrone del ristorante che “rema contro”, il rapporto genitori-figli con corollario di incomprensioni e riconciliazioni, la critica gastronomica e l’improvvisazione geniale che risolve le situazioni. All’interno del quadro però le differenze non sono poche. Anche sul piano gastronomico. Dovute essenzialmente alla diversa mentalità (e cultura) che contrappone Europa e Stati Uniti. Specialmente a tavola. Impensabile, infatti, nel vecchio continente che un cuoco stellato si metta alla guida di un food-truck. È come se Gualtiero Marchesi si mettesse a vendere panini in un baracchino dell’Idroscalo. Diverso anche l’approccio ai social network che negli Usa sono più determinanti che da noi nel formare l’opinione pubblica. E questo il film lo evidenzia bene. Ma la ricetta perfetta del titolo è comunque un’altra: i buoni rapporti di lavoro e la fiducia tra colleghi, l’esempio dato, più che le belle parole o i predicozzi. Un pizzico di classica cinematografia on the road, da Miami a Los Angeles attraverso il Profondo Sud degli Usa, completa la cartolina postale di questo esile ritratto di famiglia davanti e dietro i fornelli in cui Jon Favreau sconta con qualche battuta a vuoto l’eccesso di responsabilità davanti e dietro la macchina da presa (regista, sceneggiatore, attore e anche produttore). Il meglio del film lo offre la colonna sonora con le esibizioni dei vecchi musicisti a Little Avana in puro stile Buena Vista Social Club.

 E in autunno… L’invasione degli ultracuochi – A proposito di chef, sulla scia della tendenza che negli ultimi tempi ne ha fatto star televisive, leader opinion e testimonial eccellenti, i cuochi diventano adesso star del cinema. A Chef – la ricetta perfetta seguiranno a ottobre Amore cucina e curry con l’attrice premio Oscar Helen Mirren (già protagonista di Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante di Greenaway) per la regia di Lasse Hallström, che spera di bissare il successo del suo Chocolat, e La moglie del cuoco di Anne Le Ny, film francese al femminile su un triangolo amoroso al quale il coté culinario aggiunge un pizzico di pepe.

 

 

 

 

CINETECA

Sin dalle sue origini il cinema è andato a braccetto con la tavola imbandita. Sono infatti gli stessi fratelli Lumière ad apparecchiare il primo film sul cibo: La colazione del bebè. Quaranta secondi girati sulla terrazza della villa di famiglia, mentre Auguste e signora imboccano il loro bambino sul seggiolone. A quel primo pasto moltissimi ne sono seguiti fino a diventare, in qualche caso, il soggetto stesso del film. Gli autori hanno sbrigliato la loro fantasia in scene memorabili, come il grande Charlie Chaplin che nella Febbre dell’oro (1924) fa danzare due panini infilati in forchette, divora una scarpa come fosse una cotoletta e i suoi lacci come spaghetti per poi finire nel mirino del compagno di avventura che lo scambia per un pollo: la fame gioca brutti scherzi. Nel 1937, accomiatandosi dal suo personaggio con Tempi moderni, inventa una delle più celebri gag del cinema: la macchina per nutrire gli operai alla catena di montaggio. Una feroce satira dell’industrializzazione. Nella Ricotta (1963) Pier Paolo Pasolini mette in scena la “passione di Stracci”, un poveraccio che per sbarcare il lunario fa il generico cinematografico. Stracci sacrifica il proprio cestino di vivande per la famiglia, ma la fame atavica è in agguato e la successiva indigestione del cibo ricevuto dai colleghi ne provoca la morte sulla croce, buon ladrone della più laica tra le sacre rappresentazioni viste al cinema. Spesso al cibo sono legate scene memorabili che hanno fatto la fortuna di film non sempre altrettanto memorabili. È il caso del monologo di Alberto Sordi davanti a un piatto di maccheroni in Un americano a Roma (1954), cult del genere. Dal teatro al cinema è passata invece l’abbuffata di famiglia in Miseria e nobiltà (1954), con Totò interprete del testo di Eduardo Scarpetta, mentre l’enorme vasetto di Nutella in Bianca (1984) di Nanni Moretti va direttamente dal supermercato all’immaginario collettivo.

Tra seduzione, amore e morte – Quasi mai al cinema il cibo è fine a se stesso. Il più delle volte, sullo schermo, il cibo è seduzione è amore, ma può anche essere un richiamo alla morte. Inarrivabile in questo senso La grande abbuffata (1973) di Marco Ferreri che nella sua cimiteriale esaltazione del cibo si struttura come  metafora dell’insoddisfazione che la società dei consumi lascia nella sfera del desiderio: ingurgitare cibo fino a morirne non significa essere sazi. Anche Festen (1998) del danese Thomas Vintenberg, propone un funereo banchetto in cui si palesano le tare, i delitti e le verità inconfessabili di una famiglia dell’alta borghesia mentre Akira Kurosawa riflette serenamente sulla morte attraverso le cene che ogni anno gli ex allievi offrono in onore al loro vecchio docente in Madadayo (1993), non a caso film testamentario del grande maestro giapponese. Una serie di docu-fiction dei primi anni 2000 ha posto poi l’accento sullo strapotere delle multinazionali del cibo e la standardizzazione delle risorse alimentari, sullo sfruttamento della manodopera nell’industria di trasformazione, sull’attività di agricoltori e allevatori, sulle condizioni di vita degli animali e la lavorazione delle loro carni. Tutti film che hanno contribuito non poco alla formazione di una nuova coscienza collettiva. Stiamo parlando, tra gli altri, di Mondovino (2004) di Jonathan Nossiter, Super size me (2004) di Morgan Spurlock, Fast food nation (2006) di Richard Linklater e Food inc (2008) di Robert Kenner, questi ultimi derivati entrambi dal libro di denuncia di Eric Schlosser Fast food nation. Titoli cui si aggiunge di diritto Terra madre (2009) di Ermanno Olmi, autore da sempre sensibile ai temi ecologici che torna a occuparsi di cibo dopo la garbata metafora culinaria di Lunga vita alla signora (1987).

Non ci resta che ridere – C’è poi la sterminata serie di commedie (anche in agrodolce), dove spesso il protagonista è uno (o una) chef. Qui il cibo è un mero pretesto per storie sentimentali o perfino thriller come nel capostipite Qualcuno sta uccidendo i più grandi cuochi d’Europa (1978) di Ted Kotcheff con una splendida Jacqueline Bisset nel ruolo di pasticcera e detective. In ordine sparso (ma rigorosamente cronologico) ricordiamo: Mangiare, bere, uomo, donna (1994) di Ang Lee, Sideways (2004) di Alexander Payne con Paul Giamatti e il suo celebre elogio del pinot nero, Chocolat (2000) di Lasse Halström, Un tocco di zenzero (2003) di Tassos Boulmetis, Sapori e dissapori (2007) di Scott Hicks con Catherine Zeta Jones a capo di un ristorante stellato, le commedie all’italiana Lezioni di cioccolato (2007) di Claudio Cupellini (con relativo sequel di Alessio Maria Federici) e Pranzo di ferragosto (2008) di Gianni Di Gregorio, il tedesco Soul Kichen (2009) di Fatih Akin, per tornare a Hollywood con Mangia, prega, ama (2010), di Ryan Murphy con Julia Roberts, dove in Italia viene declinato il primo verbo con non pochi stereotipi sulla nostra cucina e il nostro carattere nazionale. Di ambiente francese è invece La cuoca del presidente (2012) di Christian Vincent. Anche i cartoni animati hanno avuto il loro posto a tavola con il best seller disneyano Ratatouille (2008) di Brad Bird.

 

 

Cinema Humaniter: Ciak, si mangia

In vista di Expo 2015 e dei suoi temi Nutrire il pianeta-Energie per la vita, Humaniter propone una rassegna di sette film sotto il titolo di Cinema (e/è) Cibo – Buona tavola e cattivi pensieri. Un percorso storico che permette anche di raccontare l’evoluzione della cultura gastronomica dall’antichità a oggi, dall’impero romano all’impero di internet. Si comincia giovedì 16 ottobre alle 18,00 (Sala Bauer) con la Presentazione della rassegna e la proiezione di una serie di spezzoni di celebri film. I ciclo vero e proprio inizia il 30 ottobre alle 16,00 (Auditorium) con Fellini-Satyricon (1969) di Federico Fellini dal celebre romanzo di Petronio Arbitro. Dal 13 novembre tutte le proiezioni si tengono alle 16,00 in Sala Facchinetti. In quella data verrà proiettato Il nome della rosa (1986) di Jean-Jacques Annaud cui seguiranno  Vatel (2000) di Roland Joffé (27 novembre), Il pranzo di Babette (1987) di Gabriel Axel (11 dicembre), Il fascino discreto della borghesia (1972) di Luis Buñuel (15 gennaio 2015), Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante (1989) di Peter Greenaway (19 febbraio 2015) e Julie & Julia (2009) di Nora Ephron (12 marzo 2015). Titoli eterogenei tra loro, non tutti capolavori, non tutti usciti dalle mani di maestri del cinema, ma estremamente rappresentativi allo stesso tempo della “settima arte” e dell’arte gastronomica. Commedie e drammi, ironia e commozione, conformismo e rivoluzione in un amalgama riuscito di ingredienti, segreto di ogni buona ricetta. Le proiezioni saranno commentate da uno storico del cinema e un gastronomo, docenti Humaniter.

Auro Bernardi: Nel 1969, quando ero al liceo, il film La Via Lattea di Luis Buñuel mi ha fatto capire cosa può essere il cinema nelle mani di un poeta. Da allora mi occupo della “decima musa”. Ho avuto la fortuna di frequentare maestri della critica come Adelio Ferrero e Guido Aristarco che non mi hanno insegnato solo a capire un film, ma molto altro. Ho scritto alcuni libri e non so quanti articoli su registi, autori, generi e film. E continuo a farlo perché, nonostante tutto, il cinema non è, come disse Louis Lumiére, “un'invenzione senza futuro”. Tra i miei interessei, come potrete leggere, ci sono anche i viaggi. Lo scrittore premio Nobel portoghese José Saramago ha scritto: “La fine di un viaggio è solo l'inizio di un altro. Bisogna ricominciare a viaggiare. Sempre”. Ovviamente sono d'accordo con lui e posso solo aggiungere che viaggiare non può mai essere fine a se stesso. Si viaggia per conoscere posti nuovi, incontrare altra gente, confrontarsi con altri modi di pensare, di affrontare la vita. Perciò il viaggio è, in primo luogo, un moto dell'anima e per questo è sempre fonte di ispirazione.
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