“BARRIERE-Fences”, di Denzel Washington

Denzel-Washington e Viola Davis

BARRIERE– Fences

regia Denzel Washington sceneggiatura dall’omonimo dramma di August Wilson cast Denzel Washington (Troy Maxson) Viola Davis (Rose Maxson) Jovan Adepo (Cory Maxson) Stephen McKinley Henderson (Jim Bono) Russel Hornsby (Lyon Maxson) Mykelti Williamson (Gabriel Maxson) Saniyya Sydney (Raynell Maxson) genere drammatico durata 139′

Pictured: Denzel Washington (Troy Maxson) & Viola Davis (Rose)

Anni ’50 del ‘900, profondo nord degli Usa. Pittsburgh, per la precisione. Troy Maxson è un ex campione di baseball che per vivere fa il netturbino. È sposato con Rose da cui ha avuto un figlio: Cory. Un altro figlio, Lyon, avuto da una precedente relazione, vive ormai fuori casa. Il miglior amico di Troy è il collega Jim Bono, compagno di bevute e confidente, conosciuto in galera e suo mentore nello sport. A completare la piccola rete relazionale di Troy c’è infine il fratello Gabriel, un mattocchio che si ficca spesso nei guai per la sua ingenuità quasi infantile. Vite marginali, di un proletariato senza altre ambizioni che non siano il portare a casa la paga ogni venerdì e migliorare la propria condizione economica. Tanto più che di proletariato di colore si tratta, in un’America fortemente razzista dove il nero deve ancora fare il triplo della fatica dei bianchi per emergere in qualsiasi campo. Nello sport come nell’istruzione. Su questo sfondo, che emerge gradualmente attraverso i lunghi dialoghi tra i vari personaggi, si consuma il dramma interiore di Troy, uomo dalla vita bruciata, che nel desiderio di proteggere se stesso e i suoi cari dagli insulti di un’esistenza grama, finisce con l’avvelenare il clima domestico. Complice anche una relazione extraconiugale da cui nasce la figlia Raynell.

Jovan Adepo e Denzel Washington

August Wilson, drammaturgo mezzosangue, nel suo copione teatrale ha creato una fitta trama di dialoghi, a due, tre o più voci, attraverso cui si consuma l’esistenza dei Maxson nel corso di poche stagioni. Dialoghi che si svolgono quasi per intero nel piccolo cortile di casa: un recinto da costruire, una palla da baseball appesa a un ramo e una montagna di rimpianti, dolori, frustrazioni, ricordi che bruciano e poca speranza in un avvenire sempre incerto. Verboso, statico, sin troppo teatrale nella sua realizzazione filmica, le Barriere di Denzel Washington trovano la loro dimensione epica nella presenza scenica degli attori, tutti reduci da un allestimento teatrale e tutti in stato di grazia. A cominciare dal patriarca, un Washington ingrigito, ingrassato, imbolsito proprio come può esserlo un ex campione troppo affezionato alla bottiglia. Grande prova di maturità per chi è sempre stato considerato un sex symbol (con ruoli ad hoc) e che invece è semplicemente un interprete coi fiocchi. Al suo fianco una Viola Davis che spesso riesce a sopravanzarlo per bravura nel difficile ruolo della moglie delusa e tradita e della mamma in pena. Sicuramente una delle parti più ostiche che possano toccare a un’attrice. All’altezza i comprimari con una sottolineatura per la maturità artistica del giovane Adepo. Poche le note a sfavore: qualche cedimento retorico nella sceneggiatura (il finale, soprattutto) e qualche falla lungo il cammino del copione teatrale tra cui la scena madre alla notizia della morte per parto dell’amante di Troy.

Come ogni film Barriere andrebbe visto in lingua originale con i sottotitoli. A maggior ragione per la sua marcata impronta teatrale. In primo luogo per cogliere meglio la notevole capacità recitativa degli gli interpreti (niente di peggio del doppiaggio per ammazzare le sfumature) e poi anche solo per sentire Troy Maxson dare del nigger (sporco negro) a suo figlio Cory nel corso delle epiche ramanzine attraverso cui si consuma il dissidio generazionale tra i due uomini. Con buona pace di Francesco Pannofino ossia della voce unificata di Washington-Clooney-Russell-Banderas-Hanks-&C. Se vi sembra normale…

In uscita il 23 febbraio pv nei cinema delle principali città

Auro Bernardi: Nel 1969, quando ero al liceo, il film La Via Lattea di Luis Buñuel mi ha fatto capire cosa può essere il cinema nelle mani di un poeta. Da allora mi occupo della “decima musa”. Ho avuto la fortuna di frequentare maestri della critica come Adelio Ferrero e Guido Aristarco che non mi hanno insegnato solo a capire un film, ma molto altro. Ho scritto alcuni libri e non so quanti articoli su registi, autori, generi e film. E continuo a farlo perché, nonostante tutto, il cinema non è, come disse Louis Lumiére, “un'invenzione senza futuro”. Tra i miei interessei, come potrete leggere, ci sono anche i viaggi. Lo scrittore premio Nobel portoghese José Saramago ha scritto: “La fine di un viaggio è solo l'inizio di un altro. Bisogna ricominciare a viaggiare. Sempre”. Ovviamente sono d'accordo con lui e posso solo aggiungere che viaggiare non può mai essere fine a se stesso. Si viaggia per conoscere posti nuovi, incontrare altra gente, confrontarsi con altri modi di pensare, di affrontare la vita. Perciò il viaggio è, in primo luogo, un moto dell'anima e per questo è sempre fonte di ispirazione.
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