L’importanza di scoprire la differenza sostanziale tra amore e capacità d’amare

Fra le molte parole che non si dovrebbero “maneggiare” impunemente, separandole dalla logica che le accompagna e che conferisce loro un valore, anzi un Valore, facendone un simbolo, ve ne è una della quale spesso si abusa: è la parola amore.

Usare questa parola come se avesse un senso in sé, staccandola da ciò a cui la si destina di solito, ossia la sfera dei rapporti personali e quindi anche il modo in cui noi li creiamo, ci può condannare abbastanza facilmente a perdere la speranza.

Il che non è mai molto piacevole.

In fondo si tratta di riprendere il filo di un discorso lasciato in sospeso qualche tempo fa a proposito del motivo per cui esistono le leggi. Le leggi, scrivevo su Grey Panthers tempo fa, sono l’espressione pratica di un principio razionale, un principio di Ragione dove si manifesta come dovere umano la necessità di amare le nostre spinte vitali, però nella loro dimensione collettiva, sociale, mettendole innanzitutto al servizio di una durata temporale storica, insomma di una durata più estesa del tempo della vita di ognuno di noi, singoli individui.

La necessità di portare l’amore, quella cosa che noi chiamiamo in questo modo, oltre i limiti personali per farne una caratteristica alla quale informare la nostra vita,  è tema di particolare rilievo per tutti, ma acquisisce un’importanza assolutamente particolare quando, con lo scorrere del tempo, quando la nostra età avanza.

Saper amare è, senza alcun dubbio, la condizione necessaria affinché l’avanzare dell’età non si caratterizzi unicamente per il declino inesorabile che il tempo infligge alla materia, anche a quella di cui noi siamo fatti, il nostro corpo per intenderci, insomma affinché l’appesantirsi e l’inesorabile decadere  della materia di cui siamo fatti non diventi talmente predominante da impoverire eccessivamente il senso della vita.

Perché parlo di capacità di amare? In primo luogo perché la  difficoltà di amare (e intendo amare soprattutto quello che noi non siamo, ciò che ci è più o meno estraneo, di rispettarne l’esistenza oltre l’inevitabile tendenza che ci spingerebbe a disfarci di tutto quello in cui non ci riconosciamo o che non ci riconosce come unici), è una misura di quello che, socialmente, va sotto il nome di egoismo. Una parola che in genere non piace, ma che ci riguarda tutti e che, occorre dirlo, ha anche aspetti positivi. In secondo luogo, come logica conseguenza di quanto appena detto, poiché l’amore al quale rinvia l’espressione che sto usando, non è innato, ma va acquisito come una qualsiasi capacità, lo si apprende e solo in questo modo se ne può diventare più o meno capaci.

Spero si capisca che propongo una differenza sostanziale fra l’amore e la capacità di usarlo, la capacità di amare. Qui, su questo specifico punto, proprio nessuno nasce maestro. Se non si possiede questa capacità, la parola amore potrà risultare vuota, una sorta di passepartout che può  indicare qualsiasi cosa: una simpatia superficiale, la voglia di possedere qualcosa o qualcuno, o anche qualsiasi inclinazione che si posa ora qui ora là a seconda di come spira il vento.

Joseph Kuhn-Régnier – Nascita di Minerva

Acquisire la capacità di amare non significa, però, che essa apparirà tutta d’un pezzo, improvvisamente, intera come Minerva uscita dalla testa di Giove o come un oggetto che si può comperare se qualcuno lo vende, ma che essa si manifesterà come qualità umana di una certa persona, caratterizzandone l’approccio alla vita, il modo di trattare tutto ciò di cui è fatta la realtà in cui tutti viviamo.

Sapere amare è veramente qualcosa che si acquisisce col tempo: in questo senso si tratta di una capacità. Non solo in ragione del tempo che passa, però, non solo di un tempo che può essere più o meno lungo. Possiamo certamente pensare che più precoce sarà l’acquisizione di questa capacità, migliore sarà la vita di chi la possiederà, ma il tempo da solo non basta. Mai come in questo caso si vede quanto sia importante l’influsso dell’ambiente.

 Prima necessaria distinzione: amore non è spinta passionale

In genere si lega l’amore a questioni che hanno a che fare con un legame passionale che può riguardare qualsiasi cosa, reale o fantastica, immaginaria, anche se in genere la si usa per riferirsi a persone. I Greci, che non riconoscevano le passioni umane se non come effetto di influsso divino o demoniaco, rappresentarono la passione amorosa sotto forma di varie entità divine, da Venere a Eros a Cupido, per esempio.

In realtà amare è cosa molto diversa dalla spinta passionale che ci può animare occasionalmente. Quest’ultima riguarda noi stessi, ci chiama in causa in prima persona, mentre la capacità di amare mette alla prova ciò che noi riusciamo a fare di tutto quello che non siamo, di quello che sta fuori di noi, nel mondo, nella vita. In altri termini: essere capaci di amare significa essere capaci di costruire “cose” amabili, degne di essere apprezzate, oggetti animati o inanimati, ma anche ideali, visioni, sentimenti, con cui popolare la nostra vita e riuscire a mantenerli vivi, degni comunque di esistere a prescindere da noi stessi.

Questo apprendimento inizia molto presto: si inizia a imparare o anche non si impara. Il più delle volte si impara solo qualcosa, parzialmente, ma l’importante è continuare ad apprendere, ad aumentare la capacità di amare con la quale nutrirci per crescere.

Saper amare e come con il cibo: entrambi hanno per noi importanza vitale

Non è uno scherzo:oamare ha a che fare con la pappa molto più che non con quello a cui comunemente lo associamo ossia il sesso. Questo verrà forse, ma non necessariamente, dopo e il modo in cui sapremo farne uso dipenderà in fondo dal nostro rapporto con la pappa.

La vita di tutti noi si caratterizza per un fatto assolutamente indiscutibile: essere nutriti è necessario alla nostra sopravvivenza sin dal primo momento di vita, quando, come ci dice un grande pensatore italiano, Emanuele Severino, “…. dal nulla siamo usciti nel mondo…”.

Il fatto di essere nutriti, che qualcuno ci nutra, equivale per chiunque a un’attenzione benevola del tutto particolare, che rimanda a quella di chi, per primo nella nostra vita, ha risposto ai nostri strilli lamentosi o irritati, porgendoci sollecitamente una fonte di soddisfazione alimentare che ci ha consolati e rassicurati. Da questo atto trae origine quello che, più tardi, trasformeremo nella parola amore per indicare che qualcosa assume per noi un’importanza vitale, può dare senso alla nostra vita, riempirla dandoci un senso di pienezza e di soddisfazione.

Pablo Picasso

Un tempo, per i più fortunati, questo era il seno della mamma. La persona che allatta, che si presta a questa funzione, al di là di particolarità che non interessano in questo momento, porge un messaggio: “Ci sono, ti penso e mi occupo di te perché tu per me conti”. Naturalmente si tratta di un messaggio affettivo, fatto di gesti e di sensazioni trasmesse e ricevute più che di parole. In una certa misura questo vale anche quando, per qualsiasi motivo, un biberon prenda il posto del seno materno: vale anche se non è proprio la stessa cosa, ma in fondo quello che conta è soprattutto il modo in cui questo messaggio è porto. Viene da chiedersi cosa accada a chi, per qualsiasi motivo, non possa godere di questo privilegio.

Ormai da qualche decennio, scoperta sconcertante come quelle che essendo sotto il naso di tutti non vengono mai viste,  si è dovuto constatare che i bambini allattati al seno crescevano più aperti, più lieti e socievoli degli altri, meno ostili e aggressivi, meno inclini al pessimismo, alla rivalità competitiva e alla tristezza ansiosa che pervade tanta parte della società moderna.

“Che la forma e quindi la qualità della prima prestazione che si riceve nella vita non sia poi da sottovalutare?” si è chiesto un numero crescente di osservatori nel mondo. Non è affatto una domanda peregrina. Qualcuno poi si chiederà:” In che senso più lieti e socievoli?”.

Appunto nel senso di poter contare su una base di “ottimismo” come fonte prima di quella capacità di stabilire e mantenere rapporti personali improntati a una certa positività, senza pagare un prezzo eccessivo alle difficoltà e alle inevitabili delusioni che accompagnano inesorabilmente ogni fase della vita, ma riuscendo ad andare oltre, ad apprezzare il bicchiere mezzo pieno. Anche perché, nella realtà corrente, è abbastanza raro che i bicchieri siano completamente pieni. O anche completamente vuoti a dire il vero.

La letteratura non smette di costituire una fonte inesauribile di apprendimento anche a questo proposito. Nel suo famoso romanzo “Ulisse”, J. Joyce scrive: “Amor matris, genitivo oggettivo e soggettivo, forse la sola cosa vera di questa vita…”. Certamente una frase molto impegnativa, radicale, ma al netto della sua enfasi e senza pretendere che sia assolutamente vera in modo indiscutibile, mi sembra che essa sia comunque indicativa dell’importanza di quel primo rapporto che noi chiamiamo materno (con riferimento alla materia di cui siamo fatti), esclusivamente fisico si può dire, di quanto esso sia fondamentale nel dirigerci in quel fenomeno strano e straordinario che chiamiamo vita, di quanto dia senso a ogni nostra creazione successiva, a tutto quello che saremo capaci di costruire.

Pare difficile da credere, ma in realtà si tratta solo del fatto che, crescendo, dimentichiamo. Tuttavia, le cose dimenticate non per questo smettono di esistere in noi e di farsi sentire se si dà l’occasione. Per fare qualche esempio: quante volte accade che sentendoci scontenti, di malumore, irritabili e irritati, vediamo la situazione del nostro umore cambiare appena possiamo mettere “i piedi sotto un tavolo”, meglio se in compagnia di qualcuno?

Quante persone cercano di calmare stati di tensione “mettendo qualcosa sotto i denti”? Oppure, al contrario,  denunciano uno stato di disagio del quale non sanno darsi una ragione attraverso qualche eccesso alimentare?Quante volte, per esprimere un forte trasporto affettuoso verso qualcuno diciamo: “Ti mangerei di baci”? Credo che ognuno potrebbe trovare altri esempi simili.

Parole complesse

La parola “amore” e tutte le altre parole che si trovano nello stesso ambito, i verbi come amare o gli aggettivi come amorevole o innamorata/o, si prestano a una serie di equivoci che si ripercuotono poi in modo profondo nella vita delle persone. Una serie di espressioni usate comunemente fa riferimento all’amore come al fatto di amare, ma senza interrogarsi sulla sua realtà, dando cioè per scontato che basti il fatto di essere in presenza di una inclinazione che consideriamo positiva in sé solo perché ci porta verso qualcosa, perché si possa parlare di amore. Non ci si interroga, se non raramente, sulla vera natura di quello che proviamo, perché siamo portati a considerare che, ovviamente, si sia capaci di amare solo perché si sente (o si crede di possedere) questa spinta, questa inclinazione.

Vi è qui un evidente equivoco: si tratta di un’ovvietà per nulla ovvia, scusabile negli adolescenti, ma abbastanza pericolosa se resta prevalente in seguito. Non sarebbe male se fosse molto chiaro che la capacità di amare non è la stessa cosa di una spinta, anche potente, verso questo o verso quello.

Francesco Alberoni, un sociologo che a suo tempo godette di grande notorietà, non usurpata certamente, scrisse un libro, “Innamoramento e amore”, dove già dal titolo si poteva scorgere una necessaria differenza. Egli parlava di un fatto che tutti conosciamo ossia voleva indicare che la passione che si può accendere in qualsiasi momento per qualsiasi cosa (comprese le persone) come un fuoco, può anche spegnersi quando l’alimento venga meno.

La psicoanalisi si interessa in modo particolarmente attento a questa distinzione perché da un lato le inclinazioni umane, positive o negative ossia affettuose od ostili, non sono diverse da quelle di qualsiasi animale e in questo senso sono considerate “naturali”, dall’altra, in modo più o meno chiaro, si concorda sul fatto che occorra evitare di lasciare loro troppo spazio. In qualche modo sentiamo che i nostri moti, anche quelli positivi e che chiamiamo amore, possono essere pericolosi.

Ciò che in letteratura si chiama passione, è in fondo una spinta intensa, positiva, ma anche negativa, che possiamo tranquillamente assimilare a una follia, forse di breve durata ma che, come molte follie, può portare conseguenze anche decisive perché in un momento di follia si può fare di tutto. Qui ci occupiamo solo di quell’aspetto della follia che ha a che fare con l’amore, quella follia che chiamiamo di solito “innamoramento” e che consideriamo positiva perché in genere si accompagna a una promessa di piacere. Può quindi riguardare una persona particolare, ma non solo, perché ci si può innamorare di qualsiasi cosa.

Quello che conta è che ogni forma di innamoramento ci spinge a sopravvalutare qualcosa o qualcuno, attribuendole/gli caratteristiche ideali, che corrispondono a un nostro ideale  naturalmente e che in questo senso ci promette appunto una qualche forma di soddisfacimento fino all’estasi più completa. Naturalmente si tratta di attese nostre alle quali non è detto che corrisponda qualcosa di reale, anzi, nella maggior parte dei casi, le nostre attese saranno soddisfatte solo in modo parziale, lasciandoci quindi una certa quota di delusione. Trattiamo in genere questo “qualcosa” come se fosse una parte di noi, come una cosa viva e in un certo senso lo è sempre, anche se si tratta di cose materiali, perché questa vita non si svolge solo sulla scena del mondo, ma soprattutto in un mondo interiore, nostro personale, perché noi umani riteniamo di avere un “dentro”.

In realtà il solo dentro che potremmo ragionevolmente attribuirci è quello del corpo e anche qui con certi limiti: è vero che la pelle ci delimita e quello che sta oltre essa è fuori di noi, ma è anche vero che in vari punti il dentro del corpo e il fuori da esso sono in relazione. Per esempio, noi respiriamo e l’aria è fuori, ma anche, contemporaneamente, dentro di noi senza troppo curarsi delle nostre distinzioni. Di solito non ci facciamo molto caso salvo in una circostanza: quando l’aria ci viene a mancare. La mancanza è sempre il modo in cui, in genere, ci accorgiamo di quanto qualcosa può esserci necessario.

Quello che ci lega così fortemente a certi oggetti è appunto il fatto che essi rappresentano il problema centrale per noi esseri umani: sono un antidoto alla mancanza, al vuoto che sperimentiamo prima di tutto come voglia, brama di qualcosa che spenga la tensione che proviamo. Quando questa passione riguarda un essere umano noi parliamo di innamoramento, il che significa che qualcuno ci può colpire al punto che la nostra vita appare persino impossibile in assenza di quello che ci ha colpito.

Gioco ai dadi

Mi ripeto: non significa molto dal punto di vista della capacità di amare. Una passione irrefrenabile può riguardare qualsiasi cosa, per esempio il gioco d’azzardo, che in fondo è una spinta sfrenata che spinge a cercare una soddisfazione, come un neonato affamato cerca qualcosa da mettersi dentro. Oggi si parla di ludopatia per tutta una serie di ragioni in fondo abbastanza buffe, ma che evidenziano bene il pericolo insito in certe passioni fuori controllo.

Chiunque può cadere preda di una follia amorosa, anche la persona più infantile, quindi naturalmente egoista in quanto unicamente presa da sé e incapace di tenere conto di chiunque non sia se stessa. In questo senso non è difficile trovare persone che considerino gli altri alla stregua di cose da usare innanzitutto per proprio uso e consumo.

In genere tutti abbiamo qualche lato di questo tipo, è solo una questione di misura. Vi sono individui, dei due sessi, che sembrano disporre di un solo modo di relazionarsi: avere gli altri a propria disposizione come servitori, come adoratori, come ammiratori, come cortigiani. Oppure anche semplicemente come cose: un abito da indossare per pavoneggiarsene, un gioiello per acquisire valore, un veicolo per farsi portare qua e là e così via. Sono casi molto facili da osservare e appena finisce la situazione che rende necessaria o utile la presenza in questione, essa diventa un impiccio, un fastidio di cui si vorrebbe liberarsi. Si può obiettare che la cosa è abbastanza ragionevole ed è vero, ma con una precisazione: come mi libero di quello che non mi dice più molto? Se ci pensiamo possiamo trarre facilmente una conclusione: il pericolo delle nostre passioni è che esse possono facilmente portarci a spegnere la vita, a non considerarla fino ad annientarla.

Per questo è importante che esista in noi la capacità di amare, poiché se  viene meno la passione, la capacità di amare ci proteggerà dal trattare quello che ha perso significato come una cosa priva di valore, una cosa morta e da gettare.

Detto in altri termini: è bene se riusciamo a non distruggere quello che non ci interessa più o che ci delude, a non farne qualcosa di cattivo da odiare. Normalmente accade invece che si pensi che l’odio sia il modo più semplice per liberarsi di quello che non amiamo più, mentre si tratta invece del modo più sicuro per restare occupati, ma da qualcosa di negativo. In altre parole: ciò che non ci appassiona più resterà comunque vivo se sappiamo amare, perché il nostro amore riguarderà la vita in sé, al di là delle sue molteplici e momentanee manifestazioni. Occorre saper accettare il fatto che, andandosene, in qualsiasi modo, anche l’oggetto peggiore porterà con sé qualcosa di noi e questo ci farà patire una sofferenza. Bisogna saperla sopportare, andare oltre: è questo ciò che, nel linguaggio ormai diventato comune, si chiama “fare un lutto”. Saper accettare il lutto è la condizione per sapere amare.

Credo sia importante per vivere bene anche l’età avanzata, quando le passioni si calmano, le perdite si fanno sentire, ma la vita può comunque essere ancora amata in sé perché ha sempre qualcosa da offrire e nessuno, in linea di principio, è escluso da questa offerta.

In conclusione…

Qualche parola circa il “lutto”, per precisare meglio che, se quello che non fa più al caso nostro, per qualsiasi motivo, diventa per noi automaticamente cattivo anche se l’abbiamo molto amato in passato, abbiamo molto da perdere. Accade, infatti, facilmente che quando qualcosa perde di senso per noi, ci si dimentichi del semplice fatto che essa è comunque entrata nella nostra vita.  Non solo diventa inutile, ma può anche diventare estranea, nemica perfino, come qualcosa per cui non si è mai avuta la minima inclinazione. In questo modo, dicevo, si pensa in genere di potersene staccare con più facilità.

Può anche accadere, ma non è così nella maggior parte dei casi. Gli oggetti, e a maggior ragione le persone, ai quali abbiamo dato valore e da cui, per i motivi più vari, ci distacchiamo, porteranno sempre con sé qualcosa di noi. Meglio esserne consapevoli e resistere alla tentazione di negare che le cose stiano in questo modo. L’esperienza quotidiana ce lo dimostra.

Ognuno di noi sa quanto può essere difficile sbarazzarsi di qualcosa che non ci serve, che ha fatto il suo tempo, che magari anzi ci ingombra addirittura, eppure qualcosa ci trattiene dal liberarcene. La ragione sa cosa sarebbe meglio fare, ma il cuore, diciamo così, si oppone e finisce per avere “ragione” ossia per piegare la ragione alle proprie ragioni in modo irragionevole.

Ora se questo può valere per un’auto decrepita, per una vecchia seggiola, per un capo di abbigliamento più o meno frusto, il motivo è uno solo: sotto le apparenze di un oggetto qualsiasi, si celano significati emotivi personali, che solo ognuno di noi conosce e che conferiscono a quella tale cosa un valore particolare, talvolta anche un valore negativo. Questo è un dato importante: ci dice che quello che conta, al di là delle apparenze positive o negative, è la tenacia della passione che lega. Questo vale soprattutto quando questi oggetti sono persone e  a questo occorre prestare attenzione innanzitutto.

Molti amori, intensamente appassionati, non finiscono mai anche quando sono finiti. Restano vivi, ma principalmente come fonte di delusione e di negatività, interferendo con la possibilità di continuare veramente a vivere perché evidenziano una difficoltà ad amare ed essa, mi ripeto, prende una forma molto semplice: quello che non amiamo più può diventare facilmente qualcosa di cattivo, il modo migliore per non sbarazzarsene mai.

È difficile trovare qualcuno che abbia la lucidità, e il coraggio, per dire e dirsi: ”Ti ho amato, ti amo ancora e ti amerò sempre in fondo…..ma non ti voglio più”. È l’unica formula giusta: se ti amo, perdendoti soffrirò, ma sapendo amare al di là della sofferenza continuerò a vivere e anche tu continuerai, anche solo come ricordo. Ma un ricordo vivo. Continuare a vivere quando l’età avanza è un’arte molto sofisticata, ma in fondo alla portata di tutti. Semplificando, si potrebbe dire che si tratta della “capacità di tenere vive anche le cose che deludono’” ossia, alla fine un poco in soldoni: anche quello che ci procura dispiacere, che delude le nostre aspettative, che ci ha abbandonato o che ha fatto il suo tempo ha il diritto di vivere. E noi con esso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giorgio Landoni:
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