II senso del Sacro, oggi (e la dissacrazione, sua contemporanea)

“Si è perso il senso del Sacro”, “non vi è più nulla di Sacro”, sono affermazioni che tutti sentiamo ripetere e molti fatti che accadono continuamente  sembrerebbero confermarlo

Nel nostro mondo occidentale è diffusa la convinzione che il sacro abbia fatto il suo tempo, superato insieme al tragico, suo abituale compagno di cammino. Forse oggi Medea, madre tragica che sacrifica i figli, sarebbe solo una paziente di qualche CPS e Abramo, accusato di maltrattamenti su minore, correrebbe il rischio di passare alcuni anni a San Vittore o in qualche altro carcere.

In sostanza, il senso del tragico, che riveste di un’aura sacrale il problema del nostro vivere, si stempera oggi in valutazioni psicologiche affidate a psichiatri, psicologi e psicoterapeuti e in questo modo anche il senso del sacro, banalizzato a fatto di  folklore, svanisce.

Tuttavia, se ci pensiamo con attenzione sorge una domanda: è proprio così?Accompagnati alla porta gli dèi che popolano la nostra storia, forse che il riferimento a qualcosa di trascendente, di cui il sacro testimonia, si è esaurito? Veramente non esistono più miti che narrino con la trepidazione che accompagna l’accostarsi a ciò che vi è di ignoto, di misterioso nella vita, quelle vicende che sono di tutti, in cui tutti ci possiamo riconoscere? Non è piuttosto che essi abbiano preso altre forme, razionali e quindi astratte e per questo motivo più difficili da cogliere per noi?

Soprattutto, ripeto, nel nostro mondo occidentale in gran parte figlio di quella rivoluzione del pensiero inaugurata circa mille anni fa da un Papa eccezionale, il monaco Ildebrando di Soana, conosciuto come Gregorio VII, che con un famoso “Dictatus” separò teologia e diritto, aprendo la via al sorgere di religioni secolari da un lato, di teologie politiche dall’altro e, quindi, inaugurando l’era delle idee come idoli.

Il senso del sacro e l’Occidente

Questa situazione riguarda in modo particolare il mondo europeo e le sue proiezioni nell’intero globo terrestre, ma tocca solo molto parzialmente altre forme di pensiero diffuse nell’umanità.

Per esempio, essa riguarda assai poco l’ebraismo e quasi per nulla l’Islam e il suo mondo, così come altre situazioni politiche e religiose dove il senso del sacro rimane vivo in un modo che pare infastidirci forse proprio perché ci pone interrogativi ai quali non sappiamo più rispondere.

Come chiedevo poco fa, al di là degli atteggiamenti dissacranti così diffusi tra noi, veramente il senso del sacro “ha perso senso” o non è, invece, che esso si cela in forme diverse da quelle alle quali siamo abituati da secoli e millenni ?

In fondo il sacro non è altro che l’espressione di qualcosa di oscuro che si muove dentro di noi e che, nei tempi, è sempre stato attribuito, spostandolo fuori, al mondo che ci circonda e alle forze che sembrano muoverlo e che noi indichiamo come le forze della natura. Sembra plausibile quindi che queste forze primitive, interiori, ma messe fuori di noi, facciano ancora sentire la propria presenza.

Forse il timore di forze primitive capaci di dominare le nostre vite e la speranza di intercettarle per ingraziarsele o almeno per non averle contro, percorre ancora una società che, spinto Dio all’uscita, riteneva di avere risolto la questione della nostra natura profonda di esseri sempre in cerca di risposte. Le testimonianze in questo senso sono piuttosto abbondanti. Anche volendo trascurare i timori, presenti dall’inizio dei tempi storici, sulla fine dell’umanità prossima ventura e del mondo in cui essa vive, esiste tuttora una miriade di maghi, indovini, fattucchieri, lettori del futuro, cartomanti, veggenti, stregoni, profeti veri o presunti, che popolano la vita di ogni giorno, testimoni della presenza di una trascendenza che permane nella mente umana, alla quale essi si propongono come interpreti privilegiati.

“Amor sacro e amore profano”, di Tiziano Vecellio

Il vero significato del senso del Sacro

Noi definiamo come sacro, in senso stretto e quindi forzatamente limitato, qualsiasi cosa si riferisca all’esperienza di una realtà totalmente diversa da quella che i nostri sensi ci permettono di sperimentare. Il fatto che ci sfugga fa sì che, rispetto a essa, ci sentiamo radicalmente inferiori e ne subiamo il potere restandone intimoriti fino al terrore, non scevro, però, da un fascino che ci impone la sottomissione più o meno volontaria.

In fondo, diamo il nome di sacro alla proiezione all’esterno, fuori di noi, di una tendenza potente ad accentuare i momenti irrazionali e soprannaturali della spinta personale verso ciò che ci supera, verso qualcosa che oltrepassa le nostre possibilità di comprendere e di spiegare la realtà.

Nella notte dei tempi, questa spinta si è spesso configurata come religione ossia come sentimento che lega (re-ligo) fra di loro i membri di un gruppo di individui facendone una società, piccola o grande che sia, dando forma a ciò che li collega e unendoli come membri di una comunità.

Questo sentimento primordiale e fondamentale di legame costituisce l’essenza dello spirito religioso come espressione del sacro.

Ma questo legame deve essere garantito, difeso dalle tendenze individuali di ciascuno a prevalere, perseguendo il proprio vantaggio a scapito di quello comune.

Perché una comunità si mantenga occorre, dunque, qualche garanzia. Essa si concretizza nelle istituzioni che abbiamo creato nel tempo, riportandole, per rinforzarle, alla volontà di esseri trascendenti che in generale chiamiamo dei, sui quali confluisce il sentimento comune.

Se questa garanzia deve essere data bisogna pur pensare che qualcosa in noi la renda necessaria.

In conclusione, si tocca qui una questione di fondo dell’umanità: la natura relazionale dell’identità umana. Un tema centrale della psicoanalisi: soggetto umano e società degli uomini si appartengono reciprocamente e richiedono quindi istituzioni che, testimoni di tale reciproca appartenenza, la garantiscano. La presenza necessaria di tali istituzioni ha notevoli conseguenze.

“Il senso del Sacro e della morte” in Cezanne

Il senso del Sacro e le sue conseguenze

Il Sacro ci trasferisce dal mondo materiale in una realtà totalmente diversa, spirituale diciamo normalmente. Si tratta dell’effetto della parola: il fatto di parlare ci separa dalla materia, sia quella del nostro corpo fisico sia quella del mondo, delle cose concrete.

Per effetto di questa diversità, questa realtà staccata e lontana si anima di un’esistenza misteriosa, come fanno sempre le cose che ci sfuggono, e così acquisisce una potenza che va oltre la forza di qualsiasi essere umano.

Questa potenza si può in seguito riportare su cose o persone del nostro mondo “consacrandole”, facendole sacre, ossia conferendo loro un potere che le rende intoccabili, tabù quindi proibite, sacre e soprannaturali, in definitiva anche pericolose.

Il senso di tutto questo è chiaro: i misteri della vita e delle sue vicende sino alla sua conclusione di cui in particolare ogni religione si fa carico, ci impongono un particolare atteggiamento di timore reverenziale e di venerazione.

Precisiamo: se violare il sacro porta pericolo, il contrario non vale, ossia ciò che è pericoloso non è necessariamente sacro.

La presenza del sacro e del pericolo che vi è connesso, comporta poi che vi siano atti rituali, i sacramenti, variabili a seconda delle credenze, che hanno lo scopo di ottenere la benevolenza di ciò che è sacro, stabilendo un legame stretto fra esso e gli umani secondo varie forme che chiamiamo i sacrifici, cruenti o meno.

Si potrebbe dire che il sacrificio, e la liturgia che lo caratterizza, in quanto sacramenti sono l’anima del sacro.

L’origine del senso del Sacro

L’origine del sacro e delle liturgie nelle quali si manifesta il modo dei diversi gruppi sociali di trattarlo, si perde nella notte dei tempi, ma se ne conservano comunque evidenti le tracce anche nella nostra epoca.

Noi osserviamo sempre, nella vita corrente, forme di comportamento anche banali che esprimono rituali o parti di essi, come manifestazioni di un dovere a cui attenersi sotto pena di incorrere in sanzioni di vario genere: per esempio salutiamo dando la mano o alzandola per mostrarla nuda, segno di rispetto e di pace come di un dovere sacro.

Già questo indica che esiste un rapporto fra il sacro e qualcosa di oscuro della natura umana che può incorrere nella disapprovazione sociale. Si pensi a una domanda che percorre la nostra società secolarizzata e ne rivela il fondo inquieto, come un’allegoria, una maschera che evoca coprendo: perché le leggi?

Anche se alcuni ritengono che se le leggi non ci fossero non vi sarebbe delitto, l’interrogativo sulle leggi esprime certamente un bisogno di legittimità che vi è in noi, un bisogno di sapere ciò che va bene e ciò che non va bene. Nessuno è in grado di legittimarsi da solo poiché nessuno di noi può affermare che tutto quello che gli passa per la testa è giusto solo perché è nella sua testa.

Abbiamo bisogno che gli altri accettino la nostra esistenza e, perché questo accada, dobbiamo renderci accettabili. Si tratta di una verità evidente, che si vede di per sé, ma che si dilegua continuamente. Come scrive Marguerite Yourcenar: le stesse verità sono imparate molte volte. Ovvero: la storia avrebbe molto da insegnare se solo noi volessimo imparare. Tutto questo, infine, implica l’esistenza di regole e la prima regola è che vi siano regole che ci inquadrino. Perché mai?

Il senso del Sacro e il sacrificio

Torniamo al sacrificio.

Un interessante libro di Silvano Petrosino (“Il sacrificio sospeso. Per sempre”. Ed. Jaca Book, 2015) inizia con un interrogativo drammatico: come poté Dio chiedere ad Abramo il sacrificio di Isacco, chiedere a un padre di sacrificare il figlio?

È impressionante, ma tratta di una situazione che si ripete continuamente nella storia dell’umanità. Un esempio fra i tanti possibili è rappresentato dalla situazione emotiva che, ad esempio, obbliga Agamennone a sacrificare Ifigenia, la propria figlia. Lo stesso pare facessero quasi normalmente i Cartaginesi con i propri figli. Sacro e terribile si toccano facilmente e vi sono cose intoccabili, da cui bisogna stare lontani, dei tabù se volessimo usare un termine entrato nell’uso comune.

Tutto questo insieme di fenomeni è sempre garantito da un’istanza superiore che possiamo indicare come un totem, segno di divinità che, nella prospettiva appena indicata del rapporto genitore figlio/a è un’istanza genealogica, causale nel senso che sta all’origine del sacrificio, che lo esige .

Come possiamo capire allora questi sacrifici e il loro rinvio al sacro che dà loro un senso? Per la psicoanalisi essi indicano una cosa semplice: una parte di noi va sacrificata al tutto. Il soggetto umano, donna o uomo che sia, in quanto soggetto sociale deve sacrificare qualcosa di sé per esistere perché non si può essere umani se non insieme agli altri.

Questo richiede un sacrificio e dagli esempi appena citati non è difficile capire in cosa esso consista.

Se osserviamo la storia umana, noteremo come, senza eccezioni nel tempo e nello spazio, l’origine del male venga costantemente ascritta al dominio delle passioni identificate con la materia di cui siamo fatti, la nostra carne insomma. Là dove le passioni si impongono e quello che chiamiamo spirito (o anima o psiche) cede il passo, le cose volgono inesorabilmente al peggio.

Il sacro è un limite alla materia: esso pone un confine al quale ci inchiniamo, una frontiera da non oltrepassare.

Noi dobbiamo sacrificare quella parte delle nostre passioni individuali più profonde e primitive che, si può dire, non sentono ragione, vorrebbero imporsi a ogni costo come si può vedere facilmente in certi capricci infantili che nessuna ragione riesce a placare. La prima e più importante di queste passioni è quella per noi stessi messa in scena dal mito di Narciso.

Narciso,  preso dalla propria immagine come da un idolo, finisce molto male. Non solo egli non trae alcun beneficio dalla propria vicenda, non può imparare nulla, ma in più, se anche continuasse a vivere, resterebbe un eterno fanciullo. Realizzazione di un mito, quello della eterna giovinezza, dove nulla è sacro, venerabile, salvo le proprie fantasie personali di potenza e di grandezza.

Narciso in fondo trova la sua fine in un suicidio. Sarà anche un caso, ma questa è una delle cause di morte più diffuse nelle giovani generazioni, sia in forma aperta, sia in forme più celate e ambigue. In fondo, che altro sono se non volersi consacrare alla distruzione di se stessi, certe pratiche correnti riguardanti il modo di usare sostanze, occasioni, sesso, veicoli e così via?

Occorre dunque un sacrificio come condizione per vivere, per restare vivi in una vita che abbia un senso. Questo sacrificio, sostenibile, per usare un termine attuale, si impone in due modi: da un lato ci è richiesto dal consenso sociale, almeno nella misura in cui vogliamo averlo, dall’altro, però, lo facciamo volontariamente sia per evitare punizioni, ma anche, in modo più evoluto, perché ne vediamo i vantaggi.

In breve: non temiamo solo la disapprovazione e l’eventuale punizione, ma impariamo anche, presto o tardi e a volte purtroppo mai, che è meglio essere benvoluti, amati, che evitati per qualche eccesso di egoismo.

Quindi quello che a prima vista si presenta come una rinuncia subita, un sacrificio, successivamente si presenterà come un do ut des: rinuncio a qualcosa di mio per avere certi vantaggi, il principale dei quali è l’amore degli altri.

Il senso del Sacro: il sacrificio per avere il favore degli dei

A volte lo impariamo: essere benvoluti non è poi così male anche se chi ci vuole bene non è necessariamente una divinità.

Tuttavia, non è affatto facile arrivare a questa conclusione e soprattutto, essa non è mai qualcosa di definitivo perché, come per Abramo e per altri come lui, si tratta di rinunciare a qualcosa di essenziale tale che non cesseremo mai di ricercare questa parte di noi che è stata sacrificata, un oggetto al quale dobbiamo rinunciare, qualcosa che ci sembrerà di avere perduto per sempre o della quale siamo stati privati per permetterci di vivere.

La pena che proviamo in fondo all’anima è simile a quella che prova un genitore di fronte alla necessità di perdere ciò che ha di più caro: un figlio o una figlia, una viva parte di sé.

Se guardiamo alla nostra vita, quella di tutti senza eccezioni, ci potremo facilmente accorgere che il nostro intelletto, che dovrebbe fungere da guida, è qualcosa di fragile e dipendente, un gingillo nelle mani dei nostri moti profondi e dei nostri affetti. Siamo costretti ad agire ora con intelligenza ora con stoltezza a seconda della volontà dei nostri moti più intimi e delle resistenze ad essi che mettiamo in atto continuamente. È il pensiero della psicoanalisi. Non è certamente un pensiero originale, anche se poi, fra i molti che hanno detto cose analoghe, pochi hanno accettato di trarre le dovute conclusioni: una parte di noi deve essere sacrificata per essere con gli altri, non può essere se non così.

Esistiamo come esseri sociali e solo così, il che vuol dire “privati di una parte di noi” che tuttavia continua a esistere e richiede quindi una forza in grado di controllarne gli eccessi pericolosi: il sacro.

 

“Il Cristo giallo” di Gauguin

Qualche considerazione  sul senso del Sacro, per finire

Nella sua formulazione disinvolta, un certo attuale discorso che trova spazio nella parte del mondo che noi abitiamo è molto seducente. Esso pretende di eliminare ogni tabù, presentandolo come un progresso nel senso della libertà e dell’uguaglianza, una sorta di antitabù che, nella sua forma più estrema, potrebbe suonare pressappoco in questo modo: perché no?

In questo modo ognuno di noi, perché no, viene rinviato al suo discorso personale come qualcosa che sarebbe in grado di dargli un fondamento. Tante piccole repubbliche, o regni: perché no?

In questo modo, le idee particolari di questo o di quello, soprattutto quando sono accompagnate da un’aura di dissacrazione eretta a vessillo della propria particolarità, assumono il valore normativo in precedenza assegnato all’ordine giuridico, alla Legge.

Ne consegue una caratteristica essenziale del nostro mondo occidentale moderno: le idee prendono un valore sacrale, non dichiarato, ma evidente nella pretesa molto diffusa di modellare la società a propria immagine, secondo le proprie idee.

Detto comunemente: si confonde la libertà di avere delle idee, in fondo indiscutibile anche perché le idee ci vengono senza che noi lo vogliamo, con il fatto che esse debbano avere comunque valore e non semplicemente un senso da scoprire.

Idee erette a idoli, totem moderni. Ognuno si rispecchia nelle proprie idee della realtà pretendendo che gli altri si adeguino come a idoli da venerare.Ma non è che per caso questo significhi concedere solo ad alcuni il privilegio di decidere cosa sia vivere umanamente?

Forse la consacrazione di se stessi al nulla, forme di autoaggressione molto diffuse, potrebbe esprimere in modo radicale il fatto che gli esseri umani non accettano facilmente di perdere la ragione ossia di rinunciare alla propria esigenza di legittimità che non si può soddisfare semplicemente sostituendo il sacro con altri idoli solo perché, forse, più commerciabili.

 

 

 

 

 

 

 

Giorgio Landoni:
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