Uno sguardo, un modo di sentire: la bellezza è in chi la sa vedere

Possiamo non solo cercare la bellezza come fonte di piacere, scoprirla, ma anche dare una forma al vuoto, creare la bellezza

Il concetto di bellezza, di forma é una categoria mentale che appare con lo sviluppo psichico anche se a noi sembra qualcosa di naturale. In realtà si tratta di un prodotto dell’ambiente, della cultura.

La categoria mentale é uno strumento, invisibile, ma esistente, e quindi efficace, che noi utilizziamo come se fosse una parte di noi, come un braccio o una gamba.

Il dizionario Treccani della Lingua Italiana definisce la bellezza come la qualità di ciò che é bello o che tale appare ai sensi e allo spirito. Da una parte sarebbe veramente singolare che non fosse così e che la bellezza fosse la qualità di ciò che è ripugnante o disgustoso, però si capisce la cautela di questo eccellente dizionario perché è praticamente impossibile andare oltre una vaga definizione di un concetto così sfuggente come quello di bellezza. Per questo esso é stato consegnato a delle forme, a delle immagini in primo luogo alla figura di personaggi esistiti forse al tempo in cui l’idea della bellezza iniziò a entrare nel pensiero dell’umanità. Nella tradizione culturale europea forma e bellezza sono strettamente congiunte.

Si può pensare che i motivi di questa relazione siano logici, cioè necessari:  forse senza una forma, la bellezza non esisterebbe. Un esempio é quello di Elena, moglie di Menelao di Sparta, a lui sottratta da Paride troiano e divenuta per noi simbolo della bellezza in assoluto, come sembra indicare il suo nome che rinvia allo splendore, quello della luna secondo alcuni.

Qual è lo scopo della bellezza? 

La nostra evoluzione culturale perseguendo l’ideale al quale diamo il nome di bellezza, ha dunque cercato le forme attraverso le quali renderla visibile. La questione della forma risale al mondo antico: in breve si riteneva che ogni essere vivente, ossia ogni forma, animale o vegetale che la vita prende, rinviasse a una forma originaria celata nel grembo stesso della natura. Le religioni orientali riportavano queste idee a un mito, quello delle Madri, successivamente riprese e venerate dai Greci. C’era molto di vero in questo collegamento fra le forme originarie e le madri e per la psicoanalisi questo rapporto é un dato assolutamente fondamentale.

Dare una forma rispondeva anche a uno scopo abbastanza evidente. Se prendiamo il detto popolare secondo il quale é bello quello che piace, si vede che il bello, ossia ciò che contiene la bellezza, e il piacere sono legati, quindi lo scopo della bellezza é quello di far provare piacere, un piacere dei sensi e dello spirito come appunto indica il dizionario. La bellezza passa dunque attraverso i nostri sensi, comprendendo in questi anche la nostra coscienza che é come un sesto senso rivolto verso l’interno, mentre i cinque sensi classici sono rivolti all’esterno. Si parla così di una bellezza sensoriale, sensuale e di una bellezza spirituale, qualcosa di molto concreto e anche abbastanza astratto nello stesso tempo, sfuggente come gli spiriti che, per gli antichi, popolavano l’aria.

La bellezza esiste in un luogo che non c’è

Ma dove potremmo collocare allora questa bellezza? Esiste un luogo, una condizione dove essa possa essere situata e che non sia solo negli “oggetti” belli? Lasciando da parte ogni prudenza, direi che la bellezza esiste in un luogo che non c’é, un’utopia. Essa è nel tempo della nostra vita, al suo inizio. Il suo prototipo è costituito dal volto di chi, per primo, si occupa in genere di noi: nostra madre. Nel volto materno, o meglio nello sguardo del neonato che lo fissa per farlo proprio torna lo splendore di Elena. Se torniamo al detto popolare appena menzionato, non é bello quel che é bello ma é bello quel che piace, appare chiaro che la bellezza é in chi la sa vedere, nel suo sguardo, nel suo sentire.

Parafrasando Shakespeare (Pene d’amor perdute, atto V°, scena 2) così come il successo di uno scherzo giace nell’orecchio di chi lo ascolta e mai nella lingua di chi lo fa, potremmo dire che la bellezza giace nell’occhio, nei sensi meglio, di chi la coglie e mai nell’oggetto in se stesso. L’oggetto, al più, mette alla prova la nostra capacità di  percepire questa bellezza. Questa analogia, forse un poco forzata, serve per chiarire che il problema vero della bellezza consiste nel saperla cogliere là dove essa si cela o si mostra. Occorre esserne capaci e non tutti lo sono, anche se questa possibilità non mancherebbe a nessuno, almeno in partenza.

Forma, bellezza e apologia del brutto e del ripugnante

Come acquisirla, allora e più ancora come mantenerla questa capacità? Non c’entra l’intelletto, l’intelligenza, le capacità cognitive, come si dice, poiché si tratta piuttosto di un gusto personale che permette di cogliere l’armonia significativa di un insieme al di là dei particolari che lo costituiscono. Per esempio, all’interno di un’immagine, una deformità o una forma in sé non particolarmente attraente può non togliere nulla alla sua bellezza complessiva forse perché vi cogliamo uno stile.

Torniamo allora all’immagine del volto materno: è chiaro che esso non sarà necessariamente perfetto, ma in quel momento, per quel figlio/a, neonato/a, esso lo è.

Compendia la perfezione della bellezza. La bellezza appare quando la forma organizza l’informe: l’informe visibile diventa un’immagine, l’informe sonoro, il rumore, prenderà la forma di un ritmo e così via. L’immagine del primo volto che si china su di noi e il ritmo del cuore materno lo rappresentano in modo evidente. Se la possibilità di cogliere la bellezza risiede nella capacità di dare forma a ciò che ancora non la possiede, di estrarre dal caos una figura, di prevedere per vedere, questo dipende dal fatto che esiste dentro di noi una prima immagine che funge da supporto della capacità di dare una forma che organizzi il caos della materia bruta.

Questo é evidente nelle arti figurative, nella scultura e anche nella pittura. Lo scultore sa vedere la forma nella massa del materiale grezzo, la prevede. Il pittore,  contrariamente alle apparenze, non copia il paesaggio, la persona o l’oggetto, ma trae ispirazione da loro per dipingere, copiando quello che é già formato dentro di lui. Si potrebbe dire che copia il proprio mondo interno. Lo stesso fa il compositore: dategli un la e l’armonia…. é già là. Certamente la categoria mentale di forma porta a idealizzare l’idea di bellezza e sembra possibile che, in reazione a questo, si vada sempre più affermando oggi quella che io chiamerei “idolatria del caos”, una grande voglia di abolire la forma come qualcosa di insensato e quindi di inutile.

Questa ideologia dell’informe, nata in apparenza con lo scopo di combattere l’egemonia estetica della categoria di forma e della conseguente idea di bellezza con il pretesto che esse si prestano a idealizzare la realtà, a illuderci, é diventata successivamente critica del bello e del gusto fino all’apologia del brutto e del ripugnante. A tutto questo non è estraneo il gusto della provocazione.

Contemporaneamente però, in modo estremamente ironico, l’ideale della bellezza, a partire proprio dalla forma e in particolare da quella del corpo umano, ci viene continuamente proposto in mille maniere nel nostro mondo, attraverso l’esibizione di corpi, femminili e maschili, la cui illusoria perfezione, Photoshop aiutando,  ci presenta dei modelli a cui tentare di aderire. Modelli ideali beninteso e quindi ingannevoli perché irraggiungibili per definizione. Mai come oggi le attività che si rivolgono all’aspetto esteriore delle persone, alla loro forma apparente, al corpo, hanno trovato uno sviluppo così vasto: estetiste/i, centri di fitness che promettono forme flessuose o muscolose, macchine miracolose per addomi atletici, chirurgie estetiche in grado di ingannare l’occhio più attento e così via. Goethe, come spesso gli artisti, non si ingannava: il piccolo dio é sempre bizzarro.

Dunque  dalla critica della forma a quella della bellezza e del gusto fino all’apologia del brutto e del ripugnante. Una delle possibili manifestazioni di questa situazione é qualcosa cui ho già accennato: le fake news rispondono precisamente a questa ideologia del caos e certamente  lo alimentano. In coloro che le diffondono è poi evidente il piacere che essi traggono da questa attività.

Anche qui esiste un piacere dunque, ma diverso dal precedente perché sembra che esso derivi dal senso di potere legato all’influsso esercitato su molte persone e per di più in poco tempo. Un piacere un poco esibizionista insomma: le fake news, come altre espressioni della modernità, necessitano di un pubblico per avere un senso agli occhi di chi le diffonde. Vi é anche dell’altro: siamo colpiti, offesi anche a volte più che solo provocati, per alcuni aspetti di trivialità diffusa, di una certa grossolanità talora anche violenta, per qualche tendenza di troppo a coltivare il culto dell’abietto, del disgustoso o la contrapposizione forsennata delle persone, della materia, a scapito del confronto di idee, insomma per una certa inclinazione a esibire aspetti deteriorati dell’esistenza e degli esistenti.

Pare che per molti il profumo di un fiore sia pura illusione,  che per loro la sua bellezza copra la sua realtà più profonda: il viscidume delle radici e la consunzione alla quale esso é destinato. Sarebbe come dire che poiché l’ideale non può essere raggiunto, siamo consegnati inesorabilmente alla mediocrità della sopravvivenza e a mille sotterfugi per tentare di sfuggire alle meschinità che ci insidiano di continuo. Una tristezza infinita!

La bellezza ci salva

Eppure a molti altri sembra ancora che non sia poi così raro che la vita abbia una piacevole riserva di bellezza da offrirci non solo come consolazione, ma anche come puro piacere di vivere. Come già accennavo la volta scorsa, ciò che segna l’inizio della possibilità di vivere piacevolmente è la forma, innanzitutto quella del corpo. L’ideologia dell’informe ritiene di poter recuperare, nell’informe, l’energia animale dell’origine, la più pura. Se anche fosse vero, chi lascerebbe a un neonato il compito di decidere il destino di una vita?

Cosa significa l’affermazione che il volto materno, la sua forma, bella per definizione, é la prima opera d’arte che noi incontriamo? La risposta dello psicoanalista é semplice. Nel momento in cui esso si presenta e si imprime nella mente del neonato,  l’universo intero si riassume in quei pochi tratti collegabili fra di loro e, in più,  collegati a un certo possibile benessere, un piacere che si prova quando quel volto appare, piacere fisico e mentale, per quanto di una mente ancora “rudimentale”.

Se, come dice un detto dialettale, “ogni scarrafone é bello a mamma sua”, è altrettanto vero che la sua mamma, per ogni scarrafone, é la meraviglia dell’universo, il meglio di tutto. Almeno per un breve periodo quella forma riassumerà in sé il senso della vita e la base sulla quale costruirla. Mi ripeto: nella forma di ogni volto materno, nello sguardo del neonato che lo fissa per farlo proprio, torna lo splendore di Elena.

Beninteso stiamo parlando di situazioni di relativa normalità rispetto alle quali esistono poi tutte le variazioni che possiamo immaginare. In questo caso comunque la normalità, la norma, mostra tutta la sua saggezza. Dunque certo il caos e l’informe hanno a che fare con la vita, ma la forma permette di viverla effettivamente. La forma é regola, è misura e questa protegge la vita, quella reale, anche se certamente il suo eccesso può irrigidirla impoverendola.

Tuttavia questa é solo in apparenza una contraddizione in senso negativo perché in realtà é solo la nostra reale condizione di vita alla quale non possiamo sfuggire. Solo chi sa trattare con essa senza pretendere di abolirne i termini impara a vivere. É vero che la forma ci impone una misura necessaria per salvaguardare la vita evitando la sua dissipazione ed é anche vero che essa ha un prezzo poiché impone la rinuncia. Questo ci crea un malessere che a volte può diventare vera sofferenza.

D’altronde la rinuncia é  un dato generale dello sviluppo dell’essere umano dell’umanità. Ogni volta che vogliamo ottenere un risultato dobbiamo subire una limitazione: non c’é scampo.

Per fare un esempio: alla nascita, il nostro apparato vocale può articolare praticamente un numero infinito di suoni diversi. Quando i bambini iniziano a parlottare, prima di possedere un linguaggio articolato essi possono ancora emettere praticamente qualsiasi suono. Ogni lingua però mantiene solo un numero limitato di questi suoni: é una necessità della comunicazione. Quindi imparare a parlare implica perdere alcuni suoni che non riusciremo più a emettere. Siamo obbligati a rinunciare a essi per poter parlare. La lingua madre é proprio come la mamma: ne abbiamo una sola nel senso che essa consiste di un numero limitato di suoni e solo di essi.

Possiamo imparare altre lingue ma non le parleremo mai così bene come la nostra. Perdiamo in espressione per guadagnare in significato. Non può mai essere diversamente: si cresce rinunciando sempre a qualcosa, si cresce affrontando la frustrazioneTutto ciò che ha a che fare con l’essere umano porta l’impronta di questa realtà. prendiamo come esempio i paesaggi più selvaggi di Europa. Essi non sono per nulla caotici, ma presentano sempre un andamento ordinato, una forma che non esprime affatto l’armonia spontanea della natura, ma é il frutto di un accordo implicito tra quella e l’essere umano che la abita e che crea. Dunque non siamo assolutamente condannati sempre e solo alla rinuncia perché possiamo anche creare.

Possiamo andare oltre, non solo cercare la bellezza come fonte di piacere, scoprirla, ma anche dare una forma al vuoto, creare la bellezza e così dare alla nostra vita un senso che compensi, con il piacere che essa ci concede, la malinconia delle nostre necessarie rinunce.

Giorgio Landoni:
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