Con la pandemia, una nuvola di anglicismi nel nostro linguaggio

Nel giro di un paio di mesi dallo scoppio della pandemia del 2020, hanno conquistato la stampa parole come lockdown, smart working e droplet. Si parla di covid hospital, covid pass, wet market e si usano altre espressioni che provengono dall’ambito scientifico (spike, spillover) o politico-economico (recovery fund, coronabond). Un’analisi degli anglicismi del lessico giornalistico e televisivo mostra anche che una gran quantità di vocaboli già in circolazione hanno aumentato la loro frequenza (trend, screening, task force) o si sono radicati in modo più consistente (hub, cluster, call). Questo lievitare dell’inglese sembra in linea con ciò che sta avvenendo nella nostra lingua da molti decenni, con la differenza che l’esposizione mediatica del coronavirus lo ha accelerato e amplificato, e ci consente di vederne meglio i meccanismi di propagazione come attraverso una lente di ingrandimento.

Dalla quarantena al lockdown e dal mercato al wet market

Quando la Cina ha deciso di imporre la chiusura di Wuhan, il 23 gennaio 2020, non si parlava ancora di lockdown. E quando il coronavirus è scoppiato in Italia, alcuni Comuni della Lombardia sono stati dichiarati “zona rossa” (23 febbraio). Poi è arrivata la chiusura delle scuole (4 marzo), dell’intera regione (8 marzo) e di tutta l’Italia (9 marzo). La lingua dei giornali parlava di chiusura (tutto chiuso, chiusa l’Italia), di un Paese blindato da provvedimenti restrittivi, di blocco, isolamento, confinamento, serrata, quarantena e in senso lato persino di coprifuoco. Insomma, fino a che il problema era cinese e italiano non si è registrata un’interferenza dell’inglese significativa.

Tutto è mutato con rapidità quando il virus a corona ha raggiunto i Paesi anglofoni. Mentre da noi si parlava ancora di “misure cinesi”, i decreti italiani sono diventati per vari governi europei il “modello” di come una democrazia potesse varare analoghi provvedimenti restrittivi, e la stampa anglofona ha etichettato tutto ciò “Italy lockdown“.

A metà marzo, mentre il presidente Conte annunciava il decreto “Cura Italia”, l’anglicismo è entrato ufficialmente nei titoli di molti giornali e in televisione, e le virgolette sono definitivamente cadute insieme alle spiegazioni da affiancare. Nell’archivio del Corriere.it la sua occorrenza era di poche unità all’anno. Si trovava solo negli articoli che riferivano dei blocchi di scuole o quartieri statunitensi messi in “lockdown” durante eventi terroristici o sparatorie in corso. Al 30 aprile 2020 gli articoli erano più di 1.000 (114 in marzo, quasi 900 in aprile). Il provvedimento non era più una misura statunitense, è diventata la nostra, e persino Conte ha usato questa parola più di una volta in televisione. Compiendo analoghe ricerche su quotidiani come Le Monde o El País l’anglicismo risulta invece assente o quasi, esattamente come non compare sulla Wikipedia francese e spagnola, al contrario di quella italiana. Non si tratta perciò di un “internazionalismo”, ma di un fenomeno di “trapianto” tipicamente nostrano. Sembra quasi che non appena il “modello italiano” sia diventato internazionale, abbiamo cessato di esprimerlo nella nostra lingua per passare all’inglese, come facciamo con l’italian design e il made in Italy. È un percorso ben diverso da quello che accadeva in passato, per esempio quando il periodo di isolamento di quaranta giorni della quarantena si è diffuso in tutto il mondo molto probabilmente dall’italiano (in inglese quarantine, in francese quarantaine, in spagnolo cuarentena).

Sono molti gli anglicismi trapiantati nella lingua dei giornali con le stesse modalità di lockdown, anche se meno popolari. Fino a marzo, sulla stampa si leggeva del famigerato mercato di Huanan della città di Wuhan, dove pare che il virus abbia compiuto il salto di specie. Tra le altre definizioni più in voga c’erano mercato del pesce (talvolta ittico), mercato a cielo aperto, mercato di animali selvatici o di specie selvatiche. Ma in inglese si chiama wet market, e perciò in breve sono apparse anche le prime traduzioni letterali di mercato umido o bagnato. Dopo le petizioni lanciate da organismi internazionali e dall’Oms (“Chiudiamo i wet market”), l’inglese ha preso il sopravvento (“Dal ‘wet market’ allo ‘spillover’: come nasce una pandemia”, Il Sole 24 ore, 28 marzo). Dai primi di aprile tutta la stampa ha rilanciato la petizione prevalentemente in inglese, in febbraio nell’archivio del Corriere.it l’espressione non esisteva, in marzo se è ne è parlato in un solo articolo, in aprile in 12.

Altri anglicismi che provengono dagli ambienti internazionali riguardano l’economia e la politica della Comunità europea, per esempio, da cui sono arrivati i recovery fund (fondi per la ripresa) inizialmente denominati sui giornali anche recovery bond (visto che le obbligazioni si dicono sempre più spesso bond e si ritrovano in eurobond e coronabond). Gli anglicismi evocano un registro più alto con cui elevarsi socio-linguisticamente, suonano più precisi e tecnici, e dunque si diffondono e radicano senza traduzione sia nelle discussioni parlamentari, sia soprattutto nel linguaggio mediatico che ne opera il “trapianto” lessicale, una metafora che mi sembra più appropriata di quella del “prestito”.

La parola gli esperti: droplet, spike e spillover

Il lessico inglese non è solo il modello linguistico preferito dai giornalisti, è anche la lingua prevalente della scienza e di moltissimi altri ambiti. Quando la parola passa agli esperti, nei programmi televisivi accade dunque che ricercatori, economisti, politici e tecnici calino l’inglese dall’alto battezzando sempre più spesso ciò che è nuovo in inglese crudo. Per questo è passata l’informazione che il virus a corona è caratterizzato da uno “spuntone che si chiama spike”, e talvolta si è designata la sua proteina di superficie con spike protein. In italiano esisterebbe spinula(come si indica in ambito scientifico e biologico una formazione anatomica o patologica forma di spina) e si potrebbe benissimo dire la proteina a spinula. Ho domandato all’immunologa Maria Luisa Villa, che da anni si batte per non abbandonare l’italiano nella scienza, se fosse lecito parlare di spinula. Mi ha risposto che la trovava un’ottima traduzione e che avrebbe chiesto un parere a qualche collega virologo per capire se qualcuno dicesse così, aggiungendo sconsolata: ma “temo che l’argomento sia per loro di scarso interesse”. Al virologo Fabrizio Pregliasco la traduzione è piaciuta, ma il punto è che, davanti a una parola nuova, la soluzione più in voga è quella di usare l’inglese senza nemmeno porsi il problema. Se questa diventa l’unica strategia, però, risulta patologica per il nostro lessico, che cessa di evolvere per definire ciò che è nuovo per via endogena, con il risultato che una buona metà dei neologismi del nuovo millennio è in inglese, stando ai dizionari.

In molti casi per giustificare la “necessità” di un anglicismo capita che si reinventi il suo significato trasformandolo in qualcosa di nuovo anche se non lo è affatto. Droplet, per esempio, significa semplicemente gocciolina ma, passando dalla denotazione alla connotazione, sembra voler sintetizzare in una sola parola il contagio da inalazione delle particelle di saliva nebulizzate (gli sputacchi sospesi nell’aria, si potrebbe dire in modo brutale), e persino il problema della distanza di sicurezza per evitare infezioni, perché così è stato introdotto dalla stampa agli inizi di marzo (“Cosa vuol dire ‘droplet’ e perché c’entra con la distanza che dobbiamo tenere dalle persone infette”, La Stampa, 2/3/20; “Coronavirus e droplet: ecco la distanza di sicurezza anti-contagio”, Corriere della Sera, 2/3/20). In questo modo si è radicato ed è stato al centro di molte spiegazioni nelle conferenze stampa della Protezione civile (dove spesso viene usato come tecnicismo) e nelle delucidazioni dei virologi. Nel suo “acclimatarsi” al momento suona più preciso, tecnico e scientifico, ma ancora una volta non si è diffuso in Francia e Spagna, dove si parla di goccioline in modo chiaro e semplice.

A volte, questo ricorso all’inglese “modificato”, che nel suo attecchire si ricava nei confronti degli equivalenti italiani una specificità che non avrebbe, si spinge al punto da produrre veri e propri pseudoanglicismi che si discostano dai significati ortodossi o sfociano in ricombinazioni di radici che suonano inglesi ma sono soltanto maccheroniche.

Telelavoro e smart working

Smart working circolava anche prima dell’epidemia, ma nella lingua italiana e sul Corriere.it era presente in modo poco significativo (27 articoli nel 2016, 33 nel 2017, 54 nel 2018, 48 nel 2019). Nel primo quadrimestre del 2020 ricorre 555 volte (almeno 10 di più delle medie di un intero anno). Questo “lavaggio del cervello” di un’informazione che si contraddistingue per i suoi picchi di stereotipia ossessiva ci ha fatto quasi perdere la cognizione del tempo, e l’espressione appare oggi la più naturale, come se avessimo sempre detto in questo modo e non ci fossero alternative. Eppure si tratta di uno pseudoanglicismo. Non è dunque un “prestito”, ma il risultato di un trapianto che germoglia da radici anglofone geneticamente modificate. È presente solo in Italia. In inglese non ha propriamente questo senso, il lavoro agile (come si legge nei contratti in italiano), cioè il telelavoro, il lavoro da casa, a distanza o da remoto sarebbe home (o remote) working. Ma smart è da noi ben assestato, e si appoggia alla diffusione di altri composti che lo rendono suadente, comprensibile e manipolabile: le smart card, gli smart drink e le smart drug, lo smartphone, le smart city, gli smartglass (occhiali potenziati), la smart tv e via dicendo. Insomma, è un anglicismo piuttosto prolifico (si potrebbe parlare di produttività, ma “anglicismi produttivi” non suona un’espressione neutra), e infatti, per coerenza con lo smart working, si registrano anche le prime combinazioni forse passeggere come la smart didattica, che si affianca all’e-learning, e appare moderna anche se somiglia al barbatrucco della lingua dei Barbapapà. Tra questo inglese fai-da-te e quello trapiantato, in un lasso di tempo molto breve gli automatismi mediatici hanno veicolato i covid hospital, che consolidano l’abitudine a parlare di hospital invece che di ospedale, come in day hospital (hospital negli anni passati era presente sul Corriere.it in circa 250 articoli all’anno, che balzano a 337 solo nel primo quadrimestre del 2020).  Oppure il covid pass per designare l’ipotesi che prima si indicava con patente di immunità, e ancora il contact tracing che prevale sul tracciamento dei contatti (ma si ritrova declinato anche in app di tracking) e si porta con sé l’aumento delle occorrenze di app e di privacy in un intreccio che vede non solo spuntare  nuovi anglicismi, ma anche una maggior frequenza di quelli già diffusi.

Task force, screening, trend… i picchi di stereotipia

 Confrontando le occorrenze delle parole inglesi con quelle del passato, durante la pandemia alcune hanno registrato impennate inaspettate legate a eventi contingenti. Per esempio snorkeling, dopo che, nella carenza di materiale medico, c’è chi è riuscito a trasformare le maschere subacquee in dispositivi per la respirazione (“Dallo snorkeling a salvavita: le mascherine da sub diventano respiratori”). Oppure bazooka (da una media annuale di 10 volte sul Corriere.it al doppio su base mensile: 19 in marzo, 21 in aprile) usato da Giuseppe Conte come metafora (serve un bazooka da 750 miliardi per le imprese) ripresa da tutti i giornali in varie occasioni (il bazooka della Ue per iniettare liquidità). Anche parole come jogging e runner sono aumentate significativamente, dopo le polemiche sulla possibilità durante l’isolamento di fare podismo e corsette, parole poco usate. Ma a parte questi curiosi “effetti collaterali” ci sono molti altri casi più significativi per la lingua italiana. L’onnipresente screening ha il sopravvento su mappare, monitorare, fare controlli a campione o di massa della popolazione, e anche il non nuovo e gergale “screenare” si è sentito in televisione con un’insolita frequenza e naturalezza in bocca a giornalisti, esperti e politici. Tendenza o andamento non hanno avuto una grande diffusione, le statistiche sui contagi si sono espresse quasi solo con trend per suonare scientifiche. Nel rito quotidiano dei bollettini della Protezione civile sono riecheggiati con alta frequenza anche task force (da 208 articoli del 2019 ai 639 dei primi quattro mesi del 2020, sul Corriere.it), team e staff che sembrano amplificare l’efficienza delle squadre, trial invece di sperimentazione clinica, sono aumentati kit (sierologici), test (aumenta anche testing, accanto a testare), mentre i siparietti dai balconi degli italiani in quarantena, sulla stampa, erano quasi sempre perfomance e flash mob.

Oltre a queste parole molto in voga anche prima, altre si sono diffuse e radicate maggiormente in questo periodo, come call (per nuovi medici e infermieri) e conference call. Sono salite le occorrenze di voucher (“Coronavirus. Congedi parentali, legge 104 e voucher baby sitter”, laRepubblica.it, 20/3/20); “Soggiorno annullato per coronavirus? Si ha diritto a voucher o rimborsi”, IlSole24ore, 22/3/20) e cluster, spesso impiegato al posto di focolaio (“Tre cluster preoccupano la Regione. Nelle ultime 24 ore sono 17 i decessi nel Lazio”); hanno spopolato gli hub al posto dei centri (“Il Sacco di Milano è ormai l’hub di riferimento della Lombardia per il coronavirus”; “Tempi record per l’hub alla fiera di Milano”), c’è stato il trionfo di delivery, cioè la consegna a domicilio dei generi più disparati, dal food ai farmaci.

Svolgendo questo tipo di ricerche va a finire che è davvero difficile quantificare in modo preciso l’aumento dell’inglese durante la pandemia, è un evento che pare incontrollabile nella sua vastità. Dopo aver registrato le parole nuove e l’allargarsi di altre già consolidate, la misurabilità del fenomeno finisce e cede il posto alle impressioni.

La nuvola degli anglicismi instabili

La mia impressione è che, complessivamente, ci sia stato un aumento significativo della “nuvola di anglicismi” che ci avvolge quotidianamente, un travaso dell’inglese nel nostro parlare di ordine di grandezza superiore agli oltre 3.500 anglicismi registrati in un dizionario. Mi pare che questa nuvola si sia ampliata attraverso un bombardamento mediatico che ricorda la panspermia o la riproduzione delle ostriche quando spargono milioni di larve che per la maggior parte sono destinate a morire. Presi uno alla volta, questi “prestiti temporanei” sono solo parole usa e getta insignificanti, uscite estemporanee, occasionalismi, citazioni virgolettate, ricomposizioni di radici inglesi frutto di anglomania. Ognuno ha una frequenza irrisoria e un alto tasso di dispersione, ma considerati tutti insieme hanno una consistenza rilevante e non c’è articolo di giornale, servizio televisivo, discorso dell’esperto che non ne veicoli almeno qualcuno.

A metà marzo, quando nel bolognese è stato chiuso il comune di Medicina, per esempio, tutti gli articoli hanno ribattuto la stessa fonte: la zona rossa era motivata “dall’elevata diffusibilità correlata all’alto burden microbico” di quel paese. Il copia-incolla è dilagato senza che nessuno si prendesse la briga di tradurre “burden” con carico o con qualcosa che servisse a spiegare meglio di che cosa si stesse parlando. La parola è poi svanita con la stessa rapidità con cui era apparsa, ritornando nella nuvola e nel suo stato di latenza. In modo simile, l’ipotesi di effettuare tamponi in macchina ha fatto capolino nei primi articoli come drive in test, per poi diventare drive through che invece sembra più stabile. La presunta violazione dei dati del sito dell’Inps, crollato sotto il peso delle eccessive richieste di indennità per l’emergenza, è stata riportata anche con l’espressione poco comprensibile di data breach – già da qualche anno presente nella nuvola con bassa frequenza – contro la quale si è scagliato Francesco Sabatini dalla rubrica di Rai Uno “Pronto soccorso lingua” (19 aprile). Se i giornali smetteranno di rilanciarla tornerà nella nuvola, altrimenti potrebbe piantare le sue radici e crescere con il prossimo simile episodio da prima pagina. In questo ricorso generalizzato ai suoni inglesi si trova di tutto, anche enunciazioni mistilingue complesse come “linea di credito pandemic crisis support”; c’è chi parla di “level playing field del Mes” e chi lo ripete così perché gli suona più solenne di “parità di condizioni”, c’è chi riflette sulla potenzialità delle virtual clinic, chi conia i propri composti a base covid (“ripensare cinema e teatri in modo covid free”, “lo stress test covid”, “un covid manager per i supermercati”) e chi cade in strafalcioni in cui i Dpi (Dispositivi di Protezione Individuale) vengono detti all’inglese come fossero i Dpi delle stampanti (i punti per pollice, Dots Per Inch). Tutto ciò appare qualcosa di più profondo del semplice “snobismo”. Sembra più consistente anche di una moda passeggera, è più simile a una mania compulsiva, a una strategia comunicativa applicata in modo sistematico, e non sempre consapevole, per elevarsi e identificarsi socialmente. Al momento non è chiaro cosa strariperà da questa nuvola di anglicismi instabili, né cosa resterà di questo linguaggio pandemico, finita l’emergenza. Bisogna però tenere presente che quasi nessun anglicismo del lessico del coronavirus è spuntato dal nulla. Quasi tutti circolavano già con bassa frequenza, e hanno trovato il terreno per crescere dopo un periodo di latenza a volte anche lungo. L’analisi dei mezzi di informazione evidenzia soprattutto questo esondare che fa pensare allo tsuanmi anglicus evocato da Tullio De Mauro. Questo diluvio di anglicismi è composto da parole che, come tante goccioline, formano una nube piuttosto densa. La maggior parte di esse si dissolverà, ma altre nel ricadere a terra pianteranno inevitabilmente le loro spinule, i loro “spike”, nel nostro lessico, per attecchire e moltiplicarsi. Studiare le tracce di queste ondate, e ragionare su ciò che è rimasto, sarà una ricerca certamente interessante, a epidemia finita.

Treccani Magazine

Immagine: The coronavirus in Chicago

Crediti immagine: Multimedia depaulia / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)

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