Lavoro, tensioni

Le aperture

Il Sole 24 Ore:”Liberalizzazioni, i cantieri del sud. Monti vede Visco e i ministri e mette a punto la fase 2: più mercato per tutti e un Cipe sulle grandi opere. Napolitano: rivedere gli ammortizzatori”. E poi: “Scontro premier-Cgil sulla concertazione. Confindustria: pronti al dialogo”.

Il Corriere della Sera: “Lavoro, tensione governo-Cgil. Camusso contraria a incontri separati sulle riforme. Monti, vertice con il Governatore di Bankitalia”. “Napolitano: ripensare gli ammortizzatori sociali”.

La Repubblica: “Articolo 18, il governo ci riprova”, “la norma anti-licenziamento sospesa per tre categorie di neoassunti”. In taglio basso, la richiesta della Procura di Roma: “P3, processate Verdini e Dell’Utri”.
In prima anche un richiamo all’inserto R2: “gli indignati di Budapest che si ribellano al regime”.

La Stampa: “Fase 2, ecco i piani di Monti”, “Napolitano: ammortizzatori sociali da rivedere: i sindacati non stiano in difesa. Stipendi, la rivolta dei parlamentari: non guadagniamo 16 mila euro, ma 5000. In taglio basso, foto dall’Ungheria: “Budapest sfida la nuova costituzione”, “in migliaia in piazza contro le leggi e i bavagli del governo contestati anche da Ue e Usa”.

Il Giornale: “Uccisi dalle tasse. Ieri ancora un suicidio, e fanno 13. Gli imprenditori sono disperati, ma nessuno li difende. E’ lo Stato il vero evasore, deve alle aziende 90 miliardi. Dipendenti pubblici a rischio taglio, sono 3,5 milioni e costano 165 miliardi l’anno”.
A centro pagina: “Monti, porta in faccia alla Camusso”, “il premier non cede ai diktat della Cgil”.

Articolo 18

Secondo La Repubblica, la questione del superamento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori era stato solo sapientemente accantonato dopo la bufera provocata dalle parole del Ministro del Lavoro Fornero. Ma l’Europa, ovvero Commissione e Banca centrale – ricorda il quotidiano – hanno chiesto all’Italia di cambiare le regole sui licenziamenti individuali, ed il premier è intenzionato ad andare avanti anche senza l’accordo di tutti: leggi veti della Cgil e dei sindacati, ma anche di alcuni settori dei partiti che sostengono il governo. Questo spiega il crescente nervosismo con cui ci si avvicina agli appuntamenti della prossima settimana tra la Fornero e i rappresentanti di tutte le parti sociali: il governo ha deciso di incontrare separatamente le singole organizzazioni, facendo imbufalire la Camusso, che vi legge l’intenzione di non voler aprire alcuna trattativa. Questo è il percorso individuato dal governo, su uno schema che viene definito dal quotidiano di “dialogo sociale europeo”: si ascoltano le opinioni di tutti, ma poi si procede con i provvedimenti, senza negoziati. Secondo il quotidiano formalmente l’articolo 18 dello Statuto non sarà toccato: continuerà ad esser valido per i lavoratori a cui già si applica, ovvero quelli delle imprese con più di 15 dipendenti. Ma per i nuovi assunti, per i disoccupati, e per quanti lavoreranno per nuove aggregazioni aziendali, si seguirà la proposta del “contratto unico” presentata dal senatore e giuslavorista Pd Pietro Ichino: licenziamento individuale possibile per motivi economici, tecnici o organizzativi, ma al posto del reintegro nel posto di lavoro l’impresa corrisponderà al lavoratore una indennità economica decrescente nell’arco di un triennio durante il quale questi sarà impegnato in un piano di ricollococazione.
Spiega il Corriere della Sera che la proposta di Ichino prevede per i neoassunti il contratto di lavoro unico a tempo indeterminato: punta quindi alla eliminazione di tutte le forme di contratto a tempo determinato – esclusi gli stagionali, le sostituzioni e pochi altri. In caso di licenziamento discriminatorio per motivi disciplinari, tutto rimarrebbe come oggi è previsto dall’articolo 18. Ma per la prima volta, verrebbe considerato giusta causa di licenziamento il “motivo economico” debitamente documentato. I lavoratori licenziati riceverebbero indennità di disoccupazione molto alte: 90 per cento del salario al primo anno, fino a decrescere fino al 70 per cento. Le indennità dovrebbero essere garantite in parte dalle casse dello Stato (Inps), in parte dalle stesse aziende: a queste ultime Ichino chiede un coinvolgimento diretto per il finanziamento di programmi di formazione professionale ai licenziati, finalizzato a riconversione e reinserimento nel mondo del lavoro.
Ichino illustra la sua proposta sulle colonne del Sole 24 Ore (“La riforma è matura sul piano tecnico e politico”). Sullo stesso quotidiano anche un altro contributo, quello di Giuliano Cazzola e di Maurizio Castro.
Una intera pagina del Corriere èdedicata proprio alle diverse proposte sulla questione: Sacconi (apprendistato fino a 3 e negoziazione decentrata), Cesare Damiano (niente modifiche all’articolo 18 e contratto prevalente per i giovani), proposta Boeri Nerozzi (percorso unico di inserimento e licenziamento veloce nei 36 mesi), proposta Marianna Madia (salario progressivo, a partire dal 65 per cento, e accordo misto su posto e formazione).
Sullo stesso quotidiano il quirinalista Marzio Breda analizza le parole pronunciate ieri dal Presidente Napolitano a Napoli: “Vedo che c’è una necessità, ampiamente riconosciuta come comune, che è quella di ripensare tutto il tema degli ammortizzatori sociali e delle forme di sicurezza sociale”. Per Napolitano sarebbe utile “affrontare i nodi dell’accordo del 28 giugno tra le Confederazioni sindacali”, “sottoscritto da tutte le parti, nessuna esclusa”. Ed è “su quella strada” che secondo il capo dello Stato bisogna andare avanti: insomma, Napolitano – scrive Breda – si appella di nuovo alla responsabilità e cita l’intesa dell’estate scorsa per scongiurare l’eterna strategia dello stop and go e quei tenaci distinguo sui negoziati prima ancora che comincino. Per Napolitano è importante che si affermi uno slancio di iniziativa, anche perché dei sindacati ha detto: “non sono organizzazioni che difendono solo gli interessi della categoria, ma difendono insieme una certa visione dell’interesse generale del Paese”.
Su La Stampa un articolo sulla decisione del governo Monti di abolire ogni restrizione all’ingresso di lavoratori bulgari e romeni: si potranno stipulare i contratti di lavoro direttamente, per tutti gli ambiti professionali. Finora non avevano limiti particolari settori professionali come agricoltura, turistico-alberghiero, domestico, edile o stagionali. In tutti gli altri casi, per l’assunzione di un romeno  o di un bulgaro, si doveva chiedere l’autorizzazione allo sportello unico per l’immigrazione. In sintesi il governo non ha rinnovato le deroghe prima esistenti.

Tremonti, Profumo

Intervistato dal Corriere della Sera, l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti parla del governo Monti, delle manovra che ha varato, del suo rapporto con la politica. Dice: “Abbiamo avuto due tipi di berlusconismo: quello propriamente detto e l’antiberlusconismo”, ora “si attiverà un processo di disgregazione-riaggregazione creatrice”. Della situazione economica in Italia pensa che la crescita stia virando in recessione, anche per effetto del decreto “salva Italia”, troppo “fiscale e regressivo”; quanto alla credibilità del nostro Paese, “si vede, ma solo in Europa, non sul mercato finanziario, infatti lo spread è a quota 500”. Del governo di cui faceva parte e delle accuse di non aver saputo stimolare la crescita, dice che nel 2010 quella italiana “è stata certo inferiore a quella della Germania, ma pari a quella della Francia e superiore a quella della Gran Bretagna, e poi la crescita dipende da un complesso di fattori: tra questi c’è il governo, ma non solo il governo. Dipende dalla demografia, dalla geografia, dalla curva della storia. L’Italia ha una demografia avversa”, e “siamo un Paese duale”, in cui il nord cresce più della media e il sud cresce meno. Ricorda che tra il 2008 e io 2010 il governo Berlusconi “ha sfidato la fatale legge di gravità che spingeva in caduta tutti gli altri governi europei, ma a metà del 2010 è iniziato l’annus horribilis: per Tremonti è quello della rottura con Fini, della “illusione dei responsabili” (“pensando che per una maggioranza di governo basti un voto in un giorno su di un ramo del Parlamento su di un atto”). Il suo futuro politico è nel Pdl? “Sto riflettendo con serietà”, “non credo che la crisi consenta più formule one man company o liste antropomorfe”.
Del comportamento della Lega dice che “fa opposizione” e che “non sarebbe salutare per la democrazia un consenso del 100 per cento”.
Il Ministro dell’Istruzione Profumo viene intervistato dal Sole 24 Ore: “Ricerca, motore di sviluppo”.

Costi della politica

Scrive La Stampa che è scoppiata una bufera dopo la pubblicazione della relazione messa a punto dalla Commissione presieduta dal presidente dell’Istat Giovannini: era chiamata a confrontare i compensi dei parlamentari di sette Paesi dell’Unione europea, ed ha statuito che senatori e deputati italiani percepiscono l’indennità mensile lorda più alta d’Europa, ovvero 16 mila euro. Tuttavia, un altro dato emerso dal dossier è che il costo complessivo degli eletti al Parlamento non vede quelli italiani al vertice della classifica, poiché in Francia e in Germania è più alto. Vengono presi in considerazione altri fattori, come il prelievo fiscale (più basso) e il contributo per collaboratori e spese di rappresentanza (più alto). In difesa dei deputati è intervenuta la presidenza della Camera che – con una nota – ha fissato l’importo netto dell’indennità parlamentare a 5000 euro, tenuto conto delle ritenute previdenziali, fiscali e assistenziali. Lo stesso quotidiano intervista il presidente Giovannini: “Il punto chiave – dice – è che il mandato dato alla Commissione era molto ampio, dovevamo esaminare 31 enti. La comparabilità dei datièstata inferiore rispetto alle attese. Pensare che si potesse fare una media con valori immediatamente confrontabili si è rivelata una illusione”. Ricorda ancora Giovannini: “Il Parlamento europeo, anni fa, aveva realizzato un approfondito lavoro di confronto delle indennità dei parlamentari europei di diverse nazionalità, ed ha impiegato due anni per terminarlo. Lo stesso vale per l’Ocse, che ha compiuto uno studio di confrontabilità tra i Ministeri.

Europa

L’inserto R2 de La Repubblica è dedicato all’Ungheria del premier conservatore Viktor Orban e alla protesta degli “indignati di Budapest”. Sarebbero in 100 mila a protestare contro quella che considerano la svolta autoritaria del premier. Secondo molti analisti il governo sta isolando il Paese dalla Unione Europea. Con reportage, in cui si spiega come venga considerata autoritaria la nuova Costituzione e quante leggi liberticide siano state approvate da una solida maggioranza di due terzi in Parlamento. Il quotidiano intervista la filosofa ungherese Agnes Heller: “L’Europa deve aiutarci, aiutando i media indipendenti poveri ostacolati dal regime”. Accusa il governo di aver abolito il sistema di check and balance costitutivo della democrazia.
“Hey Europe, sorry about my prime minister”, “scusa Europa per il nostro primo ministro”, recitano i cartelloni immortalati dal Corriere della Sera durante le manifestazioni di protesta ungheresi. Nei giorni scorsi la segretaria Usa Clinton aveva duramente criticato il governo Orban ma i “70 mila di Budapest”, scrive il Corriere, si aspettano un passo dall’Europa. Un commento di Pierluigi Battista sottolinea come “ci siamo lasciati scavalcare dalla reazione di Hillary Clinton”: e Battista ricorda quanta “isteria del politicamente corretto” l’Europa abbia mostrato nei confronti di Haider. Poi Battista ricorda quanto sia stato burocratico, sciatto, il dossier Turchia sul rispetto dei diritti umani, che ha provocato il catastrofico risultato dell’allontanamento ritorsivo di Ankara dal modello europeo. E persino con Berlusconi parte della sinistra europea decise di giocare una partita politica che avesse nel rispetto delle procedure democratiche come nucleo di una battaglia contro la “destra”.
Su La Stampa è Bruno Ventavoli a firmare l’analisi dedicata all’Ungheria, passando in rassegna il pacchetto di riforme previsto dalla nuova Costituzione, che prevede, tra l’altro,una Banca centrale sottomessa al potere politico al pari di Corte Costituzionale e media. Ventavoli ricorda che i dirigenti dell’attuale partito socialista possono essere processati retrospettivamente per crimini comunisti. E’ l’antico morbo ungherese a prender piede: nei momenti di difficoltà l’Ungheria, “più che sentirsi parte del continente, rimarca la sua fiera alterità suicida, corroborata da quella lingua dolce e altaica che nessuno in Europa capisce”. Le riforme, la modernità, il mercato possono attendere: meglio affidarsi a miti imprecisi di purezza, di sacralità della terra, di uomini forti al comando.
Su Il Foglio: “Al premier Orban mancano troppi soldi per fare il duce magiaro”, dove si ricorda che tra pochi giorni è previsto un nuovo incontro informale tra il governo ungherese e il Fondo Monetario Internazionale, che fa pensare “molti” che il governo “finirà per rivedere alcune leggi”.

Mondo

Su La Repubblica ampio spazio per le tensioni legate alle esercitazioni della marina iraniana nel golfo Persico. L’Iran ha minacciato di agire nel caso gli Usa decidano di rimandare nel Golfo Persico una portaerei, come era avvenuto in questi giorni. A Teheran intanto si è abbattuta una scure sul dissenso interno, nell’ambito di una lotta senza quartiere tra fautori del leader supremo Khamenei e sostenitori del presidente Ahmadinejad. Ieri è stata condannata a sei mesi di carcere e al divieto di attività politica per cinque anni la figlia dell’ex presidente Rafsanjani che, nelle presidenziali del 2009, era stata vicina ai “riformatori”. Sullo stesso quotidiano, la notizia che i taliban hanno deciso di aprire un ufficio in Qatar: “la trattativa con l’America alla luce del sole”, è la chiave di interpretazione de La Repubblica.
Sul Sole 24 Ore è Roberto Bongiorni a dedicare una analisi a questa notizia: ieri sembra essersi aperto uno spiraglio, con l’annuncio da parte degli insorti legati ai talebani di aver raggiunto un accordo preliminare per la creazione di un ufficio politico i Qatar. In cambio si chiede la liberazione di alcuni detenuti di Guantanamo e questa ipotesi – secondo Bongiorni – sarebbe sostenuta da Washington ma osteggiata dal governo afghano. L’apertura di un ufficio fuori dall’afghanistan è ben visto dai funzionari occidentali, soprattutto dalle diplomazie di Germania e Usa, ed è considerato un passaggio chiave per progredire nella trattativa di pace. Ma la scelta del Qatar risponde all’esigenza di aprire un canale senza l’intermediazione del governo di Kabul.

DA RASSEGNA ITALIANA, di Ada Pagliarulo e Paolo Martini

redazione grey-panthers:
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