Nel secondo decennio del secolo scorso, Luigi Chiarelli, un commediografo che godeva allora di una certa notorietà, scrisse una commedia grottesca dal titolo “La maschera e il volto”[1]. Lo prendo a prestito per queste mie noterelle circa una questione che riguarda tutti: la maschera che portiamo, o anche, si potrebbe aggiungere, che qualcosa, forse, ci costringe a portare
Talvolta, raramente, forse, anche spesso e persino quasi sempre. Ognuno può scegliere il riferimento temporale che gli pare più adatto al proprio caso personale. Intendiamoci: nessun intento accusatorio, ma solo uno sguardo su una situazione che normalmente sfugge, appunto, allo sguardo. Di cosa si tratta? Siamo forse destinati a fingere?
La maschera, la finzione, non è necessariamente una bugia, nè un desiderio di mentire (nel senso di proporre volontariamente un errore come verità). Essa agisce, piuttosto, nel senso di presentare un’altra verità.
Non si tratta solo di riferirsi, accade banalmente, a qualche opprimente convenzione sociale, come si afferma anche nella commedia alla quale mi riferisco, si tratta invece, più drammaticamente, di una sorta di necessità, di un destino che accomuna tutti gli esseri umani. Detto altrimenti, contrariamente a quello che si sente affermare alle volte, non è detto che senza maschera, senza costrizione sociale ci sentiremmo felici perché liberi. Per nulla: la libertà non è una situazione comoda perché non è per nulla facile.
Questa condizione, la maschera, la finzione, comune a tutti noi, sarà illustrata circa dieci anni più tardi, appunto in modo drammatico, da Luigi Pirandello nel suo celeberrimo: “Uno, nessuno, centomila”, dove egli scrive: “Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti”.
La Psicoanalisi applica l’arte di smascherarci a noi stessi e agli altri
Da Samuel Johnson, famoso saggista inglese del XVIII secolo, scelgo una frase che forse potrebbe aiutarci a meglio capire la materia di cui si tratta: ”Non so se vedere la vita così come è ci darà molta consolazione; ma la consolazione che viene tratta dalla verità, se ve ne è una, è solida e durevole, mentre quella tratta dall’errore deve essere, come la sua fonte, ingannevole ed evanescente”.[2
Dunque, la materia di cui si tratta è la vita. Molto convincente S. Johnson, e tuttavia ci si può chiedere quanto la sua sentenza ci può riguardare veramente, ossia, fino a che punto ci è possibile essere veri, cioè capaci di rinunciare a quel tanto o poco di consolazione di cui abbiamo pur bisogno per vivere.
Fino a che punto riusciamo a dire la verità anche su noi stessi, a non sostituire quello che non ci disturba troppo a certi dati fastidiosi quando questi ci riguardano personalmente?
Non voglio dire che tutto si riduca a un’impostura, ma solo che a volte capita a tutti di restare sorpresi e persino anche infastiditi, scorgendo certi aspetti di se stessi di cui non si sarebbe mai neppure sospettata la presenza.
Forse occorre accettare una semplice constatazione: non è possibile convincere nessuno di una verità, anche solo della nostra personale, se ci si attiene alla realtà raccontandola. Serve qualcos’altro, delle menzogne, grandi o piccine, ma comunque simili al vero, verosimili, come succede nella pubblicità. È il nostro destino perché abbiamo bisogno del consenso, di sentirci approvati. È questa la consolazione di cui dicevo poco fa.
Come si può immaginare, mi sostiene il pensiero di Freud che, sin dall’inizio della sua attività pubblica, affermò che la psicoanalisi da lui inventata non era destinata ad avere successo proprio perché mostra la maschera che ognuno di noi porta, necessariamente, anche solo per sopravvivere.
La psicoanalisi tende a smascherare. In questa affermazione si può scorgere una prospettiva originale secondo la quale l’essere umano, che in genere si preferirebbe governabile e che tale si suppone o si suggerisce, in verità è opaco, non trasparente, in buona parte sconosciuto perfino a se stesso, costretto a mentire, si potrebbe dire, per ottenere quel riconoscimento che tutti ci attendiamo di avere perché ne abbiamo bisogno.
Ci spiega l’arcano anche l’origine del linguaggio
Ce lo dice il nostro parlare stesso, il linguaggio, la strana facoltà, nostra unicamente, di creare la realtà ricorrendo a dei suoni. Possiamo sottolineare un paio di elementi interessanti al riguardo. Si potrebbe dire che già molto precocemente impariamo a sostituire a quel linguaggio primitivo, espressivo, libero di creare la realtà personale, quell’insieme di suoni che ognuno di noi deriva dalla propria madre la quale raccoglie e rinvia i suoni che emettiamo (la madre o chi ne svolge la funzione: la parola, di cui è composto il linguaggio, è la madre che parla), con un linguaggio artificiale, che ha lo scopo di cercarne innanzitutto il consenso. I primi suoni che emettiamo da infanti non hanno scopo, ma esprimono solo il nostro modo di iniziare a creare la realtà, ognuno la sua. Solo successivamente, poco alla volta, questo linguaggio che potremmo definire creativo o poetico, si piega alla necessità di trovare un accordo, di intendersi sul senso da dare alle cose ossia da libero si piega alla necessità di trovare un consenso del quale abbiamo bisogno anche solo semplicemente per sopravvivere.
Ne abbiamo facilmente una controprova quando l’età avanza e quando, con l’età, si riduce la violenza delle passioni che animano tutti gli esseri umani. Capita allora a volte di gettare uno sguardo su di noi con disincanto e di accorgersi di come sia difficile svelarsi: temiamo di perdere il consenso, ovvero l’amore, del quale abbiamo bisogno tutti per non cadere nella tristezza a volte perfino nella disperazione.
Il linguaggio, che per noi umani è un fatto determinante della nostra vita, la facoltà che sembra staccarci dalla materia e permetterci di elevarci nel cielo, è stato elaborato sia per chiarire e comunicare quello che abbiamo in mente, ma anche per nasconderlo, per mentire a volte. Questo suo aspetto è particolarmente evidente nelle situazioni in cui prevalgono sentimenti di ostilità o di rivalità. A volte il nostro discorso serve per comunicare ad altri quello che siamo, come viviamo, quello che proviamo, insomma, come vediamo la vita. Altre volte, invece, serve, al contrario, per nasconderci. Altre volte ancora vogliamo trasmettere uno stato d’animo positivo perché altri possano usufruirne oppure, al contrario, impedire l’accesso a uno stato d’animo negativo. E così via.
La maschera non è peccato
La pubblicistica moderna dell’Occidente solleva un muro di astrazioni cui affida il compito di contrastare il rischio che ci interroghiamo su quello che siamo veramente, al di là della maschera. La ragione è evidente: quando questa maschera dovesse cadere, come a volte può capitare, sorgerebbe una domanda impegnativa: “E adesso? Che fare della ferita che subiamo quando, a volte, ci capita di scorgere certi nostri aspetti che mostrano quello che siamo veramente al di là di quello che presentiamo di noi, di quello che vorremmo essere idealmente?”.
“Siamo spensierati!”, è la cifra spesso proposta. Pure, se, invece ci pensiamo anche solo un attimo, questa domanda è anche l’unica che stimola la curiosità, il pensare, il leggere, lo scrivere anche, ossia tentare di governare per quanto possibile il caso e la contingenza per celebrare la nostra realtà psichica o, come personalmente preferisco da amante della parola scritta, il nostro teatro interiore.
Noi che non siamo “solo” materia anche se non sappiamo bene a cosa si riferisca questo “solo”. Gli psicoanalisti lo chiamano mente perché si riferiscono all’ipotesi che ci sia in noi qualcosa, un apparato mentale appunto, una specie di macchina astratta, che non funziona seguendo le leggi della scienza e della tecnica perché queste sono costruzioni della mente stessa. In altri termini, se tentiamo di capirci usando gli strumenti delle scienze esatte e della tecnica, siamo noi stessi a opporci a ogni tentativo di comprensione che non vada oltre la semplice descrizione di quello che si osserva.
Da sempre cerchiamo di sottrarci a questa situazione, perseguendo il sogno di una verità oggettiva, totale, che riguardi non solo le cose che ci circondano, la materia, ma anche noi stessi. Allora inventiamo linguaggi diversi: per esempio i numeri, la matematica che dovrebbe sottrarci al dominio delle emozioni o delle passioni, se si preferisce. Infatti, in matematica è possibile fare calcoli senza che siano presenti gli oggetti a proposito dei quali questi calcoli si rendono necessari. Ma dietro i numeri ci siamo sempre noi, che li maneggiamo, li usiamo, li modelliamo a seconda delle circostanze.
Tornando a quel “non solo” che indica qualcosa che alcuni chiamano ancora anima, e sono i sacerdoti, si può notare che essa prende anche nomi diversi: spirito ad esempio seguendo i filosofi, o ancora psiche come dicono gli psicologi. All’insegna del materialismo del secolo, si preferisce di solito parlare appunto di psiche, ignorando, però, che quest’ultima è solo la forma moderna di quella, l’anima, una delle figure invisibili del doppio che ci abita e con il quale, comunque si voglia chiamarlo, dobbiamo pure fare i conti.
Anche se il pensiero moderno la impugna di falso ideologico, l’anima era e resta ciò che indica il desiderio dell’essere umano, quello che appunto ci “anima”, desiderio di vita affinché essa abbia un senso. Un certo razionalismo esacerbato del mondo postmoderno la vorrebbe sepolta e ignorata, pure, senza di essa, senza un’anima, siamo solo un corpo, materia ottusa, come dire: più nulla.
L’importanza dei legami
“Nessun uomo è un’isola” è l’incipit di una famosa lirica di John Donne che forse alcuni conoscono. Abbiamo bisogno di legami, degli altri. Un bisogno tale, così inciso nel nostro corpo che a volte siamo costretti a negarlo nel timore di restarne prigionieri.
Partiamo tutti da un legame di sangue, lo chiamiamo mamma perché il primo suono che emettiamo con le labbra atteggiate a succhiare è appunto una “mmm” alla quale arriva una risposta, appunto “mamma”. Una risposta che non ammette repliche: è così e basta.
Ma poi occorre andare oltre. I greci inventarono il Logos, qualcosa che oltrepassa i legami di sangue per sostituirli con un altro genere di legame, il legame sociale, un legame più ampio che si costituisce solo con un prezzo da pagare: subire la riduzione del perimetro della nostra volontà.
Il Logos, la ragione, rimane, però, schiavo dell’emozione anche se esiste proprio per tentare di razionalizzare l’esperienza emotiva. Ed è uno sforzo continuo quello di affermarne l’esistenza. Lo constatiamo proprio nel parlare. Ognuno di noi possiede un suo linguaggio privato: a ognuno il proprio, si può dire. Al di là dei contenuti, di quello di cui si sta parlando, esso contiene sempre una richiesta, un auspicio di riconoscimento che fatalmente passa per lo sforzo di assumere l’aspetto che si ritiene ci permetterà di avere quello che cerchiamo di ottenere. Detto altrimenti, fatalmente il linguaggio si piega allo scopo che cerchiamo di ottenere, si maschera.
Qualcosa, il bisogno di riconoscimento che rendiamo equivalente a una prova di amore, ci sforza a dissimulare. Si potrebbe dire: subiamo il dolore di dover riconoscere che se vogliamo avere amore dobbiamo guadagnarcelo e qualcosa in noi potrebbe costituire un ostacolo a questa aspirazione. Quello che si chiama socialmente l’egoismo, per esempio, ossia la poca cura degli altri.
Tuttavia, per fortuna, non è sempre e solo così perché quell’originario linguaggio primordiale, totalmente sincero anche se incomprensibile, dove non si esprime tanto la realtà del mondo, ma quella di noi che lo andiamo creando, rimane nelle pieghe più nascoste della nostra “anima”. Infatti, il mondo, la realtà materiale delle cose alle quali diamo un nome, è certamente un blocco ottuso e cieco, ma esso racchiude in sé, in ogni tempo, una filigrana di esseri che vivono secondo regole che non sono di questo mondo.
E sono questi esseri, i poeti, che ne possono mutare il cuore. Ognuno di noi può essere poeta, proprio perché, mi ripeto in fondo, la ragione può accettare l’emozione senza restarne schiava, né questa deve scomparire per lasciare il posto a quella.
[1]La maschera e il volto, di Luigi Chiarelli, pagine 72
[2] Da una lettera all’amico Bennett Langton.
Nell’immagine in apertura: “Due maschere” (o Le due maschere), realizzato nel 1916 da Giorgio de Chirico