La vera forza di alcune storie spesso non sta nei grandi gesti plateali, ma nelle piccolo crepe che si creano all’interno di regole e tradizioni consolidate, dove l’emancipazione comincia prima nella mente della protagonista e poi nelle sue azioni. Ne racconta “Nel silenzio delle stanze”, ritratto accurato di un’epoca storica nella quale le convenzioni sociali erano rigide e insuperabili
Normandia 1908. Céleste è una giovane domestica che lavora nella grande villa di André, un ricco notaio e di sua moglie Victorie, una donna oppressa dalle convenzioni borghesi che la vogliono una moglie modello. Un giorno Victorie scopre che Céleste è incinta e intuisce che il padre è André. Per evitare lo scandalo e proteggere la reputazione della coppia, la donna impone al marito una condizione: l’integrità dell’uomo sarà mantenuta, ma lui non dovrà mai più entrare nella stanza della moglie. Tra compromessi e silenzi, un accordo segreto legherà Victorie e Céleste in una inaspettata alleanza che porterà le due donne a sfidare il rigido ordine sociale del tempo.
“Nel silenzio delle stanze”, il nuovo lungometraggio di Jérôme Bonnell è un melò d’epoca raffinato e affascinante che si avvale di ottimi interpreti: il notaio André (Swann Arlaud), sua moglie Victoire (Louise Chevillotte) e la dolce Céleste (Galatéa Bellugi), la giovane domestica, non dimenticando Mathilde (Emmanuelle Devos), la mamma invalida, ma capace di intuire la situazione scabrosa della famiglia. Il regista con i suoi movimenti di macchina misurati, quasi geometrici, tesi a sottolineare la distanza fisica e sociale tra i personaggi e la fotografia che amplifica la luce fioca delle candele e le ombre che avvolgono i volti dei protagonisti, regala un film splendido, un ritratto accurato di un’epoca storica nella quale le convenzioni sociali erano rigide e insuperabili.
La fotografia ha un ruolo importante nel film come dice il regista:“Pasquale Lagriffoul, il mio direttore della fotografia, mi parlava molto di Caravaggio. Avevamo “Il cavaliere pallido” di Clint Eastwood come riferimento per alcuni interni. Quando si filma un personaggio su uno sfondo scuro e lo si illumina dall’esterno, il suo volto diventa l’unico elemento dell’immagine, soggetto alle variazioni della luce. Ancora una volta un’idea di soffocamento, con l’idea che la vera luce, quella di un futuro migliore, sia fuori, mai dentro. Abbiamo anche scelto di illuminare le notti in modo molto radicale, a candela o con lampade a petrolio, come nella quotidianità di un’epoca senza elettricità, in cui ci si spostava in casa con una fonte di luce in mano”.
La pellicola è tratta dal pluripremiato romanzo “Amori” della scrittrice e musicista francese Léonor de Récondo, che descrive una sensualità delicata e poetica, concepita come un vero e proprio inno alla riscoperta della femminilità. Il film rifiuta i cliché del classico melodramma sul tradimento. Al posto delle lacrime e delle scenate isteriche, sceglie la via di un patto silenzioso e cerebrale, offrendo uno sguardo moderno e inedito sulle dinamiche di potere domestico. L’alchimia tra Céleste e Victorie e la purezza espressiva di Céleste sorreggono l’intera impalcatura psicologica del film. “Nel silenzio delle stanze” si rivela un’opera di indubbia eleganza formalista, capace di fotografare con precisione chirurgica le ipocrisie di una società al tramonto nel quale emerge un’arena politica in cui le donne dettano le regole del gioco. Sebbene il rigore accademico della regia rischi a tratti di raffreddare la tensione emotiva, la pellicola resta un lucido e spietato manifesto sulla complicità femminile come unica via di fuga dalle gabbie del patriarcato.
Come suggerisce il titolo stesso, la vera forza di queste storie spesso non sta nei grandi gesti plateali, ma nelle piccolo crepe che si creano all’interno di regole e tradizioni consolidate, dove l’emancipazione comincia prima nella mente della protagonista e poi nelle sue azioni. Il personaggio di André rappresenta la massima incarnazione e l’autorità patriarcale e delle rigide convenzioni borghesi dell’epoca. In quanto ricco notaio e capofamiglia, André esercita il proprio potere muovendosi all’interno di un sistema che giustifica e protegge la sua posizione di assoluto privilegio, sia economico sia di genere. In sintesi il protagonista maschile rappresenta un’autorità che all’esterno appare solida, ma che all’interno delle mura domestiche viene progressivamente depotenziata e arginata dall’inattesa alleanza e dal percorso di emancipazione intrapreso da Victoire e Céleste.
Il film racconta come l’inizio del XX secolo è un periodo in cui il ruolo della borghesia è in forte ascesa diventando di fatto la nuova aristocrazia, con un ritorno brutale della morale religiosa che spazzava via le belle idee dell’Illuminismo. Un mondo conformista, molto ipocrita nel quale emerge una violenza indicibile con la cattiva abitudine di tacere, di salvare le apparenze.