Quell’emozione profonda, che dà ragione di vita, placa ogni rivendicazione lamentosa e produce riconoscenza

Madre e figli di Massimo Campigli

Un annuncio, apparso qualche giorno fa, non ricordo più dove, mi ha molto toccato. Una donna giovane, ventiquattro anni, figlia adottiva, lanciava un appello alla propria sconosciuta madre naturale dalla quale era stata abbandonata alla nascita. L’appello suonava pressappoco in questi termini: “Quando sono nata avevi 15 anni: non potevi tenermi. La mia famiglia adottiva mi ha dato tutto l’amore possibile. Vorrei solo conoscerti per ringraziarti di avermi dato la vita”. (Nella foto in apertura: Madre e figlia di Massimo Campigli)

Non sono sicuro che questi fossero i termini esatti usati, ma sono certo del loro senso, perché l’emozione profonda che questo tenerissimo richiamo provoca mi risuona in fondo al cuore e non può ingannare: “Mi hai dato la vita e questo ha reso possibile l’amore”.

Naturalmente non so cosa questo evochi in chi sta leggendo, però a me l’espressione di gratitudine manifestata in modo così semplice e profondo suggerisce due considerazioni.

La prima: che bellissima persona quella che prova riconoscenza e lo dice senza mezzi termini.

La seconda: che persone notevoli quelle che, accogliendo questa piccola che una madre bambina non poteva tenere, sono riuscite a trasmetterle un senso così tranquillo e profondo della vita tale da ispirarle un moto di gratitudine così intenso e luminoso per colei che glielo ha comunque permesso.

La riconoscenza, un’espressione non banale

Dunque, una donna, che la madre non aveva riconosciuto, poco importa se volontariamente o per cause di forza maggiore, chiedeva alla sconosciuta che l’aveva creata di poterla incontrare per manifestarle la sua riconoscenza. Questa è da lei collegata alla famiglia di adozione dalla quale ha ricevuto ”tutto l’amore possibile”.

Cosa è questo amore? È possibile collegarlo al moto di riconoscenza e come?

Vi è certamente un intrico emotivo, che rinvia a una realtà complessa che vale la pena di esaminare per cercare di chiarirne alcuni punti. Conosciamo tutti la riconoscenza, almeno per sentito dire. Secondo i dizionari, si tratta di quel sentimento che consiste nel tributare a qualcuno quanto gli è dovuto in cambio di quello che si è ricevuto.

Nel caso specifico, però, vi è un problema: noi consideriamo genitore chi, prendendosene cura, fa crescere un essere umano, piuttosto di chi lo ha messo al mondo biologicamente. Il fattore biologico, il mettere al mondo un piccolo animale dei due sessi, passa in secondo piano rispetto alla successiva costruzione, affettiva, sociale e intellettuale, che ne farà un essere umano. Nulla di nuovo in fondo. La storia dell’umanità va proprio in questa direzione.  Chi adotta un piccolo essere assumendosi il compito di crescerlo è riconosciuto generalmente come il genitore. Le norme di legge non fanno che certificare questa situazione.

In molti casi “l’adozione” del nuovo nato avviene da parte di chi lo mette al mondo, quindi i genitori biologici coincidono con quelli legali, ma in altri casi questo non accade. Qualcosa accomuna però tutte le situazioni: figli si diventa. I figli, dei due sessi, sono costruzioni complesse alle quali contribuiscono gli adulti di riferimento, ognuno con le proprie caratteristiche. E allora, ci si può chiedere, come mai una persona si esprime in modo così affettuoso nei confronti di qualcuno che, in fondo, ha solo espletato una semplice funzione biologica connessa alla nostra natura materiale, animale se si vuole? In fondo questa giovane donna è proprio la figlia di coloro ai quali deve la sua condizione attuale, a quella donna e a quell’uomo che, occupandosi di lei sin da subito, l’hanno cresciuta seguendola passo dopo passo fino a quando ve ne è stata la necessità.

I genitori adottivi sono le persone alle quali dovrebbe ragionevolmente indirizzarsi tutta la sua riconoscenza, ma per quanto indiscutibilmente vero, questo non ha impedito a questa figlia adottiva di dichiarare il proprio sentimento amorevole per l’ignota madre biologica.

Genitori si diventa

A questo punto qualcuno potrà anche legittimamente domandarsi il perché di tanto stupore: in fondo l’interesse per la madre biologica non esclude l’attaccamento ai genitori adottivi che rimane ed è esplicitamente dichiarato. Verissimo. Consideriamo, però, gli standard di pensiero attualmente in voga.

Credo di non sbagliare dicendo che in genere troviamo in primo piano tendenze assolutamente diverse, anzi opposte: vi è una diffusa inclinazione alla rivendicazione, talvolta lamentosa o più spesso ostile, mescolata alla pretesa di un riconoscimento qualsiasi per placare un sentimento di disagio che facilmente diventa insoddisfazione la quale, a sua volta, si trasforma poi nella convinzione di essere stati privati di qualcosa o di venire tuttora lesi in qualche diritto assolutamente indiscutibile.

La riconoscenza esiste ma mi pare poco praticata forse. Rivendicazioni, pretese, esigenze, espresse in modo più o meno ostile se non violento, sono alla base di una ricerca affannosa e vana di qualcosa che sia in grado di placare la tensione interiore di molte persone giovani, figli di ambedue i sessi. Non sembra allora che la posizione di questa figlia sia veramente singolare? Una donna che avrebbe, lei sì, più di qualche diritto a esprimere un certo disappunto, al contrario chiede di incontrare la madre per donarle qualcosa: la sua gratitudine.

Porrei allora una questione: cosa è un genitore? Cosa è mai una madre? E di conseguenza anche che cosa è un padre, visto che certamente nessun bambino dei due sessi, e in particolare la bambina di cui stiamo occupandoci, scende dal cielo con l’ultima pioggia? Infiltrate e toccate dal segno familistico, voglio dire dai ruoli tradizionalmente ricoperti nella famiglia, le persone dei genitori biologici sono sempre più confuse con le loro rispettive funzioni: signora tale la madre, signor talaltro il padre. In questo modo si perde completamente di vista il fatto che due esseri umani di diverso sesso, comunque finora sempre una donna e un uomo, i quali mettono al mondo un bambino/a, sono poi chiamati a svolgere una funzione: trasformare quel bambino/a in figlio/a ossia farne un soggetto umano a partire dalla sua base biologica. In altre parole: non basta produrre carne per dare la vita, occorre che a quella carne sia data una ragione per vivere.

Questa è la funzione il cui adempimento trasforma due esseri umani in genitori. Compito enorme, certamente, che vale per ambedue i genitori biologici anche se si espleta in modo diverso.

(nella foto qui sopra: Mary Cassatt, Ritratto di Alexander J. Cassatt e di suo figlio Robert Kelso)

Una madre e un padre

La madre si presta a meno fraintendimenti perché la sua funzione si basa su un fatto indiscutibile: qualcuno deve procurare la “materia prima” in grado di permetterne lo svolgimento della successiva funzione di genitore. Per contro, invece, il “padre”, nel tempo reso puramente privato ossia ridotto a una certa persona, pone in secondo piano il fatto che quella persona svolge solo una funzione che le è affidata pro tempore, il tempo necessario affinché, una volta cresciuto/a, quel nuovo essere umano possa a sua volta prendere su di sé, se lo vorrà e lo potrà, quella stessa funzione.

Perché certamente quella di genitore è solo una funzione, diversa a seconda del sesso biologico e solo temporaneamente affidata a ogni essere umano in attesa che egli la trasmetta, eventualmente, a un discendente. Un esempio noto a tutti per illustrare ciò a cui mi riferisco. In ogni città della Repubblica italiana vi è un ufficio particolare: la Procura della Repubblica presso il Palazzo di Giustizia. Questo Ufficio, affidato a un responsabile, svolge una funzione: perseguire i reati ossia le infrazioni alle norme di legge. Tale Funzione è affidata, pro tempore, ad alcune persone, donne e uomini, i Procuratori della Repubblica e i loro sostituti. Credo che a nessuno verrebbe in mente di affermare che queste persone siano esse stesse l’Ufficio, la Repubblica o le sue leggi insomma la Giustizia.

Come i genitori, questi “funzionari” si vedono semplicemente affidare una funzione per un certo periodo di tempo. Eppure, sia come figli sia come genitori noi stessi, spesso facciamo proprio questo: non ci chiediamo se non raramente quale sia la funzione che svolgono quelle due persone che si chiamano comunemente madre e padre, pur sentendo, oscuramente, che vi è in gioco una differenza, che esse non sono uguali, non sono la stessa cosa.

Un negativo che diventa positivo

Pensando a cosa è una madre, come prima cosa vediamo una donna: non può essere altrimenti, almeno fino a oggi. Una donna che diventa madre, biologicamente all’inizio, è un essere umano al quale è “imposto” di alienare una parte di se stessa, di rinunciare realmente a qualcosa di sé, a una parte del proprio corpo materiale: sangue, minerali, nutrimento, tessuti a profitto di qualcuno che ancora non c’è. Per diventare madre una donna si deve in primo luogo impoverire per creare qualcosa di nuovo a cui affidare il senso di non aver rinunciato invano. Vi è qualcosa di negativo come punto di partenza.

Sull’altro versante, in modo diverso e per certi aspetti opposto, un uomo che diventa biologicamente padre, è ugualmente un essere umano al quale si pone un dilemma: che fare dell’obbligo di appropriarsi di qualcosa, una parte di sé, che all’inizio gli si presenta come totalmente estranea? Se una madre deve sostenere il proprio impoverimento, il negativo, un padre, per diventare tale, lo deve rendere positivo, farlo suo e quindi dargli una legittimità, riconoscere che esso esiste e che lo implica.

Una domanda banale: quante coppie “entrano in crisi” in occasione della nascita di un bambino/a senza che si riesca a coglierne realmente le ragioni? È banale anche affermare che un bambino dei due sessi che nasce non è ancora un figlio/a ossia che non è un soggetto umano con una sua personalità particolare. Nel caso specifico della bambina che venne al mondo da una madre ancora quindicenne, una bambina a sua volta, non si poteva dire assolutamente nulla né su quale figlia sarebbe diventata né, più in là, quale persona.

È dunque grande merito dei genitori adottivi essere riusciti nell’impresa di farne una figlia perché la funzione genitoriale, nei due sessi, ci sfida a fronteggiare qualcosa per cui il pensiero moderno, ma non solo, mostra una sorta di totale allergia: il trattamento del limite, del negativo, di tutto quello che, nella realtà, ci impone di mantenere la capacità di amare anche se non siamo e non possiamo avere tutto quello che vorremmo.

Ancora un esempio: quando, per qualsiasi motivo, si deve negare qualcosa a un bambino, di solito lei/lui, ne chiederà la ragione: “Perché?”. Vi è una risposta giusta: “Perché non mi piace”. Perché giusta quando a molti, oggi, potrebbe sembrare una prepotenza? È giusta perché in questo modo noi poniamo un problema: accettare di continuare ad amare la persona che ci mette un limite, che ci nega qualcosa e quindi ci risveglia per forza un sentimento ostile, una persona che ci dice “devi tenere conto anche di me”.                                                                                                                                                   (nella foto: Gustav Klimt, “Le tre età della donna”, 1905)

È il modello dell’amore che varrà poi, in seguito, per tutta la vita. Amare significa in fondo accorgersi che si può tenere a qualcuno più che a se stessi. Riuscirò ad amare qualcuno che, solo con la sua esistenza, mi limita? Che mi dice di scegliere fra lei/lui e la mia soddisfazione? Forse sì e forse anche no: un insieme delle due posizioni.

Fabbricare un soggetto umano

Il soggetto umano, nato come bambino dei due sessi, un animaletto, è il risultato di una costruzione a partire da elementi di base che si devono collegare insieme: in primo luogo un corpo, successivamente un’immagine, infine la parola. Il corpo è l’elemento biologico di base, elemento necessario, l’individuo unico e, appunto, indivisibile.

L’immagine è il modo nel quale quel determinato individuo rappresenterà se stesso/a, l’idea di sé che possederà e che ne guiderà i movimenti. Questa immagine è il risultato di ciò che i genitori trasmettono circa questo nuovo essere. La trasmissione avviene dapprima attraverso i sensi, poi soprattutto tramite la parola che dà un senso a quello che si sente, a quello che si vive, in particolare rivela al nuovo essere cosa esso rappresenta per chi lo ha generato, i suoi “antenati”. La parola è una facoltà di comunicare molto singolare, che solo gli esseri umani possiedono: essa permette infatti di comunicare escludendo la materia.

Per fare un esempio: dare un nome a un bambino/a equivale a legarlo/a a un intreccio di eventi di cui solo una minima parte è presente sul momento nella realtà concreta. La massima parte di questa trama è fatta di rimandi, ricordi, legami, racconti, miti e leggende, un insieme di fatti che l’immaginazione rappresenta per ognuno in modo diverso, soggettivo.

Avere una rappresentazione di sé, un’immagine, un’idea di sé e poter parlare, sono gli elementi che ci rendono esseri sociali, membri del gruppo sociale, a partire da quello delle famiglie di origine per passare poi alla città, alla civitas, per diventare insomma esseri civili. Questa costruzione è soggetta alle diverse modalità nelle quali si esprime una cultura, ma il suo effetto, il trasformare in figli gli individui dei due sessi biologici che vengono al mondo, è all’origine di tutti i sistemi istituzionali umani.

Ogni cultura, ogni civiltà se si vuole, ha come suo orizzonte il compito di rendere civili gli esseri umani che la costituiscono, ossia di mettere un limite alla pretesa di ognuno di dare libero sfogo alle proprie immagini onnipotenti, alla pretesa di piegare la realtà al proprio piacimento, al proprio vissuto.

Le tante pretese, lamentele e rivendicazioni alle quali accennavo in precedenza parlano spesso dell’impossibilità di compiere questo passo così necessario: danno ai vissuti personali negativi la realtà di un fatto concreto.

Riconoscenza

Cosa ci dice allora l’appello della figlia che motiva queste righe? A me pare che esso ci dica innanzitutto che quelle due persone che la hanno accolta hanno svolto superbamente la loro funzione. La persona che esprime riconoscenza per la madre biologica sta in fondo dicendo di essere stata riconosciuta come figlia e che questo, nonostante tutto, le è stato concesso da quella ignota madre bambina.

Riconosciuta come figlia vuole riconoscere quello che ha ricevuto. A questa donna è stato evidentemente trasmesso un messaggio positivo che lei ha saputo fare suo e mantenere al di là delle inevitabili difficoltà e delle falle altrettanto inevitabili nel funzionamento dei genitori adottivi e suo personale. Farlo suo significa che può amare la vita che la contiene ma questo è stato reso possibile dal dono ricevuto da qualcuno che non ha potuto andare oltre la biologia: la madre naturale. Quella madre bambina ha comunque reso possibile quello che, dalla biologia, si è poi sviluppato.

Possiamo dirlo altrimenti: se non basta produrre carne, sia pure umana, perché questa viva, ma occorre che, per vivere, le venga data una ragione di vita, questa donna vuole ringraziare la persona che, attraverso di sé, le ha permesso di sentirsi viva e di sentire che la sua vita ha una ragione

Giorgio Landoni:
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