L’irrinunciabile, consapevole, forza del dolore

Giovedì 29 Aprile, é comparso sul “Corriere della Sera” un intervento di Ferruccio De Bortoli: “La ricognizione del dolore. Vita, coscienza, diritto, eutanasia”. É la presentazione del libro,“Il senso della vita”, dialogo e confronto tra il cardinale Paglia e il professor Manconi, sociologo con robuste inclinazioni politiche.

Chi siamo? da dove veniamo? dove andiamo? Queste domande stanno alla base del pensiero e delle sue creazioni, filosofiche, religiose, scientifiche, culturali in generale. Interrogarsi sulla vita, sul suo senso é un esercizio al quale gli esseri umani si dedicano da sempre e la cultura, ciò che ci rende diversi dagli altri esseri viventi, é il prodotto di una riflessione continua intorno al mistero della nostra vita. Cerchiamo il senso della vita perché essa é un mistero che ci supera e noi, che abbiamo confini precisi, a partire da quelli del nostro corpo, siamo percorsi da una spinta costante a superarli. Si tratta di un fatto evidente: noi siamo esseri finiti, ma conteniamo nella nostra finitezza l’idea dell’infinito, dell’eterno e anche quella dell’insensato, di ciò che va oltre ogni senso comune e che sfugge alla nostra possibilità di coglierlo. Vi é in noi la spinta verso qualcosa che si trova oltre, al di là, e questo significa ammettere che i nostri cinque sensi e la coscienza forse non possono cogliere tutta la realtà. Quando qualcosa sfida il senso comune fino ad apparirci priva di senso, noi cerchiamo di inquadrarla, di darle una dimensione temporale e/o spaziale che sia misurabile e quindi logica, che la riconduca alla nostra portata, che le dia un senso. Cerchiamo di capirla, si dice comunemente e questo non riguarda solo l’intelletto: la capienza é anche il fatto di contenere in sé qualcosa, di essere capaci. Procede in questo modo da noi una spinta creativa che prende tutte quelle forme che noi chiamiamo cultura.

Gli strumenti a nostra disposizione

Sorge, però, un problema legato agli strumenti concettuali dei quali disponiamo. Le nostre possibilità di ragionamento hanno un limite. Esso ci appare chiaramente nel modo stesso che usiamo per definire ciò che sfugge al senso comune, per riportarlo alla nostra dimensione umana e finita. Un paio di esempi possono aiutarci a capire meglio.

Dire dell’infinito, che si tratti del colle cantato da Leopardi oppure dello spazio galattico, sembra riferirsi a qualcosa che si estende senza fine, a uno spazio illimitato. Si tratta di un inganno: in realtà l’infinito é qualcosa che non ha niente a che fare con lo spazio, una nozione che noi usiamo comunemente nella nostra logica. Esso é qualcosa che non possiamo misurare se non ricorrendo a degli artifici i quali, in fondo, non dicono molto. Ha senso parlare di una distanza di miliardi di anni luce ad esempio?

Lo stesso discorso vale per l’eterno: non si tratta di un tempo esteso senza fine, ma di qualcosa che sta fuori della stessa categoria di tempo, che non ha nulla a che fare con esso, ma ha solo uno stretto rapporto con noi umani che non possiamo fare a meno di usare queste due categorie, tempo e spazio per mettere la realtà alla nostra portata .

Ambedue i casi appena menzionati ci segnalano dunque che esistono dei limiti oltre i quali il nostro pensiero normalmente non può andare.

Gli enigmi della vita

Sembra che ogni interrogativo intorno alle basi della vita approdi sempre a una conclusione inesorabile, che é essa stessa un enigma che non riusciamo a contenere in noi. Qualche volta esso può spingerci a cercare di risolverlo uscendo volontariamente dalla vita stessa.

A questo enigma diamo il nome di dolore. Il dolore é qualcosa che tutti conosciamo, qualcosa di familiare a tutti noi in misura tanto maggiore quanto più avanza il tempo della nostra vita. Dolore patito, subìto, oppure dolore procurato. In ogni caso il dolore appare collegato alla vita quasi facendone parte, connaturato a essa tanto da far ritenere che la felicità sia in fondo solo la sensazione di sollievo che possiamo provare quando il dolore pare assente, anche solo momentaneamente, dai nostri giorni.

Ma il dolore può essere un valore in sé? Su questo punto le conclusioni di un religioso della tradizione europea, cristiana, e quelle di un non credente come sono i due interlocutori del libro menzionato, divergono profondamente. Il religioso della nostra tradizione europea cristiana fa intervenire la divinità, come é sempre accaduto d’altronde. Gli dei, il dio, sono entità trascendenti la cui ira diventa il nostro dolore e la cui benevolenza diventa il nostro benessere. Nella nostra tradizione europea cristiana la visione é meno severa, meno spietata e il Dio viene per riempire della sua presenza il nostro dolore, citando il poeta francese cattolico Paul Claudel. Ma non per spiegarlo.

Spiegare il dolore, tentare di dargli un senso é fatica vana? Occorre al più cercare un aiuto superiore che ci permetta di sopportarlo? Il dolore potrebbe essere una delle tante forme di insensatezza con le quali dobbiamo fare i conti e nulla più? Eppure questa insensatezza ha tanto peso nella vita dell’essere umano da conferirle un senso preciso poiché può indirizzarla in modi assolutamente diversi. E allora si può dare un senso al dolore? E quale può essere il senso del dolore se non ricorriamo a enti superiori per tentare di coglierlo?

A questa domanda il laico, in fondo, risponde solo che il dolore può rendere impossibile la vita.

 La natura profonda del dolore

Oltrepassare una descrizione superficiale, superare la semplice tautologia, cogliere la natura profonda di questo fenomeno così presente nella vita di tutti é estremamente difficile. É già evidente nella descrizione che ne fornisce il dizionario Treccani della lingua italiana che lo definisce come “qualunque sensazione soggettiva di sofferenza provocata da un male fisico”. Successivamente si aggiunge: “patimento dell’animo, strazio, sofferenza morale”.

Dire che il dolore é sofferenza é in fondo una banalità tautologica indica, però, anche la grande difficoltà che si incontra quando vogliamo fare chiarezza sull’argomento. Se restiamo comunque a queste definizioni, sembra che vi siano due tipi di dolore: il primo si riferisce alla sofferenza del corpo mentre con il secondo si passa a quella della psiche, al dolore spirituale.

Separare la pena del corpo dallo strazio dell’anima é un compito estremamente difficile anche se forse non totalmente impossibile nel caso di spiriti particolari, probabilmente eccezionali. Lo hanno sempre colto gli artisti che nelle immagini visive così come in quelle suscitate dalle parole hanno spesso saputo consegnarci, assieme allo strazio della carne percossa e lacerata, quello dello spirito che la sofferenza propria o dell’altro sconvolge. Basti pensare all’epopea infernale, tutta basata sull’equivalenza del tormento del corpo con quello dello spirito, oppure la presenza contemporanea e indivisibile delle due forme di dolore nelle arti figurative, continuamente nel tempo e al di là dei tempi.

Uno sguardo psicoanalitico

La psicoanalisi freudiana ha alcune opinioni intorno al dolore pur senza alcuna pretesa di fornire spiegazioni risolutive al riguardo perché in realtà, più che del dolore in sé, lo psicoanalista si occupa della singola persona sofferente.

Per la psicoanalisi freudiana il modello del dolore in ogni sua forma é il dolore fisico.  Esso consiste in un eccesso di stimolazione dei sensi, un fenomeno neurologico dunque, che genera uno stato di tensione fisica la quale richiede di essere scaricata perché si possa ritornare alla quiete precedente. L’esperienza comune ci indica che si tratta di un modello verosimile. É normale infatti che i neonati vengano posti in ambienti protetti, adattati a loro, per evitare che subiscano stimoli eccessivi: ambienti silenziosi, luci e suoni attenuati, insomma calma e pace. Nel caso in cui un eccesso di stimolo infranga le barriere protettive, la lotta contro di esso per ritrovare il precedente stato di quiete provoca uno spreco di energie e si risolve in un dispendio, quindi in un impoverimento complessivo dell’organismo.

Nello stesso tempo tuttavia l’eccesso di stimolo ci porta un vantaggio poiché ci rivela il fatto che noi abbiamo un corpo dal momento che lo sentiamo, che lo patiamo. Il fastidio del mio corpo eccitato da uno stimolo eccessivo é una mia esperienza soggettiva che deriva dal fatto che il corpo é oggetto di una tensione che genera un’emozione.

Il sentimento sgradevole strappa il corpo al suo silenzio e ce ne rivela l’esistenza: questa é già un’esperienza psichica.

Partendo da un fenomeno fisico di tensione e scarica, arriviamo dunque a fenomeni soggettivi che ci spostano dalla sfera corporea a quella psichica e che possiamo cogliere quando constatiamo il fatto di essere soggetti a un’esperienza corporea. Occorre precisare che il dolore, anche quello psicologico, non é l’angoscia anche se sovente i due vengono confusi. Una persona addolorata non é necessariamente una persona angosciata. Si tratta di una differenza importante, che necessiterebbe di una trattazione a parte e della quale possiamo qui accennare solo qualche tratto generale.

Noi siamo addolorati per una perdita e siamo invece angosciati ogni volta che avvertiamo il pericolo che possa avvenire una perdita ossia che possa venir meno qualcosa a cui teniamo, a cui siamo legati. Perdere qualcosa ci addolora, temere di perdere qualcosa di significativo, immaginarci che possa accadere, ci angoscia.

Si capisce quindi che se siamo addolorati per una perdita accaduta realmente, possiamo anche essere angosciati all’idea che essa possa ripetersi. La perdita é lo stimolo per eccellenza in grado di turbare la nostra quiete. Essa ha ancora in sé qualcosa di fisico, di materiale, di corporeo. Il timore di subire una perdita, la previsione del fatto che essa avvenga é, invece, già un’esperienza, quindi, un fenomeno psicologico che presuppone l’esistenza di una psiche, di una mente.

Abolire il dolore, impossibile e inutile

Il dolore é un indice, un segno che ci spinge a prendere provvedimenti. Non possiamo liberarci di questa possibilità di patire per uno stimolo eccessivo poiché esso ha una sua necessità. Vi sono persone che non avvertono gli stimoli sensoriali, fisici, per esempio quelli cutanei. La loro situazione non é per nulla invidiabile perché se é vero che esse non avvertono il dolore, per esempio quello di una puntura, di una scottatura o di una ferita, é altrettanto vero che possono incorrere in lesioni anche gravi perché non si accorgono di quanto sta loro accadendo. Il noto Pinocchio, di legno e quindi insensibile al dolore, si addormenta con i piedi nel fuoco e sappiamo bene cosa gli capita.

L’eccesso di stimolo dunque non può essere ancora qualificato di dolore. Perché questo accada occorre che noi possediamo uno strumento che ci indichi che quanto ci sta accadendo possiede una qualità spiacevole. Questo strumento é il nostro apparato psichico.

Quanto detto sopra equivale in fondo ad affermare che la nostra psiche, la nostra mente, si costruisce progressivamente nel tempo attraverso gli stimoli, esterni e interni, che noi impariamo a dotare di senso. Nasciamo privi di una psiche anche se possediamo la potenzialità del suo sviluppo, però non sappiamo nulla di essa e anche molto poco di come essa si realizzi sino al suo sviluppo completo. Attualmente molti studi di neuroscienze sembrano orientati in questo senso come per dare una risposta all’interrogativo: come si passa dal corpo alla mente?

A questo interrogativo la psicoanalisi dà una sua risposta, puramente ipotetica e quindi interlocutoria, destinata solamente a permettere di procedere senza essere completamente bloccati da una questione ancora assolutamente misteriosa.

Il dolore dello spirito

La psiche si struttura attraverso un costante lavoro di rinuncia. La prima rinuncia riguarda la nostra unicità, il nostro essere unici al mondo, centro dell’universo intero intorno a cui tutto ruota.

In seguito rinunciamo a molto altro per esempio all’uso della forza bruta che anima il nostro corpo per imporre la nostra volontà. La addomestichiamo per renderla  utile.

Il Mosè di Michelangelo illustra molto bene questo fatto: un uomo dal fisico potente rinuncia a imporsi con la forza che pure possiede per perseguire uno scopo che dia senso alla vita.

Riuscire in questa rinuncia, accedere a questo dominio su di sé permette il nascere del Logos dei Greci, ma ha un prezzo: una certa alienazione dei nostri impulsi primitivi, affettivi, passionali, una rinuncia a esprimerli in modo immediato e totale come nel mitico tempo felice, iniziale della vita.

La questione degli affetti viene posta dalla psicoanalisi in modo particolare, cioè dando un peso speciale al desiderio che é semplicemente il nome che essa ha dato a quella forza che ci percorre e ci spinge sempre più in là, oltre i nostri limiti fisici. Se ci consideriamo in questo modo, come esseri passionali, vediamo subito quanto sia doloroso dover ammettere che la realtà non é sempre alla nostra portata come quando, neonati, abbiamo l’impressione che il mondo obbedisca ai nostri richiami. La rinuncia é la cifra del nostro esistere come esseri veramente razionali. Essa é quello che struttura la nostra mente, che dà forma alla nostra capacità di pensare, ci é dunque necessaria per conoscere, per progettare, per realizzare. Quanto prima riusciamo a farne una necessità alla quale piegarci, tanto più saremo capaci di considerare il dolore come qualcosa che appartiene al vivere, di cui non si può fare a meno.

Certamente una conquista, ma quanto dolorosa!

Rinunce e rimpianti

Ma, in definitiva, quale il vantaggio della rinuncia apportatrice di dolore? Uno solo, ma essenziale: la capacità di stabilire relazioni con gli altri in tutte le forme possibili: dalla solidarietà generica, all’amicizia, all’amore, fraterno o di altro genere.

In realtà esiste in noi e vi sarà sempre il rimpianto di un paradiso perduto, luogo ideale di eterna felicità esente da dolore. Esso continua a risorgere in noi anche se tutti, in fondo, sappiamo che non potrà mai ritornare realmente, quasi come un debito che non ci sarà mai rimborsato, come un risarcimento che non avverrà mai.

Eppure proprio il fatto di relegare questa aspirazione antica nell’ambito dei sogni irrealizzabili, di cullarne l’aspirazione senza crederci veramente, ci permette di dare spazio alle cose nuove della vita e in primo luogo alle relazioni di cui necessitiamo per vivere, quelle che ci consolano, accogliendoci quando ne sentiamo il bisogno.

Se il sogno del paradiso perduto mantiene al contrario uno spazio eccessivo, siamo destinati al dolore e non solo alla quota “normale” di esso bensì a qualcosa in più, perché contribuiremo a diffonderlo intorno a noi.

Il passaggio dal dolore fisico a quello psichico corrisponde alla trasformazione dell’interesse su di sé come centro dell’universo a quello su qualcosa fuori di noi stessi, qualcosa di diverso da noi stessi, dal nostro corpo. In altri termini il presupposto del dolore é che noi iniziamo ad amare qualcosa o qualcuno come all’inizio abbiamo amato noi stessi. O amarlo anche di più, come potrà accadere a volte. Ma questo non cancellerà il dolore.

Tutto ha un limite e anche gli oggetti che amiamo hanno un termine, sono destinati a finire. Il dolore é la perdita di quello che amiamo: noi stessi come esseri unici dapprima, la nostra eccezionalità, la nostra apparente onnipotenza e in seguito qualsiasi altra cosa sulla quale dirigiamo la nostra passione, la nostra tensione emotiva, il nostro desiderio.

La perdita é un eccesso di stimolazione che crea l’equivalente psicologico del dolore fisico. Quando perdiamo qualcosa, qualcuno, ci ribelliamo e ci attacchiamo con forza a quello che si é perso, al suo ricordo quasi cercando di farlo tornare a noi, di negare la perdita. Bene: questo intenso investimento di quanto si é perduto, di quello che non c’é più viene sentito da noi psichicamente come una sofferenza. La chiamiamo dolore. Ogni esperienza di perdita ci dà dolore.

Ma la perdita fa parte della nostra stessa esistenza, non possiamo farne a meno perché siamo limitati. Non é un valore in sé il dolore, ma una necessità con la quale dobbiamo imparare a fare i conti, una necessità dolorosa, ma senza la quale vivere diventa estremamente difficile.

Nella cronaca di ogni giorno, le conseguenze del fatto di non riuscire ad accettare un dolore, di tentare di negarne l’esistenza stessa sono continuamente documentate. Si può giungere ad annientare l’oggetto che, perduto, ci infligge un dolore perdendosi. Un oggetto che può essere qualcun altro o anche noi stessi.

 

 

 

Giorgio Landoni:
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