Scritti da donne: “Colpa d’amore” e “La mano che teneva la mia”

C’è una bella pagina Facebook che parla di libri scritti da donne, che appunto si intitola “L’ha scritto una femmina”. Titolo dal chiaro intento polemico, perché diciamoci la verità, i libri scritti dalle donne sono sempre stati considerati un prodotto minore e lo sono tuttora. Tempo fa un libraio (un libraio!) in un’intervista disse che lui non li leggeva, i libri scritti dalle donne; così, per principio. Pensate se le donne non leggessero i libri scritti dagli uomini. Altro che crisi dell’editoria: sarebbe una catastrofe! Più del 60% delle persone che leggono sono donne, e credo che spesso non abbiano pregiudizi e cerchino solo qualcosa di bello, che le intrattenga e le aiuti anche a capire meglio se stesse e il mondo intorno.

Ma bando alle ciance e ai preamboli. Questo mese la scelta va a due libri scritti da due donne. Rappresentano quella tipologia di libro che la maggior parte degli uomini non aprirebbe nemmeno. Non sanno cosa si perdono, ma peggio per loro!

“Colpa d’amore” di Elisabeth Von Armin

2018 – pag. 313

editore Bollati Boringhieri

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Il primo libro è “Colpa d’amore” di Elizabeth Von Arnim. Di lei probabilmente avete visto in giro dei romanzi, perché ce ne sono molti, tradotti e pubblicati anche recentemente. Vi devo dire che, se fosse stato per il titolo, non sono certa che avrei comprato il libro. Però, conoscendo l’autrice, ho guardato l’aletta di copertina e mi sono detta, ma sì, leggiamolo. E mi è piaciuto, anche se in un modo particolare.

Nessuno dei personaggi, infatti, mi ha fatto simpatia o empatia, o mi ha fatto desiderare di essere al suo posto. Anzi. C’è una meschinità, una piccolezza, un’angustia in tutta la storia, che cattura con amarezza. Fa pensare come siamo terribili noi umani, perché è comunque tutto molto realistico.

La piccola comunità nei sobborghi di Londra, la famiglia ricca che domina con una generosità che è solo di convenienza, i matrimoni di scontentezza, ma immutabili, e le donne. Le donne che non lavorano, almeno non fuori casa, che sono mogli e madri, che non hanno scelta, che si dibattono in un destino da cui non riescono a uscire, e che se ci provano vengono inesorabilmente punite. L’adulterio, che è una ricerca dell’amore, di un calore e di uno scambio semplice, genuino, è così inaccettabile da non poterlo neppure nominare. Una società dominata da rigide regole di perbenismo, che per certi versi sembra molto lontana da quella in cui viviamo, sembra superata.

Anche se poi, guardandomi intorno, non sono così sicura che quelle regole siano sparite, direi piuttosto che sono cambiate. Ma non mi sembra che aiutino le donne: che ora sì, lavorano e possono sopravvivere materialmente anche se il marito non lascia loro nulla in eredità. Ma l’adulterio resta qualcosa di diverso a seconda che l’abbia commesso un uomo o una donna; se lo fa un uomo gli si trovano mille giustificazioni, se lo fa una donna… meglio non dire. Per non parlare del processo interiore che le donne si autoinfliggono

 

“La mano che teneva la mia” di Maggie O’Farrell

2012 – pag. 313

editore GUANDA

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Insomma le nuove regole non hanno portato la felicità sperata. Qui mi viene in aiuto il secondo libro, “La mano che teneva la mia” di Maggie O’ Farrell, sovrappone e incrocia due storie, quella di Lexie negli anni Cinquanta, e quella di Elina ai giorni nostri. Lexie parte da un paesino della campagna inglese e va a vivere a Londra, impavida e determinata, diventa giornalista, gira il mondo, fa un figlio senza sposarsi, gode finalmente della libertà faticosamente conquistate dalle donne dopo la guerra. Elina ha appena avuto un bambino, ha rischiato la vita durante il parto, si sta riprendendo, ma con grande fatica; è una pittrice e non vede l’ora di poter tornare al suo lavoro, vive con Ted che condivide con lei tutti gli impegni della paternità. Si tratta di ruoli e dilemmi e fatiche e difficoltà e modi di vivere contemporanei, e sebbene il libro sia ambientato, anche questo, in Inghilterra, sono più le somiglianze delle differenze, nella vita quotidiana come nelle scelte di fondo. Con la globalizzazione, le differenze si fanno più sottili, più culturali.

Mi chiederete a questo punto: sono dei bei libri, li hai letti e ce li consigli, ma cosa c’entra il fatto che li abbia scritti una femmina? Forse che gli uomini non raccontano storie di famiglie, storie di contesti sociali soffocanti, storie di adulteri, storie d’amore e di rapporti complicati? E certo che lo fanno, ma lo fanno in modo diverso.

Elizabeth Von Armin ha una precisione chirurgica, nel raccontare quello che passa per la testa dei personaggi, e non fa nessuna concessione: se il pensiero è meschino, se la cattiveria emerge, lei ce li presenta in modo diretto, chiaro, pulito. E man mano che andiamo avanti nella lettura ci avviluppa in una rete che è spiacevole come quella dei ragni, che non so se mi è mai capitato di attraversarne una ma anche quando vi siete tolti di dosso tutti i fili vi sembra sempre di averne ancora.

Maggie O’Farrell ha un tocco più delicato e gentile e quasi sognante, ma anche lei ci fa entrare in un mondo complicato, la maternità per esempio, la forza dei sentimenti che genera, ma anche la loro contraddittorietà. E anche nel suo libro ho provato il senso di essere catturata, personalmente in un territorio per me più comprensibile e più vicino, ma difficile come è la nostra vita di donne.

 

E tutto questo, che secondo me è molto femminile, è un enorme valore aggiunto. Non credo solo perché sono donna anch’io. Credo sia proprio un valore in sé, lo sarebbe anche se, leggendo, uno pensasse che non ha mai sperimentato niente del genere e fosse stupito e sorpreso. E quindi invito soprattutto gli uomini che leggono, che per fortuna sono tanti e sicuramente tra loro anche molti senza pregiudizi, a dare un’occhiata a questi libri. E se vogliono anche a raccontare che impressione hanno fatto loro, qui su queste pagine.

Buona lettura quindi!

Emma Faustini:
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