Ultra-barbogi e necessità di abbassare gli scudi

Ma cosa deve fare un barbogio figlio di mezza età per sopportare i pesantissimi genitori ultra-barbogi? Di tutto e di più. Non ti lasciano vivere, non desiderano che tu sia libero di andare dove vuoi. Perché dovresti andartene in giro? A sentir loro dovresti passare da casa tua -a ufficio -a casa loro senza perdere tempo altrove, tipo ristoranti, bar o mete esotiche. Non stai forse bene nella tua tana, da dove puoi raggiungerli in un battito d’ali?

Tu devi esserci comunque, come ci sono stati loro. Se ci sono stati, altrimenti non importa, è tuo dovere lo stesso. Peccato che a quei tempi tu eri un bambino, ma questo per loro non fa differenza, giacché a quanto pare non se lo ricordano più. Non esiste un’esatta misura tra quanto ci si è spesi e quanto si pretende che gli altri si spendano per noi. Tutti sono propensi a perdere il conto, quando conviene. La scusa che si sta perdendo la memoria in questo caso cade perfetta. “Io ho fatto di sicuro qualcosa, anche se non mi ricordo bene esattamente in specifico i miei meriti: ora tocca a te”.

Grazie tante, mi hai cresciuto, ovvio che hai dovuto provvedere. A questo punto un figlio potrebbe abbruttirsi domandando al vetusto genitore perché, visto che non desiderava le infinite seccature che gli hai procurato, abbia deciso di procreare. Ma non è proprio il caso. Che fai, sei arrivato a cinquant’anni per metterti a sparare sulla Croce Rossa?

Ormai ci troviamo qui, tutti più o meno datati, a guardarci in faccia depressi. Non ci sopportiamo, non ci ricordiamo più perché dovremmo tollerarci a vicenda. Non ci rispettiamo, questo è il punto che ci fa soffrire di più. Facciamo i dispetti ai vecchi non perché ne abbiamo voglia, ma per disperazione. E per la stessa disperazione loro fanno i dispetti a noi.

Vorremmo scappare noi e vorrebbero scappare loro. Se fossimo anime davvero libere ci saluteremmo in un mare di lacrime (vere) e poi, finalmente evinti dalle miserie quotidiane, ce ne andremmo ciascuno per la propria strada. Invece ci sentiamo in dovere di sentire, chiamare, chiedere e provvedere e ascoltare eccetera eccetera. E loro uguale. Con grande noia e fastidio reciproci.

Perché forse domani succederà qualcosa e poi ci si pente per tutta la vita, perché bisogna esserci, perché ci sono legami che non si possono ignorare, perché comunque un genitore è un genitore e un figlio è un figlio. Davvero? Così si finisce per costruire un rapporto non necessariamente malato, ma di certo stanco e privo di slanci. Una relazione fatta di doveri e aspettative e non di affetto, tragicamente simile a quella del peggior momento del rapporto tra figli e genitori, che è quello dell’adolescenza degli uni e dell’inizio della vecchiaia degli altri. Il periodo più fastidioso della vita che due generazioni si trovano a condividere, quello che le mette più alla prova (Ovviamente quando non intervengono le tragedie, che tragicamente uniscono tutti, o almeno chi ha la saggezza di farlo).

Non a caso quel momento conflittuale  resta più impresso nella psiche. Chissà perché per i genitori sei sempre un ragazzino. Sei un professionista? Guidi la macchina? Sei fuori casa da trent’anni? I tuoi figli, che sono peraltro i loro amatissimi nipoti, sono maggiorenni? Niente, per loro sei sempre un giovanetto.

Il che potrebbe fare tenerezza, se loro non si sentissero in dovere di spiegarti concetti che hai interiorizzato da così tanto tempo che non ti ricordi nemmeno quando hai pensato che prima o poi avresti dovuto interessartene al fine di comprenderli.

Il problema vero è che se uno ti ama non necessariamente ti stima e ti rispetta. E anche se ti ama, ti stima e ti rispetta, non sempre le tre cose arrivano insieme. Soprattutto da parte di un vecchio genitore. Ma tu ti comporti diversamente nei loro confronti? Nemmeno un po’. Come si fa a iniziare a cambiare la situazione?

Il vecchio genitore deve imparare a dire al figlio che lo stima e il figlio deve imparare a dirgli che gli vuole bene. E viceversa. Bisogna abbassare gli scudi. A scudi abbassati siamo tutti indifesi. Siamo tutti migliori.

(-continua)

Clementina Coppini: scrive più o meno da quando aveva sei anni, un po’ come tutti. Si è laureata in lettere classiche ma non si ricorda bene come ci sia riuscita. Scrive su Giornalettismo, il Cittadino di Monza (la sua città), El-Ghibli, www.grey-panthers.it e su un paio di giornali cartacei. Ha pubblicato tanti libri per bambini, qualche romanzo come feuilleton su Giornalettismo, un romanzo con Eumeswil e adesso le è venuta questa idea del romanzo in costruzione. Ha una famiglia, due figli, un gatto e si ritiene, non è chiaro se a torto o a ragione, una discreta cinefila e una brava cuoca. Va molto fiera delle sue ricette segrete, che porterà con sé nella tomba.
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