Fotografia n.4: il tempo di posa, il rumore, gli automatismi

Abbiamo iniziato questi articoli dedicati alla fotografia e all’ottica seguendo un immaginario percorso della luce nella fotocamera. Quindi abbiamo esaminato la luce, la lunghezza d’onda, i colori, le loro mescolanze, la temperatura della luce passando poi all’occhio – prototipo dell’obiettivo – ai tipi di lenti, alla lunghezza focale, all’angolo di campo e infine all’obiettivo, all’indice di rifrazione delle lenti, al Diaframma, alla luminosità dell’obiettivo ed alla Profondità di Campo. Insomma, abbiamo capito cosa è la luce e siamo arrivati al punto in cui ha superato l’obiettivo ed è pronta per essere usata per una fotografia.Bene.

Innanzitutto è necessario che il fotografo osservi ciò che sta inquadrando: ancora, può sembrare banale, ma l’occhio del fotografo è una cosa, il sensore della fotocamera è un’altra, la fotografia la medesima.

La luce entrata tramite l’obiettivo viene deviata da uno specchio, posto a 45 gradi rispetto all’asse ottico – quell’asse immaginario che attraversa l’obiettivo in orizzontale e sul quale un solo raggio di luce non viene deviato -, in modo tale che prosegua in verticale verso un insieme di superfici riflettenti, il “Pentaprisma”. Fotocamera Reflex

Il Pentaprisma ha due funzioni: far arrivare l’immagine all’oculare e capovolgerla.

Mentre le lenti utilizzano il fenomeno ottico della rifrazione, il Pentaprisma è basato sulla rifrazione e sulla riflessione: una lente deve far attraversare il più possibile la luce, il Pentaprisma la deve anche riflettere.

Abbiamo già visto nel secondo articolo che il cristallino e l’obiettivo capovolgono l’immagine: lo specchio la capovolge ancora – quindi è “diritta” – e, poiché si riflette due volte nel Pentaprisma, rimane “diritta”.

Prima di entrare nell’occhio passa per l’oculare, una lente divergente che non capovolge l’immagine e la mette a fuoco per l’occhio del fotografo: a questo punto il fotografo vede nitidamente ciò che fotograferà.

L’oculare potrà anche correggere, entro certi limiti, difetti visivi del fotografo, evitando fastidiosi occhiali in fase di ripresa: a questo serve quella minuscola rotellina a fianco dell’oculare.

Basta osservare lo schema di fotocamera per vedere come lo specchio consenta al solo fotografo od al solo sensore di percepire l’immagine: non ad entrambi. Motivo per cui non appena il fotografo scatta, si alza, lasciando libera la luce di andare sul sensore, ma oscurando la vista al fotografo. Il tempo è normalmente così ridotto da essere accettabile: una volta scattato ritornerà in posizione normale.

Prima ancora di arrivare sul sensore, l’equivalente di una pellicola di una fotocamera non digitale, deve ancora essere stabilito quanta luce debba arrivare.

Si è visto nel terzo articolo che il primo modo di regolare la quantità di luce è la apertura del Diaframma.

Il secondo modo è quello di fare in modo che la luce impressioni il sensore per un certo tempo. La scala dei tempi di esposizione – in gergo “Tempo di Posa” è: T (tra due pressioni sul pulsante), B (fino al rilascio del pulsante) e, in secondi, 1, 1/2, 1/4, 1/8, 1/15, 1/30, 1/60, 1/125, 1/500, 1/1000, 1/2000, 1/4000, 1/8000 etc.

In realtà una fotocamera digitale, soprattutto quando utilizzata con Priorità di Diaframmi – cioè quando il fotografo prestabilisce un dato valore di “f” – o in automatico – cioè quando la fotocamera stabilisce tutti i parametri della ripresa – può usare anche valori intermedi.

Quindi – arrivati a questo punto della nostra analisi – la quantità di luce che arriverà sul sensore è la combinazione di apertura di Diaframma e Tempo di Posa.

Come viene determinata questa combinazione è tutt’altro che indifferente, anche se la fotocamera è regolata in modo che la quantità di luce che arriva sul sensore sia la stessa.

E’ ovvio che per fotografare un soggetto in movimento sarà necessario ridurre il Tempo di Posa: questo renderà necessario aprire il Diaframma.

Un altro vantaggio principale nel ridurre il Tempo di Posa è quello di evitare l’“effetto mosso” dato da imprecisioni nello scatto; ma anche il “micromosso”, dato da vibrazioni della fotocamera o tremolii del fotografo e che sembra essere una sfocatura: quello che il fotografo entusiasta non vede ma un occhio neanche tanto esperto sì.

Ci si è impegnati tanto nella inquadratura, nella messa a fuoco di un punto specifico, nella Profondità di Campo, per poi scivolare sul “micromosso”: non è proprio il caso.

Va detto che molti obiettivi consentono la “stabilizzazione dell’immagine” dei soli soggetti fermi: contengono cioè un sistema di giroscopi che, muovendo velocemente alcune lenti, controbilanciando entro certi limiti i movimenti indesiderati della fotocamera.

Alcune fotocamere stabilizzano l’immagine agendo non sull’obiettivo (ottica) ma muovendo il sensore (meccanica), con il vantaggio di operare con qualsiasi obiettivo e con costi di obiettivi di norma più bassi.

Un altro effetto della stabilizzazione dell’immagine è quello, a parità di condizioni, di poter aumentare il Tempo di Posa.

Altre fotocamere registrano i movimenti della fotocamera (elettronica) e, tramite software incorporati, muovono le parti di immagine mosse: in realtà è una correzione dell’immagine, non una stabilizzazione.

Altre ancora, se impostate in automatico, si limitano ad alzare i valori di Sensibilità (elettronica) per ridurre il tempo di scatto: non è una vera e propria stabilizzazione dell’immagine, ma un cambiamento dei parametri.

La presenza ed il tipo di stabilizzazione dell’immagine è’ un punto sul quale porre attenzione in fase di acquisto.

Se ridurre il Tempo di Posa riduce la quantità di luce, aprire il Diaframma la aumenta: operazione non neutrale poiché abbiamo già visto che più il Diaframma è aperto, minore sarà la Profondità di Campo e quindi più complessa la messa a fuoco del soggetto, oppure potrà influire sulla sfocatura dello sfondo.

Esiste un rimedio, non del tutto risolutivo: regolare la Sensibilità, in passato indicata anche come “velocità della pellicola”.

La Sensibilità indica la capacità della pellicola – ora del sensore – di variare, a parità di luminosità, il tempo di esposizione ottenendo il medesimo risultato: più alta la sensibilità minore il Tempo di Posa.

In altri termini per fotografare lo stesso soggetto, con la medesima lunghezza focale ed apertura di diaframma una bassa sensibilità potrà richiedere, ad esempio, un Tempo di Posa di 1/60 di secondo mentre una alta Sensibilità di 1/2000 di secondo: la seconda potrà riprendere soggetti in movimento più facilmente della prima.

La scala con cui si determina la Sensibilità è di due tipi: logaritmica (ISO-DIN, di derivazione tedesca) o lineare (ISO-ASA, la più diffusa oggigiorno e abbreviata in ISO).

Per gli appassionati, partendo nella scala DIN da 21 (una pellicola di Sensibilità bassa) si hanno 100 ISO: ad ogni aumento di 3 DIN raddoppiano gli ISO e con lo stesso criterio si ha la diminuzione.

 

DIN 21 24 27 30 33 36
ISO 100 200 400 800 1.600 3.200

Raddoppiando gli ISO è necessaria la metà di quantità di luce per ottenere il medesimo effetto: è quindi una scala più intuitiva.

Dei vantaggi di una Sensibilità alta abbiamo già detto: passiamo agli svantaggi.

Chi ha esperienza di fotografia con pellicola sa bene che usare una Sensibilità piuttosto che un’altra è tutt’altro che indifferente.

Più si alza la Sensibilità più appare un fenomeno che può essere poco gradevole: quella che una volta si chiamava “grana”.

Nella fotografia non digitale è un fenomeno a volte voluto, poiché più uniforme sul fotogramma: una tecnica è quella di esporre la ripresa con una pellicola di una data sensibilità, ma adottando combinazioni di Tempo di Posa ed Apertura di Diaframma per Sensibilità per una pellicola di Sensibilità maggiore (di norma del doppio). Arriverà poca luce sulla pellicola: se il tempo di sviluppo viene aumentato l’immagine apparirà normale …. con grana.

Più alta è la Sensibilità di partenza, maggiore la grana.

Nella fotografia digitale viene indicato come “Rumore”.

Per aumentare la Sensibilità la fotocamera altro non fa che amplificare il segnale elettronico del sensore, al pari di un impianto stereofonico all’aumentare del volume di ascolto: in entrambi i casi, prima o poi, il segnale verrà distorto ed i difetti verranno amplificati o addirittura introdotti dall’apparecchiatura stessa.

Il Rumore è una alterazione della immagine che si manifesta sotto forma di piccoli punti dai colori non reali o sotto forma di granuli di punti.

Può essere di due tipi:

  1. collegato alla luminosità.

In questo caso singoli punti del sensore, anche se colpiti dalla stessa quantità di luce, rendono una immagine alterata, analoga alla “grana” nella fotografia non digitale anche se meno uniforme sul fotogramma.

La causa principale di questo difetto è l’uso di valori di Sensibilità alti.

E’ il tipo di Rumore che si nota maggiormente nelle aree sottoesposte.

Se, ad esempio, fotografassimo il traffico notturno in città otterremmo le “scie” dei fari delle auto che passano: nel cielo, scuro, potremo notare il Rumore.

Potremo notare il Rumore anche nelle aree in cui la tonalità è uniforme, dove quindi ogni alterazione è più evidente;

  1. collegato al colore.

E’ forse quello meno evidente, ma per una ragione semplice. Si nota in caso di tempi di posa lunghi e si manifesta con alterazioni della rappresentazione dei colori da parte del sensore, soprattutto nelle lunghezze d’onda più sensibili, cioè il verde e il giallo.

In altri termini alcune zone della fotografia appariranno colorate in modo innaturale, fino a formare aloni.

Va detto che quasi tutte le reflex in commercio hanno l’opzione di riduzione del Rumore o riduzione del disturbo, il che però non assicura affatto che il Rumore sia eliminato.

Alcune fotocamere offrono la possibilità di scattare automaticamente due fotografie: la prima è quella reale, la seconda chiudendo il più possibile il Diaframma, cioè una fotografia “nera”. Le alterazioni cromatiche della seconda vengono poi sottratte alla prima.

E’ un sistema che non garantisce l’assenza di Rumore ma può migliorare la qualità della fotografia: è il caso di considerarlo in fase di acquisto se il proprio modo di fotografare prevede fotografie notturne o in condizioni di scarsa luminosità.

Veniamo agli Automatismi normalmente presenti su una fotocamera digitale.

  1. Partiamo dalla impostazione automatica.

La fotografia la fa la fotocamera, non il fotografo”.

Potrà farla bene o male, ma non come la immagina il fotografo: non è cosa da poco.

Questo automatismo agisce sui tre fattori: la Sensibilità, il Tempo di Posa e l’Apertura del Diaframma.

Per farlo deve innanzitutto stabilire quale è il valore di un “grigio medio” e quindi presuppone che un valore medio di grigio rifletta, di norma, il 18% circa di luce bianca.

In altri termini la fotocamera prestabilisce un dato valore di luminosità ambientale, che può non corrispondere alla realtà, soprattutto se si fotografano oggetti bianchi o neri.

Nella indecisione, la fotocamera tenderà rispettivamente a sottoesporre o sovraesporre, cioè a diminuire o aumentare la quantità di luce: tenderà a “fare la media”, intervenendo anche sulla temperatura della luce, il che influirà sui restanti colori. Riprenderemo l’argomento al termine dell’articolo.

In secondo luogo la fotocamera non “sa” se il soggetto è in movimento o fermo, con gli effetti già indicati sopra.

E neanche “sa” la Profondità di Campo desiderata: l’ingrandimento della fotografia può riservare sorprese.

Infine deve essere scelta accuratamente. In molte fotocamere esistono due impostazioni automatiche: la prima, giunti ad un certo livello di luminosità, attiva il flash, la seconda lo evita.

Immaginiamo di essere in un museo. Nel primo caso le opere d’arte verrebbero danneggiate ed i custodi ne sarebbero irritati nel secondo no: ma al prezzo di non sapere quale sarà il Tempo di Posa fino a quando avremo scattato e quindi dovremo avere l’accortezza di evitare sempre lui, il “micromosso”.

E’ una impostazione comoda, ma perché spendere tanto denaro per una fotocamera digitale per usarla come una gloriosa Kodak Instamatic del 1965?

  1. Veniamo ora alla impostazione con Priorità di Diaframmi.

In questo caso il fotografo prestabilisce l’Apertura del Diaframma.

Poiché il fotografo ha già scelto la lunghezza focale dell’obiettivo, di fatto sta agendo sul fattore principale che determina la Profondità di Campo.

La fotografia che segue è un esempio di un albero fotografato nella nebbia che avvolge il lago: è stata scattata con un diaframma aperto, cioè sfocando lo sfondo, per accentuare l’”effetto nebbia” in modo tale che solo la silhouette sia ben dettagliata. Nebbia

La fotocamera farà il resto, e cioè determinerà il Tempo di Posa: il prerequisito per usare la Priorità di Diaframmi è, di norma, che si tratti di un soggetto non in movimento.

E’ forse il modo più comodo di scattare, ma ad una condizione: che si sia certi di avere una Sensibilità (gli “ISO”) sufficientemente alta da impedire tempi di esposizione lunghi, altrimenti si ricade nel mosso e “micromosso”.

In quel museo, visto che i soggetti sono fermi: forse sarebbe meglio adottare una Priorità di Diaframmi e un valore di Sensibilità, determinato dal fotografo, elevato, come è stato fatto in questa fotografia del Palazzo Ducale di Mantova.

Priorità Diaframmi

La maggior parte delle fotocamere digitali reflex “entry point” o “prosumer” (neologismo tra “professional” e “consumer”) consente al fotografo di predeterminare il Diaframma ed anche la Sensibilità o di lasciare quest’ultimo compito alla fotocamera: sembra consigliabile lasciare a noi il decidere quale sia la Sensibilità migliore, sufficientemente alta da essere certi di evitare il mosso ed il temuto “micromosso”.

  1. Infine la impostazione con Priorità di Tempi: il fotografo stabilisce quale dovrà essere il Tempo di Posa da usare.

E’ quindi un automatismo utile quando il movimento del soggetto è un criterio importante come è stato fatto in questa fotografia di una corsa di galoppo: il tempo di esposizione è di 1/2000 di secondo. Priorità Tempi

Si può notare come anche la terra sollevata dal cavallo sia ben distinguibile, quindi ferma.

Il diaframma è aperto a 5,6 poiché il soggetto è ad una distanza pressoché infinita, quindi senza necessità di agire sulla Profondità di Campo: sia l’erba alla base dell’immagine che le staccionate nella parte alta sono a fuoco.

Le onde del mare, l’acqua di una cascata possono essere “fermate” con un Tempo di Posa breve, ottenendo un effetto drammatico, oppure si possono trasformare in chiome di capelli utilizzando tempi di posa lunghi, ottenendo un effetto evocativo.

Con la Impostazione Manuale il fotografo agisce su Sensibilità, Tempo di Posa ed Apertura del Diaframma.

E’ la impostazione che richiede più cura, e quindi tempo, per lo scatto ed è quindi la prediletta da un fotografo amatoriale o professionista. Dopo tutte le considerazioni fatte non resta molto da dire se non che è la massima espressione del fotografare.

Di norma le fotocamere digitali richiedono al fotografo di premere il pulsante di scatto e forniscono poi un segnale acustico dopo il quale è possibile scattare: in quell’intervallo di tempo sono stabiliti tutti i parametri che verranno utilizzati per lo scatto, secondo il tipo di automatismo (o la impostazione manuale) prescelto e messo a fuoco il soggetto.

Va tenuto presente che una fotocamera digitale solitamente consente anche di impostare:

  1. il punto sul quale avverrà la messa a fuoco: in molte fotocamere possono essere più d’uno contemporaneamente, come pure può essere “dinamico” in caso di soggetti in movimento.

Nell’ultimo caso la fotocamera metterà a fuoco il soggetto in movimento – si pensi ad un bambino che corre in un giardino – e continuerà a seguirlo variando automaticamente la messa a fuoco. Sarà opportuno impostare un valore elevato di ISO per poter contare anche su una adeguata Profondità di Campo;

  1. il punto sul quale viene determinata la combinazione Sensibilità / Tempo di Posa / Apertura del Diaframma: anche in questo caso possono essere più di uno e può non coincidere con il punto di messa a fuoco.

Il fotografo potrà impostare i parametri su un particolare del soggetto e poi modificare la posizione della fotocamera, sempre che la distanza rispetto al soggetto non vari e che non cambi la lunghezza focale usata (è il caso dello zoom).

Perché fare tutto questo allora? Due esempi sulla medesima fotografia.

Supponiamo di voler fotografare un uomo seduto ad un tavolino di un bar in una giornata uggiosa e di voler far risaltare l’effetto drammatico di una persona assorta nei suoi pensieri, probabilmente preoccupanti o dolorosi.

Questa è la fotografia che abbiamo in mente ed il significato e deve avere per chi la osserverà.

Potremo fissare tutti i parametri (la prima pressione del pulsante di scatto) non su di lui, ma su un punto vicino dello sfondo, più luminoso, in modo tale che dell’uomo si veda la silhouette scura. Premeremo il pulsante di scatto sul punto prescelto e, una volta giunto il segnale acustico, sposteremo l’inquadratura sul soggetto e continueremo a premere il pulsante arrivando allo scatto.

Sarebbe una fotografia sottoesposta e dovremo aver cura che la messa a fuoco sia corretta.

Se invece volessimo rappresentare la serenità di quell’uomo potremo fissare tutti i parametri su di lui, magari aprendo il Diaframma di uno Stop, cosicché l’uomo apparirebbe in tutti i suoi dettagli e l’ambiente sarebbe ancor più luminoso.

Un’altra tecnica, che non è in sé un automatismo, spesso usata è il “panning”, che inserisce un’altra componente: il movimento della fotocamera, che finora abbiamo sempre dato per scontato rimanere ferma nella fase di scatto finale.

Ad esempio, se a lato di un autodromo e con la fotocamera ferma volessimo riprendere una competizione dovremmo usare tempi di esposizione molto ridotti (dell’ordine del 1/4000 di secondo o ancor più ridotto) per ottenere il fermo sia delle auto. Panning

Ma se, all’opposto, con un tempo di esposizione lungo (ad esempio 1/30 di secondo) “puntassimo” un’auto in movimento seguendola e poi scattassimo otterremmo l’immagine dell’auto ferma, delle ruote in movimento e dello sfondo anch’esso in movimento

L’auto ed il movimento diventerebbero i protagonisti: daremmo inoltre quel risalto al soggetto che, in un soggetto fermo, si otterrebbe con la sfocatura dello sfondo tramite un accorto uso della Profondità di Campo.

Si noti la differenza tra la fotografia della corsa di galoppo e dell’auto da competizione: entrambi s oggetti in movimento, ed entrambi “fermati”.

Per certi versi il panning l’opposto del mosso: con il mosso il soggetto è sfumato e lo sfondo nitido, con il panning il contrario.

Poiché lo specchio si alza in fase di scatto vi sarà un istante in cui non vedremo il soggetto: basterà dare continuità al nostro movimento per non rendersene conto.

Chiudiamo questo articolo con il Bilanciamento del Bianco.

Sin dal primo articolo abbiamo visto che la luce è un insieme di lunghezze d’onda: se l’ambiente in cui scattiamo è illuminato da luci al neon il risultato sarà con una dominante blu. All’opposto, se scattassimo in un ambiente illuminato con lampade ad incandescenza la dominante sarà gialla. Analoghe osservazioni si possono fare sulla luce solare, sulle ombre, sul cielo nuvoloso.

Le attuali fotocamere digitali consentono – salvo che nella impostazione automatica – di prescegliere il tipo di luce ambientale.

Diversamente lo stesso effetto potrà essere ottenuto, forse in modo più preciso, con un programma di fotoritocco.

E’ una questione di preferenze.

Arrivederci a presto.

 

Cesare Guerreri: Cesare Guerreri si è appassionato di fotografia sin da bambino: scuola, fotocamera e camera oscura sono andati di pari passo. Si è poi diplomato in ottica, quindi con studi sulla anatomia umana, sui vari sistemi ottici, di disegno ottico, laboratori ottici, di ottica geometrica ed ottica ondulatoria. La fotografia è quindi vista e spiegata a partire dai suoi fondamenti ottici: in questo modo è possibile conoscere quelli che non sono segreti per pochi adepti, ma fenomeni naturali che si possono usare
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