Un nuovo filone di articoli, per non trascurare il valore del patrimonio culturale e materiale italiano, volgendo un occhio al passato. Per scoprire come il mercato presenti elementi progettati anche due secoli fa che sono ancora graditi al pubblico. Partendo dai primi interior designer alla corte di Napoleone, Percier e Fontaine
Dopo aver analizzato, nei precedenti articoli, la casa contemporanea alla luce delle sfide future e delle opportunità offerte dalla sostenibilità e dalla digitalizzazione, è opportuno non trascurare il valore del patrimonio culturale e materiale italiano, volgendo un occhio al passato, al fine di districarsi nell’eclettico mondo degli interni, in cui più stili si scontrano e convivono, e quindi poterne riconoscere gli elementi principali e, perché no, per poter affrontare a cuor sereno qualche piccolo investimento. Se scoprirà poi come il mercato presenti elementi progettati anche due secoli fa che sono ancora graditi al pubblico perché evidentemente degli ever green non soggetti al modificarsi delle mode.
La figura dei primi interior designer fu quella di Percier e Fontaine, chiamati ad adeguare gli interni francesi al nuovo stile successivo alla Rivoluzione. Lo stile Impero e il periodo storico a esso collegato, può forse essere definito come uno dei primi esempi di diversificazione del linguaggio degli interni residenziali e pubblici. Universalmente attribuito alla nascita del moderno impero francese, ancora fremente per gli impulsi rivoluzionari mai sopiti e trascinato alla conquista dell’Europa e del mondo dal genio militare di Napoleone, questo ‘stile’ ebbe un impatto maggiore negli arredi e nella decorazione di interni francese ed europea di inizio Ottocento più che nell’architettura, ancora attraversata dagli echi del neoclassicismo del secolo precedente.
La riscoperta di motivi decorativi esotici che ne derivò, su tutti i motivi di ispirazione egiziana, fu con sicurezza attribuita alla campagna di Napoleone nella terra delle piramidi (1798-1801), sebbene si debba oggi riconoscere, come per esempio, già gli arredi della stanza da letto di Maria Antonietta di pochi anni prima riproducessero nei loro ornamenti le fattezze di figure egiziane (come nel suo Lit de travers riprodotto a Versailles). E se l’intelligenza artificiale ancora oggi definisce lo stile Impero come una ‘monumentale evoluzione’ del neoclassicismo, ispirata alla ‘Roma imperiale e all’Egitto faraonico’ e politicamente motivata dalla celebrazione di Bonaparte e del suo nuovo impero, diversi studi di Storia dell’architettura hanno da qualche anno chiarito la complessità di questo periodo e del lavoro dei suoi più illustri rappresentanti: gli architetti Charles Percier e Pierre Fontaine.
Scoperti da Giuseppina, che nel 1799 aveva affidato loro il rinnovo della sua Malmaison (dove si svolsero diversi incontri e ricevimenti ufficiali del nuovo governo), i due divennero gli architetti ufficiali di Napoleone già nel 1801. Chi conosce bene Parigi non può non aver camminato almeno una volta sotto i portici Rue de Rivoli (1802) e ammirato l’Arc Du Carrousel (1806-8), mirabili esempi dell’architettura celebrativa del nuovo impero, che rassomigliava, però, ancora molto al neoclassicismo di fine secolo, imbevuto di cultura rinascimentale romana, che i due avevano appreso direttamente dal maestro Peyre, architetto del re e dell’Académie Royale d’Architecture, nonché nei loro soggiorni romani (entrambe vincitori del Prix de Rome). Eppure, all’interno del loro stesso percorso creativo, qualcosa stava cambiando: come ebbe a sottolineare lo storico Watkin, con l’abolizione dell’Accademia Reale di Architettura nel 1793, l’interesse si spostò gradualmente sulle Belle Arti (Académie des Beaux-Arts prima ed Ecole des Beaux-Arts dal 1819), di fatto implicitamente traslando la formazione dei futuri progettisti dalla monumentalità classica all’ornato. E sebbene non si possa del tutto scindere la prassi architettonica dei due architetti imperali dalla loro vasta produzione di decorazione di interni, è altresì innegabile quanto la prima fosse dettata da un più rigoroso (per non dire essenziale nel caso di Rue de Rivoli) richiamo agli stilemi della classicità, mentre la seconda sovrabbondava in colori, ori, tappezzeria e drappeggi, nei quali Watkin vedeva una celebrazione delle tende e degli accampamenti militari napoleonici.
La cifra della loro architettura risiedeva, più che in nuovo stile, nel gigantismo dei nuovi interventi, non più a esclusivo uso e consumo della corte, ma resi ora ben visibili alla popolazione parigina (per ingraziarsene il supporto) e che modificavano profondamente l’assetto urbano già molto prima della futura vasta campagna di demolizioni di Hausmann e del secondo impero. Architettonicamente fedeli a Peyre, ma così vicini ai progetti visionari fuori scala degli architetti illuministi Ledoux o Boullée, fin dal Prix de Rome vinto con un “monumento funebre per i sovrani di un grande impero”. E poi le grandi demolizioni di macelli e cimiteri intra-muros per la realizzazione della nuova architettura funeraria suburbana, così come richiesto da Napoleone.
Al contempo, sembra quindi, che l‘architettura di interni si muova, quantomeno in apparenza su un binario più lieve con i suoi colori, drappeggi e decori, ma sempre molto enfatica e, forse per la prima volta quasi gestita come una disciplina con proprie regole: a Napoleone le città e le grandi opere, a Giuseppina ricevimenti e galateo… Anche questa parziale frattura progettuale, unitamente alla spinta durevole data dal passaggio dall’Accademia di Architettura ad un percorso distinto tra Accademia di Belle Arti e l’altro polo nascente dell’École Polytechnique, con l’architettura per la prima volta nella storia suddivisa tra tecnica e arte, tra costruzione e stile. Nello stile Impero ed in Percier e Fontaine questa dicotomia ancora non sussisteva, per lo meno non consciamente, nonostante i due distinti binari progettuali esperiti e nonostante la pubblicazione del loro famoso “Recueil de décorations intérieures“, a tutti gli effetti uno dei primi manuali stilistici dell’epoca moderna.
La convivenza all’interno dello stesso stile Impero di tracce di epoche e culture anche molto distanti tra loro (romana, greca, egizia…) apriva inconsciamente le porte a un ricorso al passato, che avrebbe drasticamente trasformato il neoclassicismo nell’eclettismo ottocentesco. A ben vedere, del resto, già il tempio della Madeleine, inizialmente concepito come massima espressione del neoclassicismo di Boulleé, avrebbe infine ospitato all’interno di un quasi severo e perfetto tempio corinzio della Concordia (architetto Vignon) degli opulenti interni in stile termale romano di Huvé nel 1825-45.
Se i loro manuali hanno influenzato i palazzi aristocratici o presidenziali da San Pietroburgo a Washington, ancora oggi, unitamente al mercato antiquario, particolarmente vivace in Europa occidentale, esiste una dinamica realtà produttiva nella Brianza comasca dei cosiddetti “arredi in stile” richiesti nell’Europa orientale e nei Paesi del golfo. Realtà un tempo esclusa dal Salone del mobile, ma oggi pienamente accettata, spesso anche e proprio per la sua contaminazione con il modo della moda. Le varie casa Fendi, casa Trussardi e similari hanno, soprattutto all’estero, cospicui ammiratori e compratori.
dal soggiorno romano alla trasformazione di Parigi
Charles Percier e Pierre Fontaine
dal soggiorno romano alla trasformazione di Parigi
Collana Studi della Bibliotheca Hertziana, 9
A cura diSabine Frommel, Jean-Philippe Garric, Elisabeth Kieven
RilegaturaCartonato con sovraccoperta
Dimensioni22,3 x 30 cm
Pagine200
Illustrazioni29 a colori, 135 in b/n
LinguaTesti in lingua originale
Anno2014
ISBN9788836629961
Prezzo€ 96,00
L’opera di Charles Percier e di Pierre François Léonard Fontaine costituisce uno dei legami più importanti che si vennero a creare fra Francia e Italia alla fine del Settecento e all’inizio dell’Ottocento. I due francesi – che come da tradizione avevano compiuto un viaggio di formazione a Roma – sostenevano un classicismo addolcito, fondato su un processo di assimilazione, che conciliava il modello rinascimentale – in particolare quello dei palazzi e delle case del Cinquecento – con il genius loci, le risorse locali e le scelte del committente. Sono questi scambi incrociati, attorno agli studi e all’opera degli architetti di Napoleone, che sono al centro di questo volume, che riunisce i contributi di esperti dell’Italia e della Francia nel periodo fra il 1780 e gli anni Venti dell’Ottocento, accompagnati da saggi firmati da specialisti del Rinascimento e dedicati alla percezione del grande patrimonio architettonico del Cinquecento da parte dei due francesi.
Inoltre, il libro mette a confronto numerosi documenti inediti che arricchiscono la nostra conoscenza del periodo e del percorso di Percier e Fontaine, aprendo nuove ipotesi di analisi che consentirebbero di rinnovarne l’approccio