Il vaccino può attendere: strategie terapeutiche a confronto per combattere il Covid-19

In queste settimane si fa un gran parlare sulla ricerca di una cura per il Covid-19. Si parla soprattutto del vaccino che potrà essere disponibile secondo alcuni tra qualche mese, secondo altri entro un anno e anche più. Dobbiamo ricordare, però, che l’industria farmaceutica, guidata dalla “conoscenza” che è il frutto di una  costante ricerca scientifica,  sta percorrendo con successo anche altre strade per arrivare a una terapia.

Per rigore scientifico e non trascinati dal clamore mediatico, pensiamo sia meglio informare il lettore su alcuni termini medici che oggi vengono usati anche da persone non competenti, spesso  senza sapere neppure il significato di certi termini né i limiti o i vantaggi che ogni scelta terapeutica assicura.

Il vaccino è una preparazione artificiale costituita a partire da  virus o batteri resi innocui per la nostra salute, ma  in grado di  attivare il nostro  sistema immunitario.

Così, il sistema immunitario impara a difendersi da tali insidie, producendo molecole (limmunoglobuline IgG)  mirate contro tali agenti infettivi, qualora venissimo in contatto con essi.

L’ utilizzo del siero ematico proveniente da un individuo che  abbia già contratto e superato la malattia si basa sul fatto che tale siero che viene iniettato al malato contiene le immunoglobuline contro  quel particolare agente patogeno che gli causa la malattia, aiutando il  sistema immunitario del malato a sconfiggere la malattia.

Tuttavia, bisogna ricordare che anche fare un vaccino non è facile, e il vaccino, inoltre, può avere dei limiti.

Prima di tutto il vaccino deve essere in grado di attivare il sistema immunitario indicendo produzione di specifiche immunoglobuline  (quindi funzionare), ma deve essere anche inattivato a sufficienza per non  causare danno alla persona a cui viene iniettato.

Pertanto il vaccino deve essere testato, seguendo specifiche regole scientifiche che richiedono tempo (sicuramente mesi) per verificare se esso  funzioni, se non crea effetti collaterali nel breve e lungo termine e infine quanto la difesa che esso produce duri nel tempo.

Inoltre dobbiamo ricordare che il coronavirus è un virus a RNA, piccolo come il virus dell’epatite C. Per tale tipologia di virus è difficile identificare un frammento capace di suscitare risposta immune in grado di indurre la produzione di immunoglobuline specifiche. Di fatto a tutt’oggi non esiste un vaccino per il virus dell’epatite C. E’ invece  relativamente più facile sviluppare un vaccino efficace, che esiste da oltre un decennio, per i più grandi virus  a DNA, come il virus dell’epatite B.

Ma, che sia difficile trovare un vaccino non vuole dire che sia impossibile. Sappiamo che molti laboratori, e molti scienziati, stanno lavorando su questo progetto e speriamo che tra un po’ di tempo un vaccino efficace e non pericoloso sia disponibile.

L’alternativa terapeutica, comunque necessaria e che ha possibili sviluppi  promettenti, è quella di creare farmaci in grado di bloccare la replicazione del virus, impendendogli di moltiplicarsi nel nostro organismo. Tale strategia è stata già sviluppata in particolare per i virus a RNA quale quello dell’epatite C, che  oggi è una malattia curabile mentre per decenni, prima dello sviluppo di tali farmaci, causava centinaia di migliaia di decessi nel mondo. Oggi, ci sono diverse molecole in studio con  efficacia  promettente  contro il covid19. Molti laboratori al mondo stanno lavorando alacremente per sviluppare vaccini e/o  una adeguata terapia farmacologica contro il coronavirus. Possiamo aspettarci, in tempi relativamente brevi, la notizia che il virus possa essere combattuto con armi adeguate. Fino ad allora, bisogna guardarsene e tenersene lontani, con sacrificio e attenzione.

Prof. Francesco Dioguardi e dott. Evasio Pasini

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