La rivoluzione industriale 4.0: così in tv, nella trasmissione “Report” con Milena Gabanelli

“Come è sempre successo nei secoli, quando tutte le innovazioni convergeranno, si ridisegnerà tutto. Si chiama rivoluzione industriale 4.0.”

Immaginarsi come sarà il futuro non è cosa facile: che tipo di lavori rimarranno tra 10-20 anni? Quali nuovi settori industriali avranno un boom e quali invece verranno spazzati via dalle innovazioni e dalle scoperte?

Riusciremo a non perdere questo ennesimo treno, per agganciare l’Italia al progresso e rivedere nuovamente un minimo di crescita industriale?

Se chiedi come sarà un futuro ad un politico (di quelli oggi seduti in Parlamento) o ad un economista (tipo quelli che non azzeccano mai una previsione, ma sono sempre allo stesso posto, pronti a dare consigli a tutti), il futuro che immaginano è pari pari al presente.

Una visione tendenzialmente conservatrice, se non ostile a tutto ciò che di nuovo si affaccia dal di fuori.

Al di fuori c’è un mondo di nuove scoperte tecnologiche destinate, che lo vogliamo o no, a cambiare il nostro modo di vivere, il mondo del lavoro, la produzione. E dunque anche le nostre vite.

Ce lo racconta Michele Buono nel servizio di Report di questa sera: camion che si guidano sa solo, basta impostare il percorso, lasciando l’autista libero di pianificare meglio il suo lavoro, consentendogli di riposare.

Articoli di giornale, su episodi di cronaca, scritti da computer (e difficili da distinguere da articoli scritti da umani). Toglieranno lavoro ai giornalisti in carne ed ossa o forse consentiranno ai giornalisti veri di fare approfondimenti, di dedicarsi a storie più interessanti, più articolare, che un computer non è in grado di gestire?

“Autisti, giornalisti, impiegati, medici, che fine faranno nella rivoluzione industriale 4.0?”

Forse non chiameremo più come autista la persona seduta in cabina nei nuovi camion o giornalista colui che in redazione racconta storie (e non riporta pari pari la dichiarazione dell’onorevole).

Ma un mondo sta cambiando: una sorta di nuova rivoluzione industriale l’aveva definita Stefano Feltri nel suo bel saggio “La politica non serve niente“.

Già, la politica.

Potrà starsene ad osservare silente, tenendosi fuori. O, peggio ancora, difendendo gli inutili e dannosi privilegi delle lobby (i tassisti contro Uber, i trasportatori, i grossi studi di architetti contro Cocontest). Oppure potrà iniziare ad osservare quello che sta arrivando ora, per cercare di controllare e indirizzare il cambiamento. Per evitare che i benefici di queste nuove tecnologie ricadano solo sulle spalle di pochi.

Si perderanno molti posti di lavoro, l’obiezione (corretta) che viene fatta. Ma altri ne nasceranno e saranno posti che richiederanno competenze, studi, dinamicità, creatività. Tutte cose che noi uomini sappiamo fare e le macchine no.

Associated press ha adottato il robot giornalista ma non ha licenziato nessuno: ora i giornalisti hanno più tempo per fare inchieste e scrivere in modo creativo. Sono loro i primi sostenitori della nuova tecnologia, che li ha liberati da un lavoro ripetitivo e noioso.

Nel nuovo mondo industriale, si produrrà in base alla domanda, niente scorte né magazzini pieni. Non ci sarà più la grande azienda con gli operai in catena di montaggio, come ai tempi del Lulù di Elio Petri.
Un esempio è la Sacmi: si occupa di produzione di macchinari per il packaging, la ceramica e l’industria alimentare, ha 4000 dipendenti nel mondo, pochi però sono sulla linea di produzione: una buona parte scrive il software per programmare le macchine. Macchine che eseguono compiti che prima erano fatti da umani, l’uomo deve solo monitorarle e programmarle.

Si può produrre tutto quello che il cliente desidera, cosÌ un centro di lavoro può essere convertito per costruire nuovi prodotti senza costi aggiuntivi.

Bisogna essere pronti ad investire nei settori e nelle idee giuste e smetterla di vedere il futuro come una perenne continuazione del passato. Dalle auto a benzina ai rubinetti che possono essere copiati in tutto il mondo.

Rivoluzione 4.0 di Michele Buono

Industria 4.0 è la quarta rivoluzione industriale, quella dell’interconnessione e dei sistemi intelligenti: la fabbrica che fa dialogare i macchinari, gli uomini, e i prodotti. Sistemi di fabbriche collegate in rete che creano un unico processo produttivo. Si razionalizza cosÌ la produzione. Si può personalizzare un prodotto, produrre in modo flessibile seguendo la domanda, senza più eccessi, magazzini pieni e invenduto: cioè l’anticamera della crisi. Si sa che la crescita, i cambiamenti globali, hanno sempre ruotato intorno alle grandi innovazioni, e spaventano. In questo momento siamo ancora sull’onda lunga delle innovazioni dei secoli precedenti, di più non si può crescere, inseguiamo solo lo zero virgola. Cambiando radicalmente sistema sÌ. Nel momento in cui sarà possibile la convergenza completa di tutte le innovazioni contemporanee in una nuova rivoluzione industriale, dall’intelligenza artificiale all’internet delle cose, il cambiamento sarà totale. Piano, piano, come già è successo nei secoli passati, si ridisegnerà tutto: dai centri di produzione all’organizzazione sociale. Il paradosso della nostra epoca è un eccesso di liquidità nel mondo che non trova sbocchi per investimenti produttivi: i soldi non mancano eppure si parla di crisi. Proviamo ad immaginare l’effetto di dare una prospettiva solida di un progetto economico agli investitori. In Italia se ne parla, Germania e Stati Uniti ci hanno già pensato e stanno facendo.

Il secondo servizio parlerà ancora di economia e industria, osservando la “normalizzazione” del gigante cinese, dopo il crollo delle borse.

Una situazione che ha messo in crisi le borse ma che ci si doveva attendere: anche questo è un treno che non possiamo attendere, l’export verso la Cina dove una nuova classe media è pronta a spendere per il nostro (vero) made in Italy.

The new normal di Giuliano Marrucci

Con cadute del 6% al giorno, quest’estate le borse di Shanghai e Shenzhen hanno tenuto per settimane l’economia globale col fiato sospeso. E’ la fine del miracolo cinese, fatto da 20 milioni di contadini che per 30 anni si sono trasferiti dalle campagne alle città e hanno permesso all’economia di crescere al ritmo del 10% l’anno. Una fine preannunciata. Si chiama “newnormal”, e significa meno crescita, meno industria, meno esportazioni, da una parte, dall’altra anche più servizi, più consumi interni, e il consolidamento di una classe media urbana che rappresenta un mercato di sbocco gigantesco per i nostri prodotti. Un’occasione che rischiamo di perdere perché le nostre aziende, rispetto a quelle straniere, non sanno fare sistema. Non riusciamo neppure a sfondare sul cibo, settore nel quale su 35 miliardi di export vendiamo in Cina per meno di 350 milioni, l’1%. Meno della metà di quanto fattura la Francia soltanto con il vino.

Fonte

redazione grey-panthers:

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  • Quando si parla di Futuro incrociano le spade i futuristi positivi con i bartaliani convinti che “l’è tutto sbagliato, tutto da rifare”. Noi, mediamente e diversamente giovani, abbiamo vissuto e viviamo in un mondo che cambia rapidamente e quasi ci sembra che il cambiamento sia guidato e controllato da macchine sempre più pensanti.
    Io, che per mia fortuna, ho vissuto il cambiamento “dal di dentro” , vedo tutta questa accelerazione come un fatto positivo. Dovremo ben comprendere che non andiamo verso un mondo preda dei robot, ma verso un mondo nel quale l’essere umano sarà sempre più impegnato a “PENSARE” e meno impegnato a “FATICARE” ed in questo cambiamento il suo ruolo sarà sempre più quello di prendere decisioni importanti e sempre meno quello di operare “sottopadrone”.
    E’ chiaro che in questa “battaglia per il cambiamento” saranno vincitori tutti quelli che saranno stati capaci di adeguarsi e risulteranno perdenti i “laudatores temporis acti” cioè quelli che “non esistono più le mezze stagioni”. Ed in questa voglia di innovazione dichiaro che da questo punto in poi, per scorrevolezza di discorso, userò la locuzione “uomo” invece di “essere umano” o di danna ed uomo” senza alcuna implicazione di genere.
    Come è avvenuto in tutti i tempi, dall’uomo di Neanderthal ad oggi, i compiti umani sono cambiati: all’inizio occorreva tempo per accendere il fuoco, poi un uomo vide che una particolare pietra emetteva scintille se colpita ed inventò l’acciarino. Il tempo risparmiato e la luce del fuoco spinsero qualcuno a fare disegni sulle pareti della grotta …era l’inizio della comunicazione, dell’arte, del disegno tecnico e della spinta a fare qualcosa di nuovo. Nei successivi 10.000 anni il processo inventivo ha seguito sempre lo stesso schema con accelerazioni e fermate a seconda della forza degli innovatori o dei “frenatori”, ma non si è mai interrotto.
    Duecento anni fa con l’introduzione dei telai meccanici fatti camminare da una macchina a vapore si diffuse una grande paura di perdita di posti di lavoro, oggi, duecento anni, dopo vediamo che gli uomini lavorano 8 ore al giorno, ed anche meno, e potrebbero dedicare qualche ora ad aumentare la loro conoscenza. Ma i ragionamenti dei “frenatori” sono sempre gli stessi
    L’introduzione dello strumento “Computer” ha indotto in qualcuno una paura di essere sostituito da questa macchina che potrebbe sembrare pensante. In un mio libretto ho definito il computer come “uno stupidone capace di ripetere solo quello che gli insegniamo senza stancarsi e senza sbagliare, se gli abbiamo fornito una educazione adeguata”. (6 COMPUTER, ORDINATEUR, ELABORATORI ……FORSE CERVELLONI! Introduzione all’informatica http://www.attilioaromita.com/p/librett.html )
    Queste parole valgono per tutti gli strumenti, dal supercomputer della NASA al robot di cucina, ed implicitamente contiene la risposta alla domanda “cosa possiamo fare per adeguarci”. La mia risposta, quasi ovvia, è: adeguare le nostre conoscenze e le nostre capacità a questi strumenti senza timori e pigrizie. Impariamo tutti a programmare il termostato del riscaldamento di casa, a risintonizzare il nostro televisore che è andato in tilt, ad usare un PC per scrivere una lettera, fare una telefonata o magari cercare il nome del protagonista di un film…. Non deleghiamo questi compiti al nostro bravissimo nipotino “che è nato digitalmente imparato”, l’insieme della nostra esperienza con la sua manualità farà crescere ambedue.
    Infine un rapido commento al cosiddetto “robot giornalista”. Un anno fa ho partecipato ad un convegno nel quale giornalisti professionisti lamentavano la decadenza dei “giornali di carta” incalzati dalla comunicazione digitale. Mi permisi una “…riflessione ignorante ad alta voce” che solo i più acuti partecipanti a quella tavola rotonda recepirono. La mia idea è che da alcuni anni sono aumentati i cosiddetti “inviati speciali da scrivania” che copiano ed incollano le notizie che si rimpallano le agenzie senza aggiungere alcun commento o valutazione personale. Un tempo per farsi una idea su avvenimenti politici o di attualità, era utile leggere tre giornali “uno di destra, uno di centro ed uno di sinistra”. Oggi basta comprare il primo che capita per trovare, solo con piccole variazioni, la notizia ANSA o AP. Gli unici che talvolta hanno qualcosa di diverso sono i tabloid fondati sul sensazionalismo che per vendere viaggiano tra verità, mezze verità ed invenzioni per stupire e colpire chi legge informandolo non sempre correttamente. Ed in questo giudizio negativo sono convinto debba essere accomunato quasi tutto il giornalismo d’inchiesta che spesso dà per verità comprovate delle notizie che un tempo erano definite “radio naja”. E’ vero che “Una coincidenza è una coincidenza due coincidenze sono un indizio tre coincidenze sono una prova”, ma non sempre è vero che …tre mezze coincidenze, un indizio ed una interpretazione sommaria sono una verità …e c’è chi ci campa su questa matematica estrema delle notizie.
    Come al solito mi sono dilungato e forse in qualche punto sono andato fuori tema, ma mi illudo di essere ancora di capace di cantare fuori del coro …

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