LE RIFLESSIONI DI GINO, UNO DI NOI: “Rinunciare” (43)

Pubblicato il 21 Agosto 2021 in Letture Ideas
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Sono passati i giorni, sempre in compagnia di una leggera stanchezza. Ora so perché: sono cardiopatico. Diligente ho fatto tutti gli esami, ed in mezzo a tutte quelle carte il cardiologo, in modo compassato mi ha raccontato il mio destino. Ora sono in terapia, controlli periodici, un corredo di pillole per convivere con quel che ho. Per me che per una vita ho combattuto solo con l’influenza è una svolta molto dura. Di colpo sento tutta la fragilità del mio essere. Vorrei arrabbiarmi con il mio corpo, da cui mi sento improvvisamente “tradito”. Ma sono un incosciente: per più di 60 anni ho patito solo di raffreddore, febbre,mal di denti e mal di schiena. Dovrei invece ringraziarlo. Ma mi riesce difficile. Il medico è stato chiaro: ora il mio corpo è un “sorvegliato speciale”. E il primo sorvegliante sono io. Mi si sta chiedendo di “diffidare” del mio corpo: altrimenti perché dovrei sorvegliarlo? Per tutta la mia esistenza ho sempre avuto piena fiducia in lui, davo per scontato che non avrei mai patito “tradimenti”. Ora invece… Devo stare attento a quel che mi dice, essere diligente (o servile) verso le sue esigenze. Attento nel mangiare, nel muovermi. Assecondarlo per i segnali che mi manda. E’ come un’amante incomoda. Che deciderà lei quando separarci. Senza preavviso.

Lina è anche lei preoccupata. Nel mio improvviso cambiamento di salute si è rispecchiata, e ha deciso di non prendere sottogamba la sua tosse. Andrà a fare gli esami, appena io starò un po’ meglio. Meno male.

Mi sorprendo a pensare ai miei giorni con il “non” davanti.  E’ come se fosse arrivata una battuta di arresto: il “che cosa non posso più” ha più rilevanza di quel che “ho voglia di fare”. Quel “più” fa male: è come se un pezzo di realtà se ne fosse andata, un pezzo di te si fosse inabissato nell’oblio. Mi sorprendo pensare a me stesso come un soggetto ora diverso, “residuale”. Che ha davanti due strade: o la ribellione (“si vive una sola volta, che accada quel che accada, sfido la mia condizione”) o la rassegnazione, con tutti i miei pensieri dominati dall’ “ormai…”. Che è porta aperta a un “sano” vittimismo, per dirla tutta.

Mentre la mia testa è indaffarata in questo silente dibattito, guardo la fila delle novelle scatoline di farmaci, i miei “lari e penati”, i custodi del mio attuale benessere fisico. Mi chiedo: a che cosa sto rinunciando veramente ora? Che cosa è una rinuncia? Forse questa è la questione centrale. Davvero sto rinunciando? Davvero il mio “campo esistenziale” si è improvvisamente ristretto? Il peso di una rinuncia scatena livelli diversi di sofferenza. E’ scontato che accada così?

Penso che prima di tutto bisogna passare dalla accettazione di sé. La malattia non è una profanazione del futuro, della libertà. E’ e basta. La nostra vita non è qualcosa di “residuale”. Ma è “semplicemente” un progettare “a partire da”. Non ne posso né prescindere, né fare a meno. E’ un capitolo nuovo della propria esistenza. Qualcosa si chiude, qualcosa di nuovo si apre. Quanti accadimenti nella vita ci portano a “riformulare” il nostro quotidiano, ad affrontare il cambiamento. Appendersi al “adesso non posso più” è un autolesionistico gioco vittimistico.

Un’altra cosa penso sia possibile fare: capire “dove sta il limite”. Ovvero quali sono veramente le “colonne d’Ercole” della mia condizione. Non immaginarle, ma scoprirle. Per paura, prudenza, magari posizioniamo quei confini nel posto sbagliato. Magari posso spostarli nel tempo, lavorare per un miglioramento. Perchè non spendere tempo in questa ricerca, in questa piccola sfida?

Accettare non è subire. Semplicemente è non farsi del male da soli.

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