Il nostro incontro su Zoom di lunedì scorso, dopo la proiezione del film “Father and Son”, è stato accompagnato dai commenti di Pierfranco Bianchetti, critico cinematografo; di Leonardo Resele, medico psichiatra, e del giudice Giuseppe Gennari, gradito ospite
“Father and Son”, pellicola prodotta in Giappone nel 2013 diretta da Kore’eda Hirokazu
Sinopsi: Nonomiya Ryota è un professionista di successo, un uomo che lavora sodo ed è abituato a vincere. Un giorno, lui e la moglie Midori ricevono una chiamata dall’ospedale di provincia dove sei anni prima è nato loro figlio, Keita, e vengono a sapere che sono stati vittima di uno scambio di neonati. Il piccolo Keita è in realtà il figlio biologico di un’altra coppia, che sta crescendo il loro vero figlio, insieme a due fratellini, in condizioni sociali più disagiate e con uno stile di vita molto differente. Ryota si trova di fronte alla necessità di una decisione terribile: scegliere il figlio naturale o il bambino che ha cresciuto e amato per sei anni?
Un film con Masaharu Fukuyama, Machiko Ono, Yôko Maki, Lily Franky, Jun Fubuki. Titolo originale: “Soshite Chichi Ni Naru”. Titolo internazionale: “Like Father, Like Son”. Genere: Drammatico
Qui sotto le informazioni di base e la video presentazione di Pierfranco Bianchetti, per dare avere, anche prima della visione del film, una disamina degli aspetti salienti della pellicola
“Father and Son” è visibile su MyMovies, Prime Video, Chili, Tim Vision, Apple TV e Rakuten TV
L’intervento del dottor Leonardo Resele
Difficile schierarsi durante la visione di questo film o subito dopo: tutti sembrano aver ragione, tutti sembrano essere inevitabilmente vittime di un improvvido destino, di un errore che sembra subito a tutti difficile da rimediare. Il film rappresenta una scelta tragica; una situazione nella quale, qualunque sia la scelta, essa irrimediabilmente danneggia un progetto o una relazione che si va perseguendo e che caratterizza la propria esistenza.
Due bambini scambiati nella culla ed educati e cresciuti per sei anni da una famiglia non loro, all’insaputa di tutti, genitori compresi, con una buona dose di amore genitoriale, aspirazioni, obiettivi, problemi familiari. Scoprire che l’esame del DNA li porterebbe altrove. Che fare a questo punto?
Il cuore del film è proprio nella reazione emotiva e/o razionale degli adulti.
Ryota, manager e professionista di successo, grande lavoratore, abituato a vincere, sogna da sempre per il figlio brillanti prestazioni a sua immagine, compresa la dote musicale che, faticosamente e con scarsi risultati, il piccolo Keita cerca di raggiungere. È l’unico a dichiararsi disponibile allo scambio dei bambini, forse proprio inseguendo l’idea di un figlio “migliore” (con analoga ambizione e competitività). Non basta la dolcezza e la comprensione della moglie Midori ad attenuare le asperità del rapporto tra padre e figlio. Ed è proprio Midori che, di fronte alla drammatica alternativa di perdere l’amore di Keita, tramuta il suo dolore in silenzio, sperando che qualcosa salvi prima o poi il suo rapporto con Keita.
Più affettiva sicuramente la coppia composta da Yukari, padre vivace e giocherellone, e dalla moglie Yudai: la loro casa sobria è sempre in disordine; qui si respira un’aria serena e i figli sono circondati da attenzione e affetto.
Ryota sembra il più deciso di tutti a effettuare lo scambio, sia pure in un contesto nel quale tutti sono molto prudenti e dubbiosi su cosa sia la cosa migliore da fare. Dopo aver fatto familiarizzare i bambini con i rispettivi genitori naturali, si arriva al momento in cui effettuare lo scambio definitivo.
Entrambi i bambini soffrono il distacco ma Keita, pure in un contesto più umile, trova una famiglia allegra, due fratellini con cui giocare e un padre che pretende meno. Ryusei, invece, non accetta la nuova condizione, ribellandosi come può a chi gli ha imposto il cambio di famiglia, anche fuggendo per ritornare a casa. Ryota però va a riprenderlo e lo riporta indietro.
Quando sembra che Ryota, Midori e Ryusei abbiano finalmente iniziato ad affezionarsi, in un momento di sincerità, il bambino esprime il desiderio di tornare nella sua vera casa. Ryota nel frattempo comprende che, nonostante i suoi sforzi, Ryusei non lo guarda con l’affetto e l’ammirazione che riceveva da Keita e decide, d’accordo con Midori, di rispettare la volontà del bambino. La mattina dopo si recano così dai Saiki, dove Ryota riesce faticosamente a scusarsi e chiarirsi con Keita. Le due famiglie così diverse, ora possono diventare sinceramente amiche e continuare la propria vita così come il destino le ha formate
Il regista Kore-eda Hirokazu (del 1962), in un’intervista, spiega come il fenomeno dello scambio di neonati, negli anni ’60, era piuttosto diffuso. Con il boom di nascite di quel periodo, i Giapponesi avevano cominciato a far nascere i bambini in ospedale, dove, per l’identificazione di ogni nuovo nato, si usava scrivere le generalità sul tallone di un piedino. Facile immaginare la possibilità casuale di cancellazione di questi dati. Questo tema in quegli anni veniva già accennato in una serie di cartoni animati e sceneggiati. Con l’introduzione di braccialetti che riportavano il nome del bambino, il fenomeno si ridusse.
Conferma il regista: “Salvo eccezioni, i bambini alla fine venivano restituiti ai genitori biologici; quindi, si dava la priorità al legame di sangue. Il fatto che questo dato mi abbia sorpreso, indica che le cose sono cambiate molto negli ultimi 40 anni in Giappone. Tuttavia, l’adozione è una pratica molto rara.
Nel film, i pareri sono contrastanti: Ryota e suo padre insistono sul legame di sangue, ma in ciò contraddetti dalla vecchia madre di Ryota, che enfatizza il fatto che persone che vivono insieme si assomigliano sempre di più. Anche la moglie di Ryota e sua madre sono schierate a favore dei una genitorialità creata dall’impegno e da un rapporto nel tempo.
Il tema del rapporto padre e figlio è molto significativo per il regista, il cui legame con il proprio padre è stato alquanto complesso: il padre durante la guerra aveva combattuto in Manciuria e, fatto prigioniero dai Russi, aveva trascorso tre anni in un campo di lavoro in Siberia.
L’esperienza lo aveva segnato per sempre: pur lavorando, spesso era sotto l’effetto dell’alcol e rincorso dai creditori per i suoi debiti di gioco.
Di fatto, il regista è cresciuto principalmente dalla madre e dalla nonna e dalle due sorelle maggiori. La figura paterna, per esperienza personale, è, dunque, un tema sofferto e controverso. La madre era un’appassionata di cinema e durante la sua infanzia, trascorrendo molto tempo con lei, il regista si era appassionato al cinema, assimilando anche la sensibilità della madre.
Un messaggio che mi è sembrato molto forte nel film è che ci vuole tempo per diventare padre, non succede necessariamente nel momento in cui nasce il bambino.
Il regista Kore-eda Hirokazu ha confessato parlando di questo film: Ryota è il padre che temo di diventare un giorno… quindi mi chiedo se in realtà ci sia un momento in cui si sente davvero “ok, ora sono un padre”? Possiamo intendere questa sua paura come la consapevolezza che si sente poco portato a trascorrere molto tempo con i figli, considerando che lui non ha avuto tempo nè attenzione dal padre.
“La nascita di mio figlio mi ha fatto riflettere per la prima volta sul mio rapporto con mio padre, anche se era già morto. Mi sono detto spesso: questo è quello che deve aver pensato in quel momento.” Così ho iniziato a riscrivere i miei ricordi con lui e a diventare più vicino e più intimo con mio padre.
La funzione del Tribunale può e deve essere quella di tutelare l’equilibrio e la salute dei bambini, che, come si è visto nel film, sono alla totale mercè delle scelte e delle proiezioni dei genitori.
Il film sembra una testimonianza che spiega come la concezione di genitorialità sia cambiata in Giappone negli ultimi 40 anni verso una definizione più dinamica, che coinvolge genitori e figli. Essa esiste dove c’è amore costruito nel tempo e nella costanza, nella condivisione e nel conflitto tra un adulto e un bambino. La genitorialità non può e non deve essere mero tramandare e riproporre le proprie esperienze. Non deve essere neppure l’imposizione di una disciplina o di uno stile, come vorrebbe RYOTA con KEITA.
Nell’intervista, viene chiesto al regista come fa apparire così naturali e realistici i bambini nei suoi film. Kore-eda Hirokazu dice “Naturalmente si tratta di selezionare l’attore giusto nel processo di audizione. Abitualmente parlo molto con ciascuno di loro e non gli do testi predefiniti da recitare. È importante individuare il tipo di vocabolario che essi usano e conoscere le parole che usano nel linguaggio quotidiano. Infatti, la cosa più difficile per un attore bambino è quando lo forzi a dire qualcosa che non gli è familiare”.
L’intervento del dottor Giuseppe Gennari, Giudice IX Sezione Tribunale di Milano, che si occupa di Famiglia
Mi pare di poter dire che in Italia lo scambio dei bambini a sei anni, come appare nel film, non sarebbe possibile nel senso che la relazione genitoriale legittima (immaginiamo che siano due coppie sposate) prevale sulla relazione di fatto.
Sicuramente non sarebbe nella facoltà delle parti decidere se scegliere o non scegliere, scambiare o non scambiare; ripristinata la situazione legale di filiazione legittima, penso che un Tribunale dei Minori si adopererebbe per conservare una relazione anche con il nucleo che di fatto aveva costituito un rapporto genitoriale con il minore. Sicuramente ci sarebbero degli aspetti risarcitori notevolissimi; non c’è alcun dubbio e, quindi, probabilmente si dovrebbero valutare le conseguenze negative che andrebbero poi declinate in termini di danno biologico, danno non biologico, danno morale.
Vorrei aggiungere due note che, invece, riguardano proprio il meccanismo giapponese; io ho guardato con molto interesse questo film anche perché ho una passione particolare per il Giappone (non posso dire una competenza ma una minima conoscenza del sistema legale giapponese) e il film è molto particolare. Voi saprete che in Giappone l’affido condiviso ancora non esiste; è stato approvato con legge l’anno scorso ed entrerà in vigore dall’anno prossimo, quindi la logica giapponese oggi è che qualunque coppia si separi, automaticamente uno dei due genitori perde la responsabilità genitoriale sul minore. E’ vero che la cultura giapponese tende a valorizzare questo aspetto di consanguineità perché in linea con il senso della famiglia.
In Giappone i rapporti parentali si costituiscono attraverso un registro che si chiama Koseki che è costitutivo dei rapporti genitoriali quindi, ad esempio, non è raro che, nonostante il rapporto di consanguineità, una volta che una coppia si separi, il figlio finisce nella grande maggioranza dei casi, nel registro materno e quindi conservi il rapporto genitoriale solo con la madre. Se poi la madre si risposa, il figlio diventa figlio del nuovo marito della madre in quanto entra nel registro costitutivo della nuova coppia formata dalla madre. Come si vede, è un mondo molto particolare quello giapponese: quell’aspetto che giustamente Leonardo Resele metteva in luce quando diceva che quando si vive con una persona alla fine si apprende qualcosa di quella persona e questo è un aspetto che è molto dentro la loro cultura. Sono convinti, ad esempio, che anche vivendo costantemente a contatto con un oggetto, questo si animi e prenda parte di noi, quindi, fa parte di questo approccio fortemente animista presente nella loro cultura.
Dal punto di vista culturale questo è un film molto interessante perché mette a fuoco il loro punto di vista sulle relazioni genitoriali che è molto diverso dal nostro.
In Italia sappiamo che ormai abbiamo fatto dell’ascolto dei bambini una specie di totem quindi forse siamo all’eccesso opposto. Dal mio punto di vista, se l’ascolto poteva servire per far entrare nel meccanismo delle decisioni giudiziarie anche un fattore ulteriore di considerazione, oggi è diventato quasi una specie di dogma, per cui l’ascolto serve per acquisire la volontà del minore e la volontà del minore acquisisce un’importanza eccessiva, che è un eccesso della nostra cultura.
In Giappone è esattamente il contrario: il fatto che si ascolti il minore è una variabile del tutto irrilevante peraltro, mi dicono, che i giudici giapponesi non hanno neanche competenze specifiche per ascoltare il minore (vi faccio un esempio, che non riguarda segnatamente l’ascolto del minore, ma per farvi capire come ragionano, ad esempio in ambito di violenza di genere, non esiste alcuna autorità di polizia o investigativa che abbia una formazione specifica in quel settore, quindi la donna che è vittima di violenza di genere si deve rivolgere al poliziotto che normalmente si occupa di furti e rapine, non ha alcun tipo di preparazione e tendenzialmente alla vittima si chiede di mimare e replicare quelli che sono gli atti di violenza che ha subito).
È un mondo molto diverso dal nostro, soprattutto nell’ambito dei rapporti genitoriali, quindi, penso che da loro il tema dell’ascolto del minore sia un tema assolutamente marginale. In questo film, tutto è andato ancora bene per i piccoli, insomma, che alla fine sono stati accontentati. Ad esempio, quando il padre dice “da domani tu vai dall’altra famiglia e quello sarà il tuo nuovo padre”, secondo me in un contesto italiano di fronte a quella frase un bambino italiano, direbbe “ma sei pazzo”. Se notate, il bambino non dice nulla, perché lì è abituato a eseguire quello che gli viene detto e tra l’altro anche le funzioni di cura all’interno del nucleo sono profondamente diverse nel senso che l’uomo tendenzialmente non si occupa degli aspetti emotivi dell’accudimento. Il padre porta denaro, la madre si occupa degli aspetti di accudimento, quindi, dello scambio?” secondo me quel film è ancora più ricco se lo si legge nella filigrana di quella cultura specifica che è la cultura giapponese.
Più volte nel film viene detto alle donne, “ma tu che sei la madre come mai non ti sei accorta dello scambio?” Quello deriva da un senso di responsabilizzazione, come se la madre, appunto, avesse il dovere, in quanto madre, di vigilare e comprendere. La colpevolizzazione di lei che non è stata madre a sufficienza, anche quella mi sembra tipica della cultura giapponese, anche quello è un altro tratto molto caratteristico.
L’intervento del dottor Pierfranco Bianchetti
Il cinema ha spesso raccontato il rapporto tra padre e figlio. Ne possiamo citare alcuni, a cominciare da Il monello (1921), visibile su Prime Video di e con Charlie Chaplin, nel ruolo di un vagabondo che non esita a prendersi cura di un bambino abbandonato dalla madre. Per sopravvivere, come ricorderete, i due escogitano un sistema ingegnoso: il piccolo rompe i vetri delle finestre e Charlot, che fa il vetraio, li sostituisce. La pellicola rappresenta una svolta del cinema rispetto alla partecipazione dei bambini. Chaplin è di fatto stato il primo ad utilizzare in maniera professionale i bambini davanti alla macchina da presa. Jackie Coogan, il monello, era già attore con una esperienza nei teatri del vaudeville.
Sul tema del rapporto padre e figlio e la ricerca di un lavoro, impossibile dimenticare Ladri di biciclette (1948), capolavoro del neorealismo che può essere rivisto su Prime Video mostra la disperata ricerca di una occupazione da parte di un padre sotto gli occhi del figlio e ancora Alla ricerca della felicità (2006) – reperibile gratuitamente su Mediaset Infinity – la storia di un padre che lotta contro la povertà per dare un futuro migliore al figlio. Possiamo citare anche Kramer contro Kramer (1980, disponibile a noleggio su Prime Video), altro film incentrato questa volta sul tema della battaglia per la custodia di suo figlio da parte di un uomo in carriera che impara quanto sia più importante dedicare al suo bambino quelle attenzioni che non gli aveva riservato prima. Poi un classico come La vita è bella, (1997), il film diretto e interpretato da Roberto Benigni da rivedere su Tim Vision nel ruolo di un padre che cerca di proteggere suo figlio dagli orrori dell’Olocausto, trasformando la realtà in un gioco.
Dello scontro generazionale parla, invece, Padre e figlio (1994), un film italiano ambientato a Genova, con Michele Placido e Stefano Dionisi da rivedere su Rai Play: la vicenda di padre e figlio appartenenti a generazioni diverse che fanno a stabilire un vero rapporto affettivo, mentre Padre padrone (1977), disponibile gratuitamente su YouTube, racconta l’autoritario e difficile rapporto di un padre sul figlio nella Sardegna rurale, mentre Harry & Son (1984) con Paul Newman e Robby Benson è la storia di un uomo di mezza età vedovo e licenziato dal lavoro per un difetto della vista che va a vivere in casa con suo figlio, impegnato nel cercare di affermarsi come scrittore. La convivenza tra i due non sarà facile. Lo si può rivedere su Prime Video.
Infine citiamo La valle dell’Eden (1955), dall’omonimo romanzo di John Steinbeck, per la regia di Elia Kazan. James Dean, il protagonista, è un attore che sta emergendo come Marlon Brando nel panorama del cinema americano anni ’50, per lo stile rivoluzionario di recitazione sia sul palcoscenico che davanti alla macchina da presa. Nella pellicola – a disposizione su Chili – il suo ruolo è quello di un figlio che cerca con tutti i mezzi l’approvazione paterna.

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