Considerazioni e commenti sul film “La persona peggiore del mondo”, discusso in diretta l’11 maggio scorso

Pubblicato il 21 Aprile 2026 in Outdoor Cinema
La persona peggiore del mondo

Grande dibattito e scambio di idee sul film “La persona peggiore del mondo”, commentato da Pierfranco Bianchetti, critico cinematografo, e Leonardo Resele, medico psichiatra e con il contributo dei numerosi lettori presenti

“La persona peggiore del mondo”, pellicola prodotta in Norvegia nel 2021 e diretta da Joachim Trier.

Sinopsi: Oslo, oggi. Julie ha quasi trent’anni e non ha ancora scelto la sua strada. È passata dalla medicina alla psicologia alla fotografia e a ogni scelta si è accompagnata una relazione. Ma la sua vita sembra non cominciare veramente mai finché non incontra Axel, autore di fumetti underground che hanno per protagonista un eroe politicamente scorretto. Julie va a vivere con Axel e si confronta con il mondo esterno – la sua famiglia e il suo “circolo narcisistico”, gli amici di Axel – con il costante progetto di fare figli messo sul tavolo (da lui). Ma l’irrequietezza della giovane donna non è ancora terminata, e il destino riserverà sia a lei sia ad Axel parecchie sorprese.

Un film con Renate ReinsveAnders Danielsen LieHerbert NordrumHans Olav Brenner. Genere Drammatico, durata 121 minuti.

Il film ha ottenuto 2 candidature a Premi Oscar, è stato premiato al Festival di Cannes, 2 candidature a BAFTA, 2 candidature agli European Film Awards, 1 candidatura a Cesar, 2 candidature a Satellite Awards, ha vinto un premio ai British Independent, a National Board, ha vinto un premio ai Lumiere Awards, 1 candidatura a Critics Choice Award, ha vinto un premio ai Goya, 2 candidature e vinto un premio ai NSFC Awards.

Per sapere di che film si tratta, quale riscontro di critica ha avuto, quali sono il regista e gli interpreti, ecco la video presentazione di Pierfranco Bianchetti, per darvi modo di sapere tutto quello che serve prima della visione.

 

“La persona peggiore del mondo” è visibile su MyMovies, Prime Video, AppleTV, RakutenTv, Mubi e Chili.


L’intervento del dottor Leonardo Resele

Il film si pone come obiettivo quello di fotografare l’instabilità e la fragilità sentimentale, affettiva e più̀ in generale relazionale degli individui appartenenti alla generazione Y, dei Millennial (nati nel periodo 1981 – 1996)

Il regista norvegese struttura la sceneggiatura in dodici capitoli (più un prologo e un epilogo) – a volte con un lungo minutaggio, altre di breve durata – con cui mette in scena il percorso esistenziale e amoroso di Julie. Così, ogni capitolo affronta argomenti come il rapporto di coppia, le relazioni familiari, la maternità imposta e rimandata, il trauma di un padre che non la considera – avendola abbandonata per crearsi un’altra famiglia – il confronto con una madre sempre presente e comprensiva, la morte e l’assenza delle persone amate, il tradimento e l’esplorazione dei propri sentimenti. Il tutto intervallato anche da altri temi come il sessismo culturale, la società intellettuale effimera e superficiale.

L’attrice Renate Reinsve, giustamente premiata a Cannes come miglior attrice, riesce nel suo intento così potente e sincero di mostrare ciò che l’amore è diventato oggi, mutando nel corso di un passaggio generazionale necessario e inevitabile che vede come protagonisti gli individui della generazione Y.

Tutto è cambiato poichè questi individui non agiscono più in nome di quelle logiche di pensiero e sentimento idealmente solide e concrete che a lungo sono state raccontate tra cinema e letteratura. Piuttosto sono coloro che fanno parte della nuova società dell’immagine, di Internet e dunque dei social network, e così del narcisismo, della crisi dei valori familiari e delle relazioni “a progetto”. Quelle relazioni che vengono sì desiderate e inseguite ma, tuttavia, essendo dotate fin dal principio di una scadenza rigida e inequivocabile, oltre la quale vi è soltanto la fine di un desiderio destinato a ripetere questa ricerca; soltanto una reale certezza e stabilità, tanto psicologica e affettiva, quanto economica, potrebbe finalmente arrestarla. L’amore di Julie segue esattamente queste logiche, perdendo qualsiasi forma di concretezza e solidità e divenendo perciò fortemente indeciso, riflessivo e insoddisfatto. Se c’è un momento della vita – e crescita – di Julie che Joachim Trier dimostra di saper raccontare e mostrare per immagini con una sincerità dirompente e allo stesso tempo malinconicamente silenziosa è proprio la fine delle sue relazioni sentimentali.

Il racconto comincia con un cambiamento che avviene nell’intimità, flebilmente illuminata, di una camera da letto universitaria: vediamo Julie seduta di fronte a una scrivania colma di libri di testo, che sta scegliendo le parole giuste per lasciare il fidanzato di turno. Lei è razionale, chiara e presente a sé stessa come non mai, è abituata a compiere quel passo e mai a subirlo, mentre lui è a pezzi, ma fingendo solidità se ne va, congratulandosi per il controllo che lei mostra della sua indipendenza raggiunta e sempre più̀ in crescita. Dopo di che Trier ironizzando sul momento appena mostrato presenta in ordine: il cambio immediato di colore dei capelli, così come di carriera e luogo di vita di quello stesso personaggio femminile, che pochi istanti prima avevamo osservato come integerrimo in tutta la sua sicurezza e convinzione, in termini di studio, vita universitaria e legami sentimentali.

L’amore nasce negli sguardi, ma è ancor più vero che nasca nel dialogo sincero, privo di filtri e disinibito, accompagnato ad una intimità vissuta e condivisa fin dai primi momenti, senza pudore alcuno, tra cui il bagno, l’odore del proprio corpo – e sudore – e le peggior azioni commesse e immediatamente sussurrate all’orecchio della persona amata. Quanto detto avviene sia nell’incontro tra Aksel e Julie sia in quello con Eivind.

Un film sulla sequenza sempre uguale: la ricerca, la conoscenza ed infine il rifiuto. Poiché prima degli altri, prima dell’amore e dei piani per qualsiasi futuro di coppia, c’è sempre lei, Julie che lotta contro tutti e contro sé stessa nella speranza di un raggiungimento prossimo di una sempre maggiore stabilità e felicità. Ciò̀ che inevitabilmente si presenta nel mezzo delle due relazioni che Julie vive è il tradimento. Tuttavia Trier sceglie di concentrarsi non tanto sul sesso, quanto sulla profonda connessione spirituale che inaspettatamente nasce tra Julie ed Eivind senza che Aksel non ne sappia niente. In qualche modo questo diviene un tradimento ancor più di peso e fondamentale affinché Julie possa prendere in mano la situazione e ancora una volta, come già è stato nei primissimi minuti del film, lasciar andare un amore.

La persona peggiore del mondo” coglie appieno quell’irrequietezza e instabilità psicologica e dunque identitaria e affettiva tipica delle nuove generazioni che si rincorrono, raccontano, amano e poi abbandonano – poiché turbate dall’essere parte attiva di un legame sentimentale privo di scadenza – dimostra una sensibilità inaspettata poiché fortemente emozionale, sincero e attento, più di ogni altro del suo stesso genere e modello cinematografico, tanto al racconto sulle scelte dell’amore, quanto alla consapevolezza che il nucleo di tutto ciò̀ sia di fatto la ricerca del proprio posto nel mondo, con o senza l’amore.

Un grande film sull’incontrarsi, il lasciarsi andare e il raggiungimento della felicità. “La persona peggiore del mondo” si rivela come un romanzo di formazione di una continua e incerta esplorazione di un posto nel mondo da parte di Julie, nella sua ricerca di felicità e realizzazione personale e nel rimandare alcune scelte che la società e la famiglia le vorrebbero imporre, come il matrimonio e i figli. Alla fine, il tempo delle scelte passa e nell’epilogo Julie lavora come fotografa di scena in un film dove la protagonista è la moglie di Eivind, che ha lasciato da tempo. Viene inquadrata nel suo appartamento mentre sistema le foto scattate, comprese quelle rubate all’esterno dell’incontro della famiglia felice di Eivind con moglie e figlio. Julie è ormai adulta e realizza nella sua solitudine di non essere né peggiore né migliore, ma una donna che ha vissuto nel bene e nel male la sua storia.

Il regista Trier racconta: “ho quarant’anni, ho visto amici passare attraverso diversi tipi di relazioni e ho sentito di voler raccontare dell’amore e della negoziazione tra la fantasia di come pensiamo che sarà la nostra vita e la realtà di ciò che diventiamo. Il personaggio di Julie ha cominciato così a prendere forma: una donna spontanea, che cerca e crede di poter cambiare identità per poi dover improvvisamente confrontarsi con i limiti del tempo e di sé stessa. Non c’è un numero infinito di possibilità nella vita ma simpatizzo con il suo desiderio. Ho voluto sondare alcune delle questioni inerenti a una giovane donna d’oggi: amore, sesso, relazioni, maternità, età adulta, carriera… Mi sono posto alcune domande essenziali e credo che possano interessare chiunque. ‘La persona peggiore del mondo’ tratta di come le relazioni rispecchiano le nostre aspettative esistenziali di vita. Nella nostra cultura, siamo educati ad aspettarci che l’amore sia il luogo in cui realizziamo noi stessi, e lo stesso con le nostre carriere. Questo film è uno studio sul personaggio di Julie. Fare un film sull’amore e chiamarlo ‘La persona peggiore del mondo’ ha ovviamente qualcosa di ironico. Di fronte all’intimità e alle relazioni, Julie sente di aver fallito per tutta la durata del film. Si sente come la persona peggiore del mondo e, a quanto pare, anche alcuni degli altri personaggi provano la stessa sensazione di fallimento personale. Le relazioni d’amore oggi sono molto complesse forse proprio a causa della troppa libertà: forse, la libertà è complicata!”


L’intervento del dottor Pierfranco Bianchetti

Cosa sarebbe la storia del cinema se non vi fosse la donna? Il personaggio femminile ha dominato da sempre il grande schermo, come abbiamo potuto constatare anche in alcuni film del nostro cineforum. Tantissime sono le pellicole che vedono la donna protagonista. La donna alla ricerca della sua identità è la rappresentazione della società che sta cambiando, spinta anche dalla liberalizzazione sessuale e dalle lotte per i diritti civili  degli anni Sessanta Ma è in particolare nel decennio successivo che il mondo femminile viene raccontato sul grande schermo in alcuni splendidi film quali “Non torno a casa stasera” di Francis Coppola, 1969 (visibile su Mubi), la storia di una moglie terrorizzata dalla responsabilità di moglie e di madre che fugge per l’America alla ricerca di se stessa e “Alice non abita più qui” di Martin Scorsese, 1975, film visibile su Prime Video e interpretato dalla brava Ellen Burstyn nei panni di una moglie di un camionista manesco di una cittadina del New Mexico che muore in un incidente, lasciando sola Alice ad affrontare la vita. Partita con suo figlio Tom per Monterey in California per riprendere la sua antica professione di cantante, dovrà però superare tantissime difficoltà.

Del 1972 è “È simpatico ma gli romperei il muso” del regista francese Claude Sautet (che si può rivedere su Prime Video), con una tenera ma determinata Rosalie (Romy Schneider), che deve scegliere tra l’amore per il suo compagno Cesar (Yves Montand) e l’infatuazione per un suo vecchio fidanzato David (Semi Frey). Un altro film da ricordare (e rivedere su Mubi) è “Una donna tutta sola”, 1977 di Paul Mazursky con Jill Claybourgh (Palma d’oro come migliore interprete a Cannes), nel ruolo di Erica, direttrice di una galleria d’arte, moglie di un agente di cambio che l’abbandona perché innamorato di una ragazza. La “donna tutta sola” imparerà a vivere in maniera autonoma ed indipendente, in grado di amare un altro uomo ma senza più dipendere (anche psicologicamente) da lui.

Negli anni Ottanta i personaggi femminili sono invece figure forti e indipendenti simboleggiate dalla donna in ascesa professionale come in “Una donna in carriera” (1988) di Mike Nichols – che si può rivedere su Disney+, con Melanie Griffith e Sigourney Weaver, storia di un’ambiziosa segretaria di una potente manager autoritaria che approfittando della sua assenza tenta di soffiarle il posto. Sigourney Weaver è anche la protagonista di quattro film della serie Alien (dal 1979 al 1997), disponibile gratuitamente su Mediaset Infinity, nei panni di una eroina d’azione in queste 4 pellicole thriller- fantascientifiche con venature horror di grande successo. L’elenco sarebbe molto lungo, ma concludiamo con il grande Woody Allen, che saputo raccontarci le donne timide, aggressive, intellettuali, candide e sfrontate in molti suoi film, da “Provaci ancora Sam”, 1970 (su RakutenTV), a “Io e Annie”, 1977 (su Prime Video), da “La rosa purpurea del Cairo”, 1985 (su Chili), fino al bellissimo “Blue Jasmine”, 2013, con Cate Blanchett (da rivedere su Tim Vision), il cui suo personaggio è quello di una signora mondana ed elegante di New York, costretta a traferirsi in un piccolo appartamento di San Francisco, dove vive sua sorella adottiva, in seguito al tracollo della sua condizione finanziaria.

 

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