Governo sempre più in bilico. Il premier: ho i numeri

Pubblicato il 7 Novembre 2011 in da redazione grey-panthers

Le aperture

Il Corriere della Sera: “Governo sempre più in bilico. Anche la Carlucci va dal Pdl all’Udc. Vertice nella notte. Il Pd verso una mozione di sfiducia. Maroni: maggioranza finita, basta accanirsi. Il premier: ho i numeri”. In prima pagina anche le notizie sul maltempo: “Crolla un ponte, ansia per il Po. Un morto e due dispersi al sud”. “Il sindaco di Genova: soffrirò sempre per le vittime, ma non lascio. Fiumi in piena, famiglie evacuate”. L’editoriale, firmato da Angelo Panebianco, è titolato: “Tutte le spine dell’emergenza”.

La Repubblica: “Maroni: inutile accanirsi, è finita. La Lega verso il ‘rompete le righe'”. “‘La maggioranza non c’è più’. Berlusconi resiste: ho i numeri, vado avanti”. E ancora: “Continua la fuga dal Pdl, se ne va anche la Carlucci. Bersani: sì alla mozione di sfiducia”.
A centro pagina, con foto della piena della Dora Baltea, in Piemonte, le notizie sulla “paura per il Po in piena, Torino assediata. Maltempo anche al sud, un morto a Napoli”. In prima anche richiami alla situazione economica europea ed italiana. Parla il ministro degli esteri francese Juppé e “rilancia l’allarme”: “L’Italia ha un problema di credibilità. Bisognerà assicurarsi che le riforme siano fatte”.

La Stampa: “Maroni: la maggioranza non c’è. ‘Inutile accanirsi’. Ma Berlusconi non molla: ‘Abbiamo i numeri'”. E poi: “Anche la Carlucci lascia il Pdl. L’opposizione: pronti alla sfiducia”. Infine: “In Grecia via libera a un governo di unità nazionale”. In prima pagina, con foto, anche l’allerta notturna per la “grande piena del Po, tra timore e curiosità”.

“Braccio di ferro Pdl-Dc”, titola Il Giornale. “La Carlucci lascia per seguire Casini, ma dall’Udc pronti a passare con la maggioranza 4 deputati”.

Italia 

Sulle pagine della politica del Corriere della Sera si dà conto delle parole del Ministro Maroni, ieri ospite della trasmissione “Che tempo che fa”. “Non siamo disponibili a maggioranze diverse da quelle uscite dalle urne. Le alleanze si fanno prima, altrimenti sarebbe stravolgere le regole. Se il governo cade, si va a votare. Viste le ultime notizie mi sembra che la maggioranza non ci sia più: è inutile accanirsi. Una nuove legge elettorale si può fare in tre settimane, a me piaceva molto il Mattarellum”.

Un retroscena de La Repubblica informa che “se il pressing del gruppo dirigente del Pdl sortirà il suo effetto, oggi stesso Berlusconi salirà al Colle per rassegnare le dimissioni”. Ma, aggiunge il quotidiano, “l’epilogo non è scritto”, perché “il Cavaliere, ancora a tarda notte, puntava i piedi, minacciando persino una grande manifestazione a Roma contro i ‘ribaltonisti'”. Per rimanere al suo posto, e andare ad elezioni a gennaio, Berlusconi “è pronto a tutto, persino ad avanzare una offerta spericolata al capo dello Stato. ‘Se ci dà le elezioni noi possiamo garantirgli un secondo mandato al Quirinale nel 2013′”.

Secondo il Corriere della Sera dopo il vertice a notte fonda (con Alfano e Letta), il Cavaliere avrebbe oggi tre ipotesi sul tavolo: affrontare l’Aula col rischio di veder certificata la dissoluzione della maggioranza, anticipare i tempi e salire al Quirinale, oppure chiedere al Parlamento di approvare le misure anticrisi, promettendo però che una volta varato il pacchetto il premier andrà al Colle per dimettersi.
Una intera pagina del quotidiano milanese è dedicata alle “ipotesi” e agli “scenari” possibili: una nuova legge elettorale e un governo Monti; un governo con centrodestra con l’Udc, e senza Berlusconi. Le elezioni nel 2012, a fine gennaio. Un governo di unità nazionale con Pd e Udc. L’ultima ipotesi in termini di probabilità è: “Il premier la spunta ancora”.

Secondo Giuliano Ferrara, oggi su Il Foglio, “qualunque governo comunque truccato oggi è in perdita per il paese e per l’Italia varia che in Berlusconi si è riconosciuta per così tanti anni. Subiremo un governo Letta, che è persona seria e responsabile, un governo Alfano, soluzione acerba ma possibile, e perfino un esecutivo di compromesso con i democristiani e la loro inesauribile capacità di interpretare il paese peggiore, quello che ama scomporre e ricomporre, come dice Pomicino, per fare bignè sempre saporiti, e qualche ulteriore debituccio o qualche patrimoniale che scarica i debitucci su chi ha lavorato e si è comprato una casa, o altre demagogicherie fantastilioniche, ma subiremo tutte queste belle cose nella più totale disillusione, come sentimento del tempo e programma pubblicistico e civile (a parte il resto). Un cretino col botto, nel paese dei ristoranti pieni e di milioni di bottiglie scolate, ha anche ipotizzato un governo Monti, anche lui una persona seria, con zio Letta (Gianni) e nipote Letta (Enrico) vicepresidenti. Tutto è possibile nel pianeta delle scimmie”.

Se Berlusconi deciderà di dare ancora una volta battaglia con una sua lista personale, pare che sia nelle sue corde, e di lanciare il Pdl sulla via di un’autonomia politica e di una candidatura alla leadership affidata a qualcuno accettato dalla maggioranza, tenendosi stretta la Lega e allargando per quanto possibile lo schieramento contrario alla restaurazione, vedremo che cosa fare. Le elezioni sotto la neve, però, sono una soluzione difficile, essendo critica e complicata per tutti, e chissà. La voce tonante del Cav. forse le renderebbe improcrastinabili vista la regola antiribaltonica e antipasticci iscritta nel dna del maggioritario e della legge elettorale, e molti altri fattori tranne le convenienze di lobby assai potenti, le consigliano. In quel caso c’è un solo vero problema: la candidatura – ha ragione Lodovico Festa – di un ministro dell’Economia coi fiocchi. Il recupero di terreno con la borghesia del nord, con gli imprenditori e investitori e risparmiatori, intorno a un nome significativo, sarebbero probabilmente di immenso rilievo, vista la totale impresentabilità dell’opposizione, e del suo cartello dei no, dei ni, e dei forse.

Angelo Panebianco firma l’editoriale sul Corriere della Sera. Secondo Panebianco “occorrerebbe un governo capace di attuare in breve tempo le riforme pro crescita che l’Europa (con la famosa lettera della Bce) ci ha chiesto di fare, un governo capace di allentare la pressione dei mercati, di portarci fuori dalla attuale condizione di emergenza, di mettere in sicurezza i conti e rilanciare lo sviluppo. Un governo fatto da chi? E con quale sostegno parlamentare? Un governo fatto da chi ci sta, da chi è disposto a impegnarsi nella politica impopolare (molto impopolare, si pensi al tema pensioni) necessaria per il superamento dell’emergenza. Un governo siffatto, per essere credibile, dovrebbe godere di ampio sostegno parlamentare”, e alcuni partiti (Pd e Lega) dovrebbero rinunciare alla difesa di alcune loro posizioni. Spiega Panebianco che un simile governo oggi è “possibile” ma non “probabile”, perché di fronte alla strada “ideale” c’è la competzione politica tra le diverse opzioni, e le diverse convenienze. L’ultima questione sulla strada è quella del referendum: se la Corte Costituzionale darà il via libera al quesito referendario sulla legge elettorale, il referendum si voterà in primavera. Sempre che non ci siano elezioni anticipate.

Tra le ultime defezioni da registrare dal Pdl, Gabriella Carlucci, iscritta a Forza Italia fin dal 1994, come ricorda il Corriere della Sera. Ha deciso di passare all’Udc e al quotidiano dice: “A Silvio non l’ho detto: gli voglio bene”.

Secondo La Stampa l’opposizione va verso la mozione di sfiducia. La prima prova sarà domani, dopo il voto alla Camera sul Rendiconto. Dopodiché, taglia corto il capogruppo Pd Franceschini, anche se passerà il Rendiconto “presenteremo una mozione di sfiducia”. E domani è previsto anche un incontro del segretario Bersani con i Radicali, per discutere dell’atteggiamento che terranno alla Camera e al Senato sui prossimi voti cruciali. Secondo il quotidiano, Pd, Idv e Terzo Polo stanno pensando di far astenere martedì sera tutti i loro 300 deputati al voto sul Rendiconto, per consentire anche ai transfughi del Pdl di sganciarsi, con una loro eventuale astensione. Ne verrebbe fuori un quadro di una maggioranza di astensionisti, che supererebbe la somma dei voti residui di Pdl e Lega.
Intanto ieri all’Eur a Roma, scrive il Corriere della Sera, l’ex ministro dell’Interno Pdl Pisanu partecipava ad una convention del Terzo Polo. Titola il Corriere: “E Pisanu fa la star del Terzo Polo. Fini lo elogia: sei già con noi”.
Pisanu ha consegnato a Fini e Casini uno studio commissionato dalle Acli sul voto cattolico, e lo ha presentato così: “C’è una fuga massiccia di voti cattolici, sia dal Pdl che dal Pd. I voti in fuga si rifugiano in piccola parte nell’Udc, ma in gran parte nel non voto. Solo una piccola minoranza chiede la nascita di un nuovo partito dei cattolici. I cattolici sono stanchi del centrodestra, del centrosinistra e del bipolarismo selvaggio”.
Pisanu chiede da tempo un governo di larghe intese, come ricorda La Repubblica. E al Terzo Polo dice: “Siete sulla strada giusta. Non parlo a nome dei malpancisti. Ho male di testa e di cuore per la situazione del Paese”.

Internazionale 

Scrive il corrispondente da New York de La Stampa che le minacce di Israele di un possibile attacco all’Iran e l’appello di Parigi a “fare il possibile per evitarlo” segnano l’inizio dell’offensiva diplomatica euro-americana tesa ad ottenere dal Consiglio di sicurezza dell’Onu l’approvazione di sanzioni più dure contro il programma nucleare iraniano.
Tutto ruota attorno alla data del 9 novembre, quando l’agenzia atomica Aiea pubblicherà il nuovo rapporto sul  nucleare iraniano. Secondo indiscrezioni conterrebbe l’accusa all’Iran di aver creato nella base di Parchin una struttura per simulare esplosioni nucleari. Al Palazzo di Vetro, Usa, Gran Bretagna, Francia e Germania stanno definendo il testo di risoluzione delle nuove sanzioni. Contrari Cina e Russia, sostenuti a Brasile, India e Sudafrica. Secondo il quotidiano, è per scongiurare lo stallo al Palazzo di Vetro che i presidenti Obama e Sarkozy hanno concordato a Cannes una strategia che punta a presentare la scelta delle sanzioni in alternativa alla minaccia di un attacco militare da parte di Gerusalemme.
Su Il Giornale si sottolinea che la Francia teme che un intervento militare causi “totale destabilizzazione”, come ha detto il ministro degli esteri Juppé.
Anche su La Repubblica: “Israele, è pronto l’attacco all’Iran. Usa e Francia: ‘Opzione militare sempre più probabile'”. La considerazione da cui parte il quotidiano è che se il premio nobel per la pace e capo dello Stato Peres ribadisce che un eventuale intervento militare di Israele si avvicina, anzi, è “sempre più probabile”, come ha detto, significa che davvero i motori a reazione dei caccia-bombardieri israeliani stanno per essere accesi nelle basi del deserto del Negev.
Convinto all’opzione militare è il premier Netanyahu, sostenuto dai ministri Barak e Lieberman. Fino a giovedì non aveva però la maggioranza dei voti nel governo per il via libera all’operazione.
Ma negli ultimi giorni sarebbe stata raggiunta la compattezza tra i membri del governo
Ieri il Sunday Times ha fornito anticipazioni su un libro scritto da un ex Navy Seal che ha partecipato alla cattura e uccisione di Bin Laden. Ne parlano La Repubblica e La Stampa. Novanta secondi dopo l’inizio del raid, Osama Bin Laden era già morto, ucciso da due singoli proiettili sparati con precisione e freddezza dai commandos americani. I Navy Seal aprirorno il fuoco solo perché il capo di Al Qaeda stava per impugnare il suo Kalashnikov. Altrimenti lo avrebbero preso vivo.
Tutti i particolari del blitz, compreso il guasto all’elicottero, la calata con funi sul tetto, senza incontrare resistenza, da parte di guardie di Bin Laden.
Il Giornale si occupa di Siria, tentando di spiegare, con una analisi di Dan Vittorio Segre, “perché Assad non può cadere”. Dove si ricorda che la minoranza alauita che detiene il potere ha stretto di fatto una alleanza con le altre minoranze (curdi, drusi, cristiani e armeni ortodossi, sciiti) per impedire che la rivolta venga presa in mano dai musulmani sunniti e tramite loro dai Fratelli musulmani, già sterminati dal padre di Assad nel 1982 ad Homs. Il timore comune verso i musulmani sunniti, la volontà di conservare i privilegi comunitari (libertà di culto per i cristiani, libertà di lingua e cultura per i curdi) spingono queste minoranze a preferire un regime “autoritario laico”. Il regime dispone quindi di una base di sostegno più larga di quel che appare sui media, per cui difficilmente Assad fermerà la repressione. E sperare che la piccola armata di disertori appoggiata dalla Turchia possa attirare nuove regole è improbabile, dato che fra i disertori non ci sono molti alauiti, ovvero la minoranza che peraltro controlla le Forze Armate.

E poi

L’inserto R2 de La Repubblica è dedicato al “countdown di Obama”. Tra un anno gli Usa tornano alle urne per la Casa Bianca, Barack ha solo 365 giorni per risalire nei sondaggi. Se ne occupano Vittorio Zucconi e Federico Rampini. Quest’ultimo dedica attenzione ai numeri dell’economia, poiché è su questo settore che Obama dovrà convincere.
Restiamo a questo quotidiano per segnalare dalla sezione “Le guide” l’appuntamento annuale, a Trento, dell’Internet Governance Forum, che inizia il 10 novembre. Con attenzione alla “webdemocrazia”, la diffusione degli strumenti online messi a disposizione da governi e amministrazione allargato alla partecipazione e gestione della cosa pubblica; alla proposta di abbattimento del digital divide, che inserisca in Costituzione, come diritto, l’accesso in rete; all’atteggiamento, rispetto alla rete, delle confessioni religiose e delle comunità di fedeli.

DA RASSEGNA ITALIANA, di Ada Pagliarulo e Paolo Martini